Il complotto contro l'America Recensione: tra fantapolitica e thriller

Il complotto contro l'America, miniserie HBO tratta dal romanzo di Philip Roth, riesce a convincere e coinvolgere, affrontando anche tematiche importanti.

Il complotto contro l'America Recensione: tra fantapolitica e thriller
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In attesa di poter vedere le serie TV Sky in arrivo a settembre, andiamo ad analizzare la prima stagione della serie ucronica Il Complotto contro l'America. Il fascino dei racconti appartenenti a questo genere, risiede spesso nella capacità di sfruttare determinati periodi storici, per offrirci una realtà parallela in grado di catturarci con punti di riferimento che facilitano l'immersione dello spettatore nella storia, prima di catapultarlo in un mondo diverso, nel quale le nostre maggiori paure si manifestano. Proprio seguendo questo ragionamento, Il Complotto contro l'America, miniserie HBO tratta dall'omonimo romanzo di Philip Roth, pone un quesito che negli anni si sono fatti in tanti, ovvero: cosa sarebbe successo se gli Stati Uniti si fossero schierati al fianco della Germania nazista?

Gli attualissimi anni 40

Come scrivevamo nella nostra anteprima de Il Complotto contro l'America, la storia è ambientata negli anni '40, e quello che salta subito all'occhio della miniserie curata da David Simon ed Ed Burns, è l'atmosfera che si respira già dal primo episodio. Infatti assistiamo ad una ricostruzione fedele del periodo: dalle notizie provenienti dal fronte, agli usi e costumi dei personaggi. Questo trascina inevitabilmente lo spettatore dentro quegli anni, rendendo tutto tanto credibile quanto ansiogeno quando si entra nel discorso politico.

La radio è uno dei protagonisti del racconto, rappresenta il simbolo di un rito quotidiano che vede la famiglia riunirsi per ascoltare le notizie politiche e non. Ed è proprio da queste riunioni che inizia ad aleggiare una tensione crescente, con l'avanzata dell'esercito tedesco e le elezioni americane sempre più vicine. Questo, mentre l'aviatore Lindbergh (che anche nella realtà simpatizzava per la Germania nazista), diventa un serio candidato per la presidenza, guadagnando consensi a discapito di Roosvelt.

E qui entra in gioco proprio il tema politico, tanto centrale all'interno della serie quanto attuale nei temi trattati: Lindbergh, noto per le sue imprese da aviatore nella prima guerra mondiale, si comporta da vero e proprio showman politico, presentandosi in aereo e opponendosi alla volontà interventista di Roosvelt di giungere alla pace con la Germania, restando neutrale e lasciando avanzare i tedeschi. Quello che colpisce di questa miniserie è senza dubbio l'attualità dei temi, che seppur traslati indietro di 70 anni sono una chiara critica all'attuale politica populista. Interessante anche come viene introdotta l'emancipazione femminile, che iniziamo ad intravedere con donne che cercano lavoro all'interno di famiglie ancora di stampo patriarcale.

Il clima di questa realtà alternativa lo viviamo attraverso di occhi della famiglia ebrea dei Levin, ben caratterizzata e in grado di fornire punti di vista diversi. Un esempio, è Sandy (Caleb Malis), il figlio maggiore, che da ammiratore di Lindbergh, si lascia coinvolgere in uno dei nuovi piani governativi pensati per "l'integrazione" degli ebrei. Il padre di famiglia Herman (Morgan Spector), assieme al nipote Alvin ( Anthony Boyle ), catalizza su di sé gran parte della tensione, non riuscendo ad accettare quello che sta accadendo e partecipando attivamente ad alcune proteste politiche, con Alvin che va addirittura a combattere a fianco dei canadesi. Philip (Azhy Robertson), è il figlio minore, e come la madre Bess (Zoe Kazan), resta vittima del susseguirsi degli eventi, rafforzando quella sensazione di paura che paralizza e strangola i personaggi e lo spettatore. O almeno così è fino a quando Bess capisce di dover cambiare qualcosa, mostrandosi forte e facendo venir fuori un carattere che nelle battute iniziali era rimasto celato.

Importanti e convincenti anche Evelyn (Winona Ryder) ed il rabbino conservatore Lionel Bengelsdorf (John Turturro), con quest'ultimo che sostiene Lindbergh, fino a quando non si rende conto di non essere in grado di controllarlo, dopo che nel corso del periodo elettorale aveva cercato di convincere la comunità ebraica delle buone intenzioni del candidato, appoggiando programmi che in realtà andavano verso una ghettizzazione mascherata da opportunità di formazione. Oltre tutto questo, sullo sfondo, la situazione americana sembra irreparabile, con la xenofobia e le azioni di antisemitismo portate in atto dai suprematisti bianchi che non vengono punite. I controlli sempre più frequenti nelle strade verso gli ebrei, in una realtà tanto diversa quanto credibile, creano un contesto opprimente che gela lo spettatore, in grado di coinvolgere e far venire i brividi grazie ad una sceneggiatura di grande spessore.

Il volto della paura

La costruzione lenta ma inesorabile di un' America filonazista non si respira solo dalla preoccupazione che vivono i protagonisti e dalle notizie che circolano, ma viene messa in scena con alcune sequenze simboliche di grande impatto. Fra queste, quella che colpisce di più è vicino al finale, dove le strade sono controllate dai suprematisti, e l'ansia e la tensione sono letteralmente palpabili. Altro esempio è la fuga verso il Canada delle famiglie ebree del quartiere, con macchine cariche e vicini che spingono i Levin a riflettere su quello che sta accadendo: gli Stati Uniti non sono più liberi, ma schiavi di una mentalità xenofoba dilagante. D'impatto anche la cena governativa con alcuni leader nazisti, dove Bengelsdorf e Evelyn si sentono sempre più fuori posto nonostante l'importante carica politica del rabbino.

Tra i tanti pregi, ci sono però anche delle note negative, come ad esempio un ritmo generale compassato che nella parte centrale rallenta in modo eccessivo. Considerando la costruzione narrativa che avanza a piccoli passi, forse anche sul finale si poteva osare di più, con una chiusura che, se da una parte funziona per il modo sorprendente in cui si realizza, dall'altra potrebbe anche sembrare fin troppo sbrigativa, riservando uno spazio forse troppo ristretto per uno snodo così importante.

Tornando agli aspetti positivi, il cast è sicuramente azzeccato, in particolare per quanto riguarda il capofamiglia Herman, con un Morgan Spector che riesce a far trasparire l'ansia e la paura dalle sue espressioni. Anche il rabbino interpretato da Turturro è convincente, e questo non fa che rafforzare ulteriormente dei personaggi già ben scritti. Per quanto riguarda la regia, come accennato prima, siamo su ottimi livelli, soprattutto per alcune scene di grande impatto, con una scenografia impeccabile che rende tutto verosimile.

Considerando quanto detto, ci sentiamo di consigliare Il Complotto contro l'America, eccezione fatta per chi cerca l'azione e mal digerisce una storia che richiede pazienza e attenzione, soprattutto per il ritmo di alcuni episodi che, se non si è sufficientemente coinvolti, possono risultare eccessivamente pesanti.

Il complotto contro l'America Il complotto contro l'America è una serie che, lasciandosi coinvolgere e sopportando i cali di ritmo, riesce a regalare una storia affascinante e credibile, con personaggi dotati di un'ottima caratterizzazione e una scenografia di ottima fattura. Peccato per una parte centrale meno appassionante, che impedisce a questa miniserie di raggiungere l'assoluta eccellenza.

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