I'm Dying Up Here: Recensione della seconda stagione

Torna la serie prodotta da Jim Carrey sul mondo della comicità con la sua seconda stagione, sempre più diversa e ricca di tematiche poderose.

recensione I'm Dying Up Here: Recensione della seconda stagione
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La diversità è un valore fondamentale, specialmente nel campo dell'intrattenimento e in un medium in crescita costante, come ad esempio il mercato seriale. Può conferire una spinta in più alla propria creazione, un'identità forte per confrontarsi con un mare magnum di produzioni e uscirne, se non vincitori, quantomeno con qualcosa di ben definito e particolare, riconoscibile. I'm Dying Up Here segue ciecamente questo ideale, perché la sua storia, ammesso e non concesso si possa parlare effettivamente di storia, non poteva essere raccontata in maniera convenzionale. Le vicende di un gruppo eclettico di comici desiderosi di fare strada in questo mondo, di diventare famosi grazie al loro genio creativo o anche solo di sbarcare il lunario non meritavano un'impostazione comune, poiché un simile crogiolo di sentimenti misto a tematiche non banali doveva essere posto al centro di tutto lo show, qualunque fosse stato il costo. E il conto è infine giunto, un po' salato, visto che la diversità è un'arma a doppio taglio.

Fare di tutto pur di arrivarci

Fare di tutto pur di arrivarci, questa è la legge, il motto da ripetere ossessivamente. Non importa come, l'unica cosa che conta è riuscirci, raggiungere l'agognato successo. Ron (Clark Duke) lo sa fin troppo bene, giunto al punto di sacrificare la sua persona e la sua comicità per diventare il celebre Benny il postino, punta di diamante di una sitcom, riassumibile in un insignificante motto.

Cassie (Ari Graynor) e Adam (RJ Cyler) non sono da meno, ma devono lottare contro gli onnipresenti pregiudizi razziali e di genere. Non ne è estraneo nemmeno Bill (Andrew Santino), giunto fino alla poltrona del Tonight Show, eppure ancora a mani vuote, senza soddisfazioni né riconoscimenti. I'm Dying Up Here è la loro lotta, la lotta di chi sta rischiando la vita e ogni centesimo in tasca per un sogno, di chi vede e quantifica la propria esistenza in minuti, in battute, in pezzi, di chi trasforma il dolore di una gioventù andata in frantumi e di continue scelte sbagliate in parole da recitare al cospetto di sconosciuti, perlopiù disinteressati. Showtime ha plasmato un telefilm atipico che mette al centro queste tematiche e il processo creativo che le tramuta in genialità capace di strappare qualche risata. Ed è ricco di momenti da pelle d'oca, di riflessioni lucide e implacabilmente disilluse su una gamma di argomenti invidiabile che spazia dal razzismo all'abuso su minori, dall'abbandono alla famiglia, senza perdere un colpo.

È tutto un casino

Ma lo show creato da David Flebotte, in questa seconda stagione, va anche oltre, chiedendosi cosa ci sia dopo il successo. Quando ormai si è divenuti famosi, quando ormai i tempi in cui non si riescono a racimolare pochi centesimi sono lontani, cosa accade? Cosa viene dopo? Idealmente denaro, donne, la realizzazione del decantato sogno americano, ma la realtà è ben diversa e il celebre comico Ray Martin (Brad Garret) ne è l'emblema. Tutti i soldi e la notorietà che il mondo potrà mai dare non compenseranno quegli universi sull'orlo dell'implosione che i grandi geni in fondo sono, costantemente in fuga da qualcosa. E allora giungono le esagerazioni, le feste non-stop, la droga, gli errori, i sensi di colpa a cui non è possibile rimediare o fare ammenda, nonostante gli sforzi, come imparerà Nick (Jake Lacy). Non c'è fuga da se stessi, non c'è perdono per se stessi, solo rassegnata accettazione. "Desideravi il successo. Questo è soltanto arrivato insieme a lui".

La diversità, però, ha un prezzo, come accennato. Ed è evidente quale sia quello pagato da I'm Dying Up Here: la sua lealtà integerrima alla propria visione viene portata a un limite estremo, capace addirittura di alienare chi non è affascinato da questo ambiente. Molte serie si basano su un elemento cardine complesso, basti pensare a Billions, ma si cerca un compromesso, un modo per addolcire o casomai offrire di più, proprio per rimanere nell'ottica di star dando vita ad un prodotto di intrattenimento. I'm Dying Up Here è una serie grandiosa, ma con questo enorme limite e di conseguenza non è per tutti.

I'm Dying Up Here - Stagione 2 Anche la seconda stagione di I'm Dying Up Here rappresenta un prodotto ragguardevole, unico, a tratti grandioso e capace di raggiungere vette di sceneggiatura corale da non temere nessuno. Tematiche forti, momenti e confronti da pelle d'oca, scontri ideologici mai banali e stantii, oltre che straordinariamente attuali. Non compie però quel passo indietro sulla sua diversità che lo renderebbe capace di aprirsi ad un pubblico ben più ampio. Invece no, rimane un po' troppo arroccato nel suo castello, una cosa per certi aspetti da lodare, ma che lascia un retrogusto amarognolo dopo tanta maestosità.

7.5