GLOW: recensione della terza stagione della serie Netflix

Meno wrestling e più introspezione in questa nuova stagione che scava ancora più a fondo nella psicologia dei suoi meravigliosi personaggi

recensione GLOW: recensione della terza stagione della serie Netflix
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Cosa vi fa venire in mente la parola wrestling? Forse muscoli guizzanti e uomini massicci che trasformano la lotta in uno spettacolo appassionante. Probabilmente non un gruppo di donne forti e determinate, che vogliono dimostrare di sapere il fatto loro in un mondo maschilista. Le nostre amate Gorgeous Ladies of Wrestling sono finalmente tornate su Netflix per smentire questa convinzione, con la terza stagione di GLOW, che scava ancora più a fondo nell'interiorità dei personaggi, rivelando segreti scottanti e portando le protagoniste a fare i conti con le proprie ambizioni. Suoni la campanella: Zoya La Destroya, Liberty Belle e le altre sono tornate per lottare con determinazione, non solo sul ring ma nella vita. 

GLOW: The Gorgeous Ladies of What?

Sarebbe impreciso, se non addirittura sbagliato, definire semplicemente GLOW una serie sul wrestling femminile. Con la sua analisi profonda dei personaggi e del loro percorso di emancipazione dall'esclusività maschile, GLOW si è imposto nel panorama seriale come prodotto dalla grande forza introspettiva e dalla notevole carica femminista. È per questo che piace. Ha una verve tutta sua che proviene dalla particolarità delle protagoniste e dei personaggi che loro si sono costruite. La terza stagione sembra inseguire questo obiettivo di approfondimento psicologico ancora di più rispetto agli anni passati, rendendolo il fulcro della trama e permettendoci di conoscere ulteriormente le figure in gioco.
Non per questo va tuttavia dimenticato il ruolo fondamentale giocato dal wrestling nella serie, spettacolare attività dominata prettamente da atleti uomini. La conquista del wrestling da parte di un gruppo di donne che cercano una rivincita dalla vita ha stabilito fin da subito il tono rivoluzionario di questo titolo (del resto ispirato alle vere Gorgeous Ladies Of Wrestling degli anni '80). 
Alla lotta viene affidata la rappresentazione non solo dell'evidente determinazione di queste donne (diverse tra loro per etnia, fisicità e personalità, ma tutte decise a dimostrare il proprio valore), ma anche la componente più comica della serie, tramite la creazione di particolari identità fittizie, volutamente caricaturali. GLOW sarebbe ben poco senza Zoya la Destroya, Liberty Belle, Machu Picchu e le altre, senza gli allenamenti e i siparietti che abilmente mescolano acrobazie e spettacolo.

Ciò che fortifica la serie - ossia l'analisi dei personaggi - risulta essere al tempo stesso anche il più grande difetto della terza stagione, che non distrugge l'identità di GLOW ma ne limita le potenzialità: lo spazio dedicato all'approfondimento psicologico viene quasi inevitabilmente sottratto al wrestling, lo stesso wrestling che compare così orgogliosamente nel titolo. Il risultato di questo sacrificio tematico è qualche momento vuoto - dovuto in parte a uno scenario quasi totalmente statico - e un'attesa che spesso non viene ripagata. 
La trama non si discosta molto da ciò che è stato già affrontato nella prima e nella seconda stagione, mentre il fattore di novità viene affidato principalmente all'ambientazione: un casinò di Las Vegas dove per contratto le wrestler dovranno esibirsi per un lungo periodo. 
A conti fatti però, la parte dedicata all'effettivo spettacolo delle gloriose ragazze del wrestling ricopre solo pochi istanti di tutte le dieci puntate della stagione, risultando così una tematica secondaria.

Una profonda analisi personale: le donne (e gli uomini) di GLOW allo specchio

Nonostante la minore concentrazione di incontri di wrestling rallenti il ritmo generale della serie, la terza stagione di GLOW recupera facilmente terreno puntando tutto, o quasi, sull'obiettivo di smascherare i personaggi, pungolandoli con insicurezze e sospetti fino alla costringerli a raccontarsi ancora un po'. 
L'analisi introspettiva è sempre stata un punto forte della serie, che fin dalle sue prime puntate si è armata di personaggi credibili, estremamente umani e fragili, segnati da drammi personali diversi per ognuno di loro. È la ripetitività del wrestling e, nello specifico, dello stesso spettacolo che si ripete ogni sera al casinò a innescare l'introspezione simbolo questa stagione. "Confinata" per contratto a Las Vegas, la vita delle protagoniste risulta ogni giorno sempre più monotona, in una routine di prove, spettacoli e vita mondana che genera frustrazione nella gran parte di loro, soprattutto in Ruth (Alison Brie), che deve fare i conti con i dubbi legati alla propria vita amorosa e con la propria ambizione, spesso disillusa, di diventare un'attrice di successo; e in Debbie (Betty Gilpin), che si trova a subire l'opprimente senso di colpa dell'essere una madre lavoratrice lontana dal proprio bambino.

Quasi nessuno, tuttavia, viene risparmiato da questa sorta di punto di rottura, dai personaggi ricorrenti a quelli secondari, sfiorando l'identità personale e professionale di Sheila (Gayle Rankin), la sessualità ancora non ben definita di Arthie (Sunita Mani) e i sogni di Carmen (Britney Young), che sa di avere un talento particolare per il mondo del wrestling ma si sente costretta in uno spettacolo limitante.
Nonostante gli spazi ristretti, GLOW compie un'ottima manovra nel tentativo di spostare lo sguardo anche sulle figure meno ricorrenti, donando loro maggiore visibilità senza però trattare frettolosamente nessuno dei loro drammi, ancorando il loro modo di pensare al contesto sociale e all'epoca. 

Gli anni ‘80, periodo di emancipazione culturale e personale, si mostrano in questa terza stagione in tutto il loro colorato fermento, ma anche nelle loro tristi limitazioni. La paura - più volte esplorata tramite alcuni dei personaggi - si rivela essere uno dei principali elementi che legano GLOW anche alla nostra attualità, dandoci prova di quanto anche oggi si debba continuare a combattere contro una società attraversata da stereotipi razzisti, misoginia e omofobia. Non solo Arthie viene coinvolta in amare riflessioni sulla propria identità sessuale, dopo l'inizio della relazione con Yolanda (Shakira Barrera) nella scorsa stagione, ma anche Bash (Chris Lowell) - personaggio da sempre caratterizzato da ingenuità, più che da profondità emotiva - viene sottoposto a un'importante analisi di sé e dei propri sentimenti. 

Femminismo e Diversity

Con la sensibilità dimostrata nella rappresentazione dell'universo femminile (ma non solo) in varie sfumature, GLOW non smentisce mai la propria alta qualità e si affianca a prodotti recenti che hanno fatto della rappresentazione della diversity il proprio punto forte. Dopo Orange Is the New Black - conclusa da poco alla settima stagione -, il meno noto Orphan Black e diversi altri prodotti degli ultimi anni, GLOW si è fatto carico di un compito importante, che questa terza stagione sembra spingere al massimo. 
Pur non rappresentando il fulcro di una trama che sembra più che altro incentrata sulla volontà di inseguire i propri sogni, la diversity assume qui un ruolo fondamentale, così come le tematiche a essa legate. Orgoglio, determinazione e paura si intrecciano in un percorso verso la propria emancipazione personale, contro gli stereotipi, la discriminazione, l'odio e le imposizioni sociali. 
La linea femminista tenuta fin dalla prima stagione non è più sufficiente a dimostrare una salda presa di posizione sull'importanza della rappresentazione e del rispetto della diversity, perciò la terza stagione di GLOW estende con fierezza la propria lotta ad altre questioni. Delicato, anche se non troppo approfondito, il dramma di Arthie che non riesce a dare un nome ai propri sentimenti per Yolanda, in una società che fatica ad accettare il diverso e che più volte attacca ferocemente l'omosessualità.

A dare voce al dolore per gli stereotipi razzisti è invece Jenny (Ellen Wong), che sottolinea la frustrazione e l'umiliazione che si prova nel ridurre la propria millenaria cultura orientale in qualche battuta caricaturale in scena, mentre Debbie e Ruth, splendide nelle interpretazioni come sempre impeccabili di Alison Brie e di Betty Gilpin e nella loro ritrovata amicizia, rappresentano la spinta femminista a migliorare sempre se stesse, a inseguire le proprie ambizioni professionali e a non accontentarsi di ciò che viene semplicemente concesso. Debbie, in particolar modo, incarna le sofferenze di molte donne che si trovano a dover decidere tra maternità e carriera, ad affrontare le difficoltà come madri lavoratrici e a sentirsi mamme a metà per colpa dei propri sogni. 
L'interiorità delle altre protagoniste è un lato di GLOW tutto da gustare in dieci appassionanti, commoventi e divertenti puntate, che limitano l'azione sul ring ma che non la eliminano del tutto. Particolarmente degne di nota sono le poche occasioni in cui le ragazze tornano a combattere, ulteriore esempio di quanto questa serie sappia rinnovarsi anche nel riproporci scene simili tra loro. Imperdibili i due incontri speciali, quello in cui le protagoniste si scambiano i personaggi e lo spettacolo di Natale, in pieno stile GLOW.

GLOW - Stagione 3 Nella sua terza stagione, sempre più incentrata sull'analisi psicologica ed emotiva dei suoi personaggi, GLOW si conferma una serie tv capace di unire al divertimento di uno show colorato e brioso la capacità di affrontare con delicatezza i drammi delle figure in gioco. Nonostante la limitazione evidente delle scene di lotta, che rischia di tradursi talvolta in istanti di noia, GLOW riesce a riacquistare la fiducia degli spettatori inseguendo l'obiettivo, socialmente importante, di rappresentazione della diversity e del femminismo, come ha fatto con cura nelle precedenti due stagioni.

7.5