Hunters: la recensione della nuova serie Amazon con Al Pacino

Nell'America degli anni Settanta i nazisti sono tra noi, ma Al Pacino e la sua banda di vigilanti sono pronti a dargli la caccia

recensione Hunters: la recensione della nuova serie Amazon con Al Pacino
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Questo mese Amazon punta tutto su Hunters, la serie sui cacciatori di nazisti prodotta da Jordan Peele, regista di Get Out e Noi, per Amazon Studios. Dopo aver visto per voi i primi episodi di Hunters in anteprima, scopriamo cos'ha in serbo la prima stagione della serie nata dalla penna dell'esordiente David Weil. Siamo nell'America degli anni Settanta, la comunità afroamericana è minacciata da un'ondata di razzismo e il presidente Carter siede nello Studio Ovale. Jonah Heidelbaum - il Logan Lerman protagonista della saga di Percy Jackson - è un diciannovenne ebreo che vive con la zia Ruth (Jeannie Berlin), sopravvissuta agli orrori dell'Olocausto e ad una serie di tragedie famigliari che l'hanno portata ad essere la sola tutrice del nipote. Dopo aver assistito all'omicidio della zia, assassinata in casa da qualcuno che sembrava conoscere, Jonah, frustrato dal lassismo della polizia, decide di farsi giustizia da solo.

Il ragazzo scopre con orrore che l'omicida è un ex nazista, uno degli incubi della zia nel campo di concentramento. Jonah viene così a conoscenza di un gruppo clandestino che dà la caccia ai nazisti emigrati negli Stati Uniti dopo gli orrori della guerra. I Cacciatori sono capitanati dall'ebreo Meyer Offerman (Al Pacino), che ha condiviso con Ruth la terribile esperienza dei campi di concentramento e sta risalendo a tutti i loro aguzzini presenti su suolo americano. Sulla scia della vendetta, Jonah si avvicina sempre più a Meyer, scavando nel doloroso passato della nonna, fino alla sconcertante verità. Nel frattempo i nazisti tramano nell'ombra per costituire il Quarto Reich e riportare così in auge l'ideologia ariana. Su tutti incombe un'indagine federale che fa emergere una scomoda realtà celata per troppo tempo. Con queste premesse Hunters sembra una serie da non perdere, ma non è oro tutto quel che luccica. Vediamolo nella nostra recensione.

La vendetta è la miglior vendetta (?)

Il tema dell'Olocausto è un argomento molto delicato, più volte ripreso dalla storia del cinema e dalla televisione. Quello della caccia ai nazisti è però un tòpos che ben si adatta alla rappresentazione di genere e Weil con Hunters ha ben pensato di cavalcarne selvaggiamente l'onda, con i pregi e (soprattutto) i difetti che vedremo in seguito. Ma c'è una questione morale cardine che si dipana per tutta la serie e che è improntata sulla vendetta. La vendetta ha lo stesso valore quando è personale o interposta? È giusto passare dall'altra parte della barricata e replicare la brutalità dei propri aguzzini per vendicare i torti subiti? La risposta è complicata, come complicato è il rapporto di Jonah con la vendetta.

Da una parte troviamo infatti la spinta nichilista di Meyer che mira ad annientare i nazisti per vendicarsi ed espiare al tempo stesso le proprie colpe. Dall'altra abbiamo Ruth, più riflessiva per quanto concerne quelle "delicate questioni dell'anima" che non vanno certo gestite diventando il mostro che si vuole affrontare. Sarà così l'influenza di entrambe le parti a guidare le azioni di Jonah fino alla presa di coscienza finale nella quale la parola vendetta assumerà un significato e un volto inaspettato.

Un'epifania nella quale il ragazzo sarà posto di fronte alla scelta definitiva. Un'ambiguità non a caso instillata anche dall'opening di Hunters, che indugia su una scacchiera sulla quale i Cacciatori e i nazisti sono pedine, ma non è dato sapere chi muova i pezzi. E non a caso la metafora degli scacchi, insieme a quella del supereroe, è tra le fondamenta valoriali della serie. Perché gli eroi senza macchia esistono solo nei fumetti che legge Jonah e se è vero che il Talmud recita che "vivere bene è la miglior vendetta", a volte è altrettanto vero che "la vendetta è la miglior vendetta". Oppure no?

Il Quarto Reich

Hunters si apre con il classico party americano a base di birra e carne grigliata nella casa di Biff Simpson (Dylan Baker), un politico americano che viene riconosciuto come spietato nazista dalla compagna di un invitato, sopravvissuta alle sue torture durante l'Olocausto. In questo clima surrealmente pop, colorato da una fotografia accesa, che pennella l'ordinarietà di una scena che sembriamo recitare a memoria, irrompe l'inaudito: Biff stermina tutti i presenti - moglie e figli compresi - e ricorda all'ebrea che i nazisti sono più vivi che mai e che sono disposti a tutto per difendere la loro causa.

Il teaser del primo episodio di Hunters è scioccante ed instaura una premessa dirompente che purtroppo non troverà il giusto sviluppo nel resto della stagione. Da lì in poi infatti i nazisti di Hunters infatti sembrano per lo più usciti da una pellicola di nazisploitation orfana della parte erotica, sembrano quasi dei cattivi da fumetto. La costruzione di un fantomatico Quarto Reich, la purezza della razza e la loro metastasi nelle istituzioni sono più l'occasione per esplicitare stereotipi, che per costruire effettive minacce.

L'eccezione è, guarda caso, rappresentata da Travis (Greg Austin), un americano fedele all'ideologia nazista, che scala l'organizzazione epurandola dagli anelli più deboli della catena ariana e che rappresenta l'unica concreta minaccia per Jonah e per gli altri Cacciatori. L'imprevedibilità del personaggio di Travis è l'unico fattore che sventa il rischio concreto di appiattire l'orrore nel macchiettismo.

Paradossalmente l'interesse dello spettatore è così catturato da altri fattori, come l'operazione "Paperclip", vicenda vera con la quale il governo americano ha di fatto cancellato il passato di migliaia di nazisti per inserirli in programmi governativi e della NASA, nonostante gli orrori commessi dai tedeschi; così da rubare menti preziose all'URSS e assumere una posizione di vantaggio nella Guerra Fredda. I siparietti satirici sulle colpe degli Stati Uniti nell'insabbiamento di efferati criminali di guerra rappresentano perciò alcuni dei momenti più godibili della serie.

La caccia

I cacciatori di Hunters hanno poco da spartire con la loro stessa caccia. Se si esclude Meyer, la squadra, presentata da un siparietto pulp di dubbio effetto, è costituita da soggetti quasi esclusivamente funzionali al proprio ruolo: l'esperto di travestimenti, gli armaioli, l'esperta di piani e logistica, il soldato e la falsaria. Personaggi quasi infallibili che vivono nella propria bolla ruolistica, anch'essi come se fossero protagonisti di uno dei fumetti tanto cari a Jonah.

Lo stesso Jonah, protagonista della serie, nonostante trovi nella vendetta la sua iniziale pulsione all'azione, si ritrova a sbrogliare alcuni nodi di trama grazie ad un'intelligenza sovrumana che gli permette di risolvere schemi complessi sulla falsariga del John Nash di A Beautiful Mind, con la differenza che nel film di Ron Howard questa capacità trovava riscontro nella tormentata psiche del protagonista, mentre in Hunters è sintomo di un potere quasi superoistico, per restare in tema con quanto riscontrato in precedenza.

Resta il fatto che alcuni personaggi riescono ad emergere in maniera più strutturata nel corso della stagione. Pensiamo ai coniugi Mindy e Murray (Carol Kane e Saul Rubinek), che godono forse dello sviluppo migliore tra gli altri Cacciatori, approfondendo la tragedia del figlio ucciso ad Auschwitz, il tema della perdita della fede in Murray e il dubbio morale della vendetta. Discorso diverso per Sorella Harriet (Kate Mulvany), la fantomatica suora ex agente MI6, maldestramente gestita nel suo "doppiogiochismo".

Il pressapochismo raggiunge il vertice con i personaggi di Roxy Jones (Tiffany Boone) e Lonny Flash (Josh Radnor). La prima, un'afroamericana con una figlia a carico, affronta la caccia per motivi economici nonostante la sua morale sia minata dall'esperienza dell'omicidio, quasi fosse un obolo necessario alla blaxploitation in un'ambientazione anni Settanta. Il secondo è un attore narcisista che dovrebbe essere in perenne lotta con la propria autostima e la necessità di essere pubblicamente riconosciuto; il condizionale è dovuto perché di tutto questo c'è veramente poco sullo schermo.

Meyer Offerman vive dell'interpretazione di Al Pacino e di una scrittura ad orologeria del suo personaggio, un po' demiurgo e un po' Mefistofele. Promosso anche il personaggio di Millie Malone (Jerrika Hinton), l'agente FBI che dà la caccia ai Cacciatori e si imbatte così nei nazisti. Millie è uno dei personaggi più completi della serie: agente donna e afroamericana, con tutte le rogne del caso, fidanzata con un'altra donna, con tutte le rogne dell'epoca, Millie si imbatte in un cancro che invade anche le istituzioni che rappresenta e deve scendere a patti con la sua deontologia per sventare la minaccia nazista; il tutto mentre la madre è gravemente malata in ospedale. Come si può notare da semplice questa sinossi, il percorso di Millie gode di una tridimensionalità valoriale e narrativa che alla maggior parte dei personaggi di questa serie è preclusa. Di fatto Millie Malone è l'eccezione che conferma la regola.

Monopolio creativo

David Weil esordisce con Hunters nelle vesti di showrunner e di unico sceneggiatore. La serie nasce dalla volontà di Weil di raccontare una storia che onorasse anche la memoria della nonna Sara, sopravvissuta ai campi di concentramento di Auschwitz e Bergen-Belsen. E infatti gli elementi più validi della serie sono il rapporto tra Jonah e la nonna Ruth, i flashback sull'Olocausto e la rappresentazione della cultura ebraica che pervade l'intera stagione. Il problema è che Weil sembra non avere le idee troppo chiare. né sui suoi personaggi, né sull'identità della propria serie. Un'identità forse più solida a livello di messa in scena, nonostante le derive pulp troppo stilizzate, ma che si mischiano a felici intuizioni di regia. Il risultato è che Hunters si perde nella prima metà della stagione alla ricerca di se stessa, in quei primi episodi che dovrebbero gettare le fondamenta della serie, ma che indugiano troppo spesso nell'esposizione di genere, piuttosto che nella costruzione dei personaggi.

Il problema è che Hunters cerca di essere una serie d'exploitation tout court, cercando di mettere nello stesso calderone le tematiche del nazismo, del razzismo nei confronti degli afroamericani, del sessismo e della violenza, esasperandone solo l'aspetto estetico, a discapito del contenuto, con il risultato che a tratti Hunters sembra un puro esercizio di stile, più che una storia da raccontare. Se l'analogia più scontata è con Bastardi Senza Gloria, siamo lontani anni luce dalla memorabilità dei suoi personaggi, nonostante in entrambi i casi ci sia un pesante ricorso ad un macchiettismo pulp che Tarantino padroneggia con autorità e autorialità, ma che in Hunters trova un terreno sterile, fermandosi ad un sensazionalismo citazionista che non rende giustizia alle interpretazioni del cast. L'impressione è che a livello narrativo Weil si sia concentrato troppo sugli eventi della seconda parte della stagione, dove iniziano a tirare le fila del discorso, con in mente solo il capitale colpo di scena che chiude l'arco narrativo.

Purtroppo, per quanto gli ultimi episodi della stagione risollevino le sorti di Hunters, rimane il fatto che guardiamo alla maggior parte dei personaggi come a maschere prese a noleggio, che vivono dei propri stereotipi e che di conseguenza non instillano quella scintilla necessaria a creare l'alchimia tra lo spettatore e la trama. Come abbiamo visto le eccezioni ci sono, ma non fanno che confermare la regola e non bastano a risollevare le sorti della stagione. Weil dichiara di avere in progetto cinque stagioni e confida che Amazon rinnovi la serie, che nella sua testa deve praticamente essere solo messa su schermo. Noi confidiamo nel fatto che Weil non commetta lo stesso errore di affidarsi più ai sentimenti che alla narrazione e che ci regali una seconda season all'altezza delle aspettative.

Hunters (serie TV Amazon) Hunters è un esperimento riuscito a metà. Forte di una premessa solida, si perde nei primi episodi alla ricerca di una propria identità, più interessato nel restituirci una goffa idea di genere, che all’impalcatura narrativa che ad essa soggiace. Questa problematica diventa esponenziale nella costruzione dei personaggi che, con poche eccezioni, risultano troppo esili e ancorati ad un ideale in chiave citazionista, che non trova nella scrittura l’exploit creativo che li valorizzi e che rischia a tratti di cadere nel ridicolo. Nonostante nella seconda parte della stagione le cose inizino a risollevarsi con un’evoluzione dell’intreccio, un’empatia più diffusa e colpi di scena al limite del necessario, Hunters rimane un’occasione sprecata. Il monopolio di David Weil alla sceneggiatura non aiuta e il risultato soffre la mancanza di uno scambio di idee più diffuso. La speranza è che un eventuale rinnovo possa fungere da nuovo inizio.

6.5