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Il club delle babysitter: recensione della serie reboot di Netflix

Da una famosa serie di romanzi per ragazzi un nuovo reboot che insegue le evoluzioni moderne e affronta tematiche senza età

recensione Il club delle babysitter: recensione della serie reboot di Netflix
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I remake e i reboot ormai spopolano nel mondo dei media. I grandi prodotti dei decenni passati, apparentemente irraggiungibili, negli ultimi anni sono stati soggetto di recuperi e riscritture, non sempre con validi risultati. Uno dei reboot che in questi ultimi giorni ha fatto più parlare di sé è Il club delle babysitter, riscrittura di un prodotto a puntate degli anni ‘90 tratto a sua volta da una famossissima serie di romanzi per adolescenti scritti da Ann M. Martin tra il 1986 e il 2000.

Con il suo target giovanile e le tematiche impegnative affrontate, Il club delle babysitter ha rappresentato una saga letteraria importante e dal grande valore educativo, ruolo che ha deciso di ricoprire anche la nuova serie di Netflix in dieci puntate, caricate sulla piattaforma il 3 luglio 2020. Grazie a questa nuova uscita di luglio Netflix continua a dimostrare di saper offrire al pubblico prodotti mirati e interessanti!

Da una saga di successo a un reboot ben realizzato

Ci sono prodotti per l'infanzia che, per un motivo o per l'altro, restano nella memoria dei loro piccoli fruitori. Piccoli Brividi ci ha regalato notti insonni e incubi, i vecchi fumetti ci hanno catapultato in un mondo di avventure, mentre Il club delle babysitter ci ha insegnato a crescere e a comprendere il valore delle esperienze come fonte di importanti insegnamenti. Netflix ha deciso di stuzzicare la nostalgia degli spettatori che tra gli anni ‘80 e il 2000 hanno avuto modo di leggere e amare la serie di libri della Martin con una serie tv ad essa ispirata, puntando al tempo stesso anche a un pubblico più giovane. Il club delle babysitter riprende nei toni e nella trama principale l'esperienza iniziata decenni fa, adattandola però alla modernità. Il rischio che corre la gran parte delle rivisitazioni prodotte negli ultimi anni non sembra toccare troppo questo nuovo titolo Netflix, che si rivela piacevole da guardare, dinamico e consapevole dei propri contenuti. La trama, molto simile a quella ideata dall'autrice della saga, si presta come ottimo pretesto per esplorare il mondo adolescenziale contemporaneo, stimolato da spunti culturali sempre nuovi, ma afflitto anche da problematiche senza tempo.

Kristy (Sophie Grace), studentessa delle medie, una sera come molte altre ha un'idea geniale: fondare un club di babysitting con le amiche Mary Ann (Malia Baker), Claudia (Momona Tamada) e Stacey (Shay Rudolph). Quello che sembra un ottimo modo di fare qualche soldo si rivela presto una palestra di vita, grazie alla quale dimostrare la propria capacità di far fronte alle emergenze, di prendersi le proprie responsabilità e di rimediare a molte ingiustizie, personali o sociali. Grazie all'inserimento nel gruppo anche della nuova arrivata in città Dawn (Xochitl Gomez), il club diventa una vera e propria squadra, spesso attraversata da conflitti e fraintendimenti, ma anche unita da un profondo sentimento d'amicizia.

È proprio l'amicizia il tema portante della serie, che in questo senso richiama moltissimo la saga letteraria creata da Ann M. Martin, realisticamente rappresentato tramite scontri e malumori, ma anche confessioni e tanta solidarietà. A sottolineare la verosimiglianza del gruppo fondato da Kristy non è solo questo miscuglio di sentimenti contrastanti - accentuati dalla delicata età delle protagoniste - ma la scelta di mettere in scena personaggi più archetipici che stereotipati, denotati dunque da tratti ben distinguibili ma non troppo caratterizzati dai soliti cliché.

Kristy, Mary Ann, Claudia, Stacey e Dawn sono tutte diverse, per etnia, ambiente di provenienza, personalità e passato. Ognuna di loro presenta un carattere che si compone al tempo stesso di debolezze e punti di forza. La leader del gruppo è (o sembra) sicura di sé, indipendente e un po' maniaca del controllo e queste caratteristiche le permettono di essere un elemento guida importante, ma la portano anche a mettere a dura prova il resto del gruppo.

Mary Ann è buona, timida, ma molto responsabile, giudiziosa e più coraggiosa di quanto non si pensi. Claudia, amante dell'arte, non è particolarmente brava a scuola, ma si impegna molto in ciò che le piace e ha uno spirito creativo invidiabile. Stacey a prima vista sembra la più superficiale del gruppo, con la sua aria sofisticata e la famiglia benestante, ma è dolce, insicura e nasconde un segreto che la mette in grande difficoltà. Infine c'è Dawn, l'alternativa del gruppo, solare, adattabile e aperta alle nuove tendenze dell'epoca moderna. Tutte loro formano un gruppo molto eterogeneo, realistico e interessante.

Ogni puntata esplora le attività del club dal punto di vista di uno dei suoi membri, procedendo nella trama orizzontale, ma analizzando anche in profondità la personalità, i sogni e le paure delle sue protagoniste. In quanto a rappresentazione Il club delle babysitter avrebbe potuto fare qualche passo in più, approfondendo gli elementi che differenziano i personaggi gli uni dagli altri, ma le occasioni per esplorare le loro vite anche dal punto di vista del background culturale non mancano (Claudia, nata in America ma giapponese di origine, scopre dalla sorella che la nonna, Mimi, è stata detenuta in passato in un campo di prigionia ed è stata vittima di razzismo).

La decisione di non accentuare troppo questo tipo di differenze trasmette tuttavia un messaggio importante di parità, raggiunto grazie a un sistema di personaggi ben bilanciato. Anche dal punto di vista tecnico la serie è ben realizzata. Regia, montaggio e musiche svolgono bene il proprio dovere e danno vita a un prodotto fresco e dinamico, molto simile ai film e alle serie tv che in passato hanno fatto sognare gli spettatori ora grandicelli, anche se non sempre perfetto nella sua scrittura. La seconda metà della serie in particolare sembra allontanarsi dal progetto del club di babysitting, perdendosi un po' in questioni secondarie che avrebbero dovuto essere integrate meglio in quello che è l'elemento narrativo centrale.

Nel segno della modernità: le tematiche profonde e complesse di questo prodotto Netflix

Il club delle babysitter è una serie tv in primo luogo gradevole da guardare. L'assenza di volgarità la rende particolarmente adatta a un target pre-adolescenziale, ma sono soprattutto i suoi contenuti a rappresentare un valido elemento educativo. A differenza di molti titoli simili e destinati all'età di riferimento, Il club delle babysitter non sviluppa la propria tram su quale sia il modo di conquistare il bel ragazzo di turno o su come aggirare l'autorità per raggiungere i propri obiettivi. Con uno stile fresco e piacevole questa nuova serie Netflix mette in gioco comportamenti piuttosto realistici, premiando quelli virtuosi e correggendo gli errori che i personaggi (protagoniste e figure secondarie) compiono occasionalmente. La serie sceglie inoltre di rinnovare le tematiche della saga anni ‘80 per ambientare le vite e le azioni dei membri del club in un'epoca moderna, ricca di contraddizioni, evoluzioni sociali e culturali, ma ancora attraversata da ingiustizie.

Sono moltissimi gli argomenti soggetto di analisi, che in questa serie vengono affrontate validamente proprio in virtù di una rappresentazione il più possibile semplice. Dai problemi più frequenti dell'età pre-adolescenziale e adolescenziale - come le prime cotte, il rapporto con la famiglia, la crescita, lo sviluppo della propria interiorità e indipendenza, le relazioni sociali e così via - passando per quelli ostici anche per un adulto - il lutto, la malattia, il divorzio, l'abbandono - fino alle grandi questioni sociali - orientamento sessuale, identità di genere, femminismo, emancipazione - tutto viene affrontato con sensibilità, ma soprattutto con una visione del mondo innocente e con un approccio facilmente comprensibile anche per il target di riferimento.

Semplificare questi contenuti significa donare loro legittimità e integrarli con spontaneità enella vita quotidiana della società, senza per forza sottolineare la diversità delle figure prese in esame. Un esempio emblematico di questo valido approccio è la storia di Bailey, una bambina trasngender che Mary Ann deve accompagnare in ospedale a causa di un problema di salute.

Tocca alla ragazza spiegare a medici e infermieri la situazione, chiedendo agli adulti di mantenere un atteggiamento il più possibile rispettoso dei sentimenti della bimba. Il tutto viene affrontato con semplicità e innocenza, sottolineando ancora una volta quanto sia importante includere con naturalezza tematiche di spessore anche nei prodotti per ragazzi, per diffondere messaggi inclusivi ed educare all'uguaglianza. In questo senso Il club delle babysitter compie un ottimo lavoro, rappresentando con realismo il delicato passaggio da infanzia ad adolescenza, con tutto ciò che la crescita comporta.

Il club delle babysitter Con il suo tono fresco e le tematiche attuali, il reboot de Il club delle babysitter riesce al tempo stesso a strizzare l'occhio ai fan del prodotto originale e a conquistare un target giovanile. La narrazione dinamica, i personaggi realistici e ben realizzati e lo stile gradevole permettono alla serie di divertire gli spettatori e a educarli, mettendo in scena problemi di tutti i giorni e grandi questioni sociali ancora meritevoli di una degna rappresentazione. Il club delle babysitter predilige in questo senso un approccio semplice, comprensibile anche ai giovani, ma non per questo meno sensibile o maturo.

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