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GLOW: la recensione della seconda stagione

Il 29 giugno su Netflix tornano le wrestler di GLOW, per una seconda stagione perfezionata ed ancora più divertente.

recensione GLOW: la recensione della seconda stagione
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Lo scorso anno, tra i vari nuovi show di Netflix, uno aveva attirato l'attenzione grazie al suo particolare setting. Basandosi sulla vera storia dello show Gorgeous Ladies of Wrestling, la serie creata da Liz Flahive e Carly Mensch seguiva le vicende di un gruppo di donne, aspiranti attrici o sportive, finite a essere protagoniste di un improbabile spettacolo wrestling al femminile, il GLOW appunto.
Nella sua mescolanza di drama e commedia, GLOW ha applicato per il wrestling la stessa efficace formula utilizzata da Orange is the new black - altra serie Netflix di cui Jenji Kohan, produttrice di GLOW, è ideatrice - per la prigione. Ossia, prendere un contesto storicamente legato ad uno stereotipo maschile, ribaltandolo, dandone una prospettiva femminile.
Il risultato, seppur non particolarmente originale, era una serie ben costruita e splendidamente recitata, in definitiva un buon prodotto, capace, anche grazie all'accattivante tema, di insinuarsi nel cuore di molti, diventando un fenomeno del passaparola. La seconda stagione, disponibile dal 29 giugno su Netflix, non vuole stravolgere la serie, ma punta ad affinarne i pregi, virando ancora di più sul lato dell'intrattenimento.

È la dura legge della tv

Dove la prima stagione era un percorso di rassegnazione, autoconvincimento e risalita, questi nuovi dieci episodi voglio essere un racconto di affermazione e rivendicazione. Dopo aver strappato un ingaggio grazie a un convincente pilot, il gruppo di wrestler guidato dal regista Sam Sylvia (Marc Maron) è adesso alle prese con la registrazione di un'intera stagione dello show.
Il nuovo corso quindi ci mostra il dietro le quinte di un mondo difficilissimo come quello dei piccoli network locali, della difficoltà per un gruppo di donne di affermarsi, perseguitate dallo spettro della fascia notturna di trasmissione, quella con meno pubblico attivo. Così come, in pieno clima #meetoo, non ci risparmia una panoramica sull'abuso di potere, sui potenti produttori in grado di far saltare una carriera, se non corrisposti.
Si badi bene però che non c'è retorica in tutto questo, e anzi, forse una delle più grandi forze di GLOW è proprio la sua leggerezza di fondo, il suo tono da soap opera che permette di affrontare temi così attuali e critici con leggerezza, tralasciandoli quasi, sbadatamente, per poi accorgerci di quanto questi momenti en passant siano stati efficaci. Qesta seconda stagione è più smaccatamente puro entertainment, c'è più wrestling, molto di più, a tratti veramente spettacolare, c'è più divertimento e si ride in effetti di più.

L'efficacia della semplicità

Ciò non toglie che ci sia anche un approfondimento sui personaggi. Se quello che al primo impatto cattura l'attenzione sono gli strambi alter ego delle protagoniste, un buon lavoro è fatto anche sul loro lato umano di donne non più disperate costrette ad accettare un lavoro umiliante, ma adesso fieramente appartenenti a un gruppo, una variegata famiglia fatta di suplex e costumi in spandex.
Seppur lo sguardo si posi maggiormente, rispetto alla prima stagione, anche sulle altre ragazze, con un interessante particolare su Carmen "Machu Picchu" Wade (Britney Young), Rhonda "Britannica" Richardson (Kate Nash) e Tammé "The Welfare Queen" Dawson (Kia Michelle Stevens, peraltro vera wrestler), ancora una volta motore della serie è il rapporto tra le due amiche-nemiche Debbie "Liberty Belle" Eagan (Betty Gilpin) e Ruth "Zoya the Destroya" Wilder (Alison Brie), con la seconda che si conferma vera mattatrice dello show. Sono tutti personaggi che funzionano perché, per quanto semplici nella scrittura, risultano veri, sempre credibili, merito soprattutto dell'intero cast, coeso e a proprio agio. Sembra una costante della serie questa sua semplice funzionalità.
Così come la scrittura infatti, anche la messa in scena subisce gli effetti benefici di questa direzione. Non c'è niente di stupefacente a schermo, eppure funziona tutto, ne siamo attratti, sicuramente per l'estetica anni Ottanta, con i suoi colori, gli outfit improbabili e le grafiche laser; un'estetica che trova la sua massima espressione nell'ottavo episodio, forse il più riuscito e sicuramente più particolare, che per trenta minuti ci fa assistere a un intero episodio del Glow fittizio che girano le protagoniste, in un'operazione di meta-tv sfiziosa. E poi attira anche per le simpatiche coreografie dei momenti sul ring, che donano più ritmo all'intera stagione.
È una serie in definitiva senza retoriche, che punta al divertimento senza disdegnare un tocco di riflessione, che in questa seconda stagione acquisisce una maggiore identità, raggiungendo una rinnovata efficacia. Non è un capolavoro, e non vuole esserlo, anzi. Eppure cattura, colpisce, e ci lascia prospettive interessanti per una eventuale terza stagione, per cui c'è lo spazio ma non la forzata necessità. Dovesse arrivare, non ci dispiacerebbe affatto.

GLOW - Stagione 2 La seconda stagione di GLOW prende la formula originaria espandendola, con una netta virata verso un intrattenimento più rimato e divertito. La semplicità, mai banale, della scrittura e della messa in scena si concretizzano in un prodotto efficace, coinvolgente e gustoso, soprattutto grazie all'incredibile talento del cast.

7.5