Goliath: recensione della seconda stagione

Disponibile dal 15 giugno su Amazon Prime Video, la seconda stagione di Goliath promette ancora più azione e misteri.

recensione Goliath: recensione della seconda stagione
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Nel first look dedicato a questa seconda stagione di Goliath avevamo espresso le nostre speranze verso una gestione degli episodi che non ricalcasse quanto già visto in precedenza. Sette puntate più tardi possiamo affermare con assoluta certezza che il ritorno sugli schermi di Billy McBride è più interessante, movimentato e violento che mai. Il nemico, una volta incarnato dalla grande corporazione pronta a qualsiasi cosa per nascondere le proprie malefatte, si ingigantisce, superando i confini nazionali e controllando industria, politica, polizia. È ancora più pericoloso, poiché certo della propria impunità. La seconda stagione dello show ideato da David E. Kelley diventa quindi una vera e propria dichiarazione d'intenti, un chiaro tentativo di non limitarsi a produrre l'ennesimo legal drama, così facilmente dimenticabile nel vasto catalogo di Amazon Prime Video. Alzare i propri obiettivi significa però allo stesso tempo innalzare anche i requisiti richiesti per il successo, e in questo senso non tutto è andato per il verso giusto.

Davide contro Golia

Se gli antagonisti presenti all'interno della serie tv sono dei Golia, questo rende Billy McBride un Davide dei tempi moderni. Molto più incline all'ubriachezza, certo, ma pur sempre una piccola figura che con strenua determinazione si oppone ai soprusi di potenti consci dei loro mezzi. Non molto però è cambiato nella vita di Billy dopo l'eclatante vittoria con cui si era conclusa la prima stagione. Le sue giornate hanno sempre lo stesso sapore di alcool, sigarette e sabbia californiana. I soldi guadagnati di colpo hanno in fretta trovato una strada per scappare dalle sue tasche, elargiti con troppa facilità a baristi, amici, sconosciuti.
È in questo contesto che piove un caso che presto rivela un'indagine ancora più complicata e pericolosa delle precedenti. Quello che doveva essere un semplice sforzo nel dimostrare l'innocenza del figlio del barista Oscar Suarez si trasforma in fretta in una sanguinosa cospirazione le cui radici toccano i punti più nevralgici del potere a Los Angeles.

Il filo rosso su cui si sviluppa la narrazione di questa seconda stagione si ramifica, annoda e contorce nel corso degli otto episodi, rendendo le vicende ben più intricate rispetto a quanto ci avesse abituato in precedenza lo show. Una scelta che sì amplifica potenzialmente il coinvolgimento dello spettatore ma che con difficoltà si coniuga alle caratteristiche strutturali dei legal drama. Non è un caso infatti che in questa seconda stagione Goliath si allontani dalle aule di tribunale e dai botta e risposta tra avvocati per abbracciare maggiormente le fasi dell'investigazione.
Eppure, lo show fatica ad abbandonare completamente il proprio retaggio, finendo per svelare allo spettatore i propri misteri con una facilità disarmante. Fin dai primi episodi le carte giocate dagli sceneggiatori sono scoperte, la destinazione del viaggio è ben visibile al pubblico, a cui non rimane altro da fare che interrogarsi sulla strada che verrà intrapresa per giungervi. La via di mezzo adottata dagli showrunner ha quindi costretto all'adozione di altri modi per tenere vivo l'interesse dello spettatore, finendo per aggiungere una corposa quantità di stranezze e violenza che non sempre si armonizzano efficacemente all'interno della trama.

"Datemi un Thornton e solleverò il mondo"

L'interpretazione di Billy Bob Thornton, tranquilla eppure pronta a esplodere in ogni momento, carica di tensione ogni scena in cui egli è presente, focalizzando su di sé la completa attenzione dello spettatore.
Aver ritrovato in questo secondo ciclo un Billy McBride ancora sconfitto dalla vita, pentito dei propri errori e in cerca di motivazioni, non può che renderci felici non tanto per un gratuito sadismo nei suoi confronti quanto per la consapevolezza che il personaggio delineato dagli sceneggiatori sia reale, nei suoi pregi ma soprattutto nelle sue mancanze.
Ad alleggerire il peso caricato sulle sue spalle stavolta non è l'umorismo dell'improbabile avvocato Patty Solis-Papagian (Nina Arianda), che in più di un'occasione abbandona le proprie irriverenti vesti, quanto l'eccentrico ruolo di Tom Wyatt (Mark Duplass), ricco uomo d'affari con una passione sfrenata per l'abbigliamento sportivo e le amputazioni. Il "trauma infantile erotizzato" del personaggio coglie di sorpresa soprattutto per la ricorrenza con cui si presenta agli occhi stupefatti degli spettatori, fino ad allora abituati ai più classici personaggi di Brittany (Tania Raymonde) o Marisol Silva (Ana De La Reguera).

Una lunga lista di imperfezioni

Per quanto affascinante, l'irrequietezza di Billy McBride non può sostenere efficacemente un'intera stagione. Pur essendone coscienti, gli sceneggiatori approfittano più e più volte del carisma di Thornton per sopperire ai cali di ritmo ed ai passi falsi presenti nell'evoluzione delle vicende. Lo fanno tramite soluzioni che talvolta funzionano in maniera eccellente, come nel caso del settimo episodio, ma che sulla lunga distanza fratturano una coesione narrativa già in precario equilibrio per la complessità degli eventi raccontati. Lo show si perde e si ritrova, sposta la propria attenzione di personaggio in personaggio, di evento in evento, senza però individuare e comunicare allo spettatore quale sia veramente la pietra fondante su cui sono state costruite le mura di questa seconda stagione.
Una simile mancanza di coerenza e il limitato numero di episodi su cui viene sviluppata la trama sono probabilmente le due motivazioni alla base di molte delle debolezze evidenziate nella sceneggiatura. Ciò di fatto non solo non ha reso possibile un'adeguata esplorazione delle relazioni che intercorrono tra i personaggi ma ha anche vanificato un qualsivoglia tentativo di esposizione delle motivazioni alla base delle loro azioni. Diventa inevitabile più e più volte mettere in pausa l'episodio per prendere fiato e cercare di comprendere molte delle scellerate decisioni attuate dai personaggi, che si tratti dell'agente Roman o dello stesso Billy McBride, fin troppo simili a semplici artifizi costruiti con l'obiettivo di non ostacolare il proseguimento della narrazione.

Goliath La seconda stagione di Goliath migliora sicuramente quanto fatto vedere l'anno scorso, costruendo una storia più articolata ed interessante. Allo stesso tempo però apre il fianco ad un gran numero di imperfezioni che, accumulatesi col progredire degli episodi, non possono non lasciare un retrogusto amaro al termine di una visione completa. Nonostante questo, le fatiche di Billy McBride, uno dei personaggi più complessi e riusciti nel panorama dei serial odierni, coinvolgono lo spettatore in uno show il cui futuro rimane ancora molto promettente.

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