Hanna, recensione della nuova serie Prime Video

Il film di Joe Wright è stato rielaborato in forma seriale, con risultati che possono affascinare e irritare per lo stesso motivo.

recensione Hanna, recensione della nuova serie Prime Video
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C'era una volta Hanna, film del 2011 diretto da Joe Wright che rileggeva in ottica più giovane, con elementi di fiaba dark, la classica storyline spionistica degli esperimenti governativi e degli agenti ribelli dotati di abilità sostanzialmente preternaturali. Nella fattispecie, l'omonima, imbattibile protagonista era una ragazzina, interpretata da Saoirse Ronan, alle prese con un complotto ordito da una perfida Cate Blanchett. Un mondo incantevole che sarebbe stato in grado di giustificare visite successive se non fosse stato per gli incassi modesti (63 milioni di dollari nel mondo, poco più del doppio del budget). A quasi otto anni dall'uscita del lungometraggio, l'espansione di quell'universo è finalmente stata resa possibile grazie a un rifacimento seriale targato Amazon Prime Video, con la firma di David Farr che aveva già scritto la sceneggiatura del film. Attenzione, la recensione contiene spoiler!

Una strana famiglia

Se l'originale era un incrocio tra i fratelli Grimm e le parti più folli e adrenaliniche del franchise di Jason Bourne, il remake insiste soprattutto sul secondo elemento, optando per un approccio meno stilizzato e più attento alla scrittura, forte della durata aggiuntiva concessa dagli otto episodi (con la porta spalancata per stagioni future). Particolarmente intrigante è la gestione della componente intima, dedicata alla famiglia, e del suo legame stretto con la trama orizzontale action/spionistica: in questa sede Hanna non è l'unico frutto dei misteriosi esperimenti ai quali Erik Heller la sottrasse, da cui l'entrata in scena della "sorella" Clara, spunto evidente a partire dal quale si andrà a costruire l'eventuale prosecuzione della serie.

È evidente la gioia con cui Farr, coadiuvato da quattro registi, ha rimesso mano al proprio materiale, rielaborandolo in modo talvolta sorprendente. Basti pensare a Erik, che al cinema era un espediente narrativo coi minuti contati e su Prime Video diventa un personaggio a tutto tondo, sempre destinato a morire ma con la ferita mortale centellinata lungo l'intera durata della stagione (quasi un Mr. Orange de Le iene, ma senza le quantità copiose di sangue), aggiungendo un che di fatalistico alla performance stoicamente intensa di Joel Kinnaman.

Conflitto al femminile


Otto anni fa il film confermò il talento di Saoirse Ronan, qui invece siamo di fronte alla consacrazione di un'altra giovane attrice, la diciannovenne Esme Creed-Miles (figlia di Samantha Morton, anche lei ora in territorio televisivo grazie a The Walking Dead). L'attrice emergente si impone gradualmente sin dai primi minuti dell'episodio inaugurale, giustificando pienamente la trasposizione e riuscendo a non farci rimpiangere (troppo) l'originale, di cui si sente la mancanza principalmente per quell'atmosfera sospesa tra reale e immaginario che nella nuova versione è assente.

Con lei assistiamo anche al duello recitativo a distanza con Mireille Enos nei panni di Marissa, la deviazione più interessante dal copione originale di Farr: non più completamente cattiva, arriva anche incolume alla fine della stagione, pronta per continuare a spiare in un futuro prossimo e dare un nuovo ruolo televisivo a lungo termine alla grandissima protagonista di The Killing.
Da quel punto di vista la nuova Hanna, pur seguendo un proprio percorso, non si discosta troppo dalla sorella maggiore cinematografica: sotto gli inseguimenti e i complotti si cela, prima di tutto, l'alchimia tra due bravissime attrici. E dopo i risultati esplosivi di questa prima annata è inevitabile la curiosità per dove potrebbe andare a parare una seconda stagione, completamente libera dal canovaccio del grande schermo.

Hanna serial Il film di Joe Wright arriva sul piccolo schermo in una nuova versione che sacrifica l'atmosfera fiabesca dell'originale per concentrarsi maggiormente sulla componente puramente spionistica. Ne deriva un risultato diverso ma comunque fedele allo spirito del prototipo, grazie a un trio di ottime interpretazioni, principalmente l'emergente Esme Creed-Miles nei panni della giovane assassina. Unico difetto di un certo peso: al netto di alcune deviazioni interessanti, il canovaccio cinematografico si fa sentire per gran parte della prima stagione.

7.5