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Il metodo Kominsky: la recensione della nuova comedy di Chuck Lorre

Dal 16 novembre su Netflix è disponibile Il metodo Kominsky, nuova comedy di Chuck Lorre con Michael Douglas e Alan Arkin.

recensione Il metodo Kominsky: la recensione della nuova comedy di Chuck Lorre
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Prendete due grandissimi attori come Michael Douglas e Alan Arkin, un autore brillante e prolifico come Chuck Lorre, chiudeteli dentro uno stanzino, date loro soldi e libertà creativa come è solita fare Netflix, e provate a vedere cosa ne esce fuori. In svariati dei vari mondi possibili probabilmente la risposta sarà la stessa, Il metodo Kominsky. Quella disponibile dal 16 novembre sulla piattaforma streaming è infatti l'imperfetta amalgama che più di tutte sembra poter rappresentare il momento attraversato dai tre pilastri di questa "strana" comedy. Una serie insolita, non tanto per il suo contenuto, quanto per la provenienza del contenuto; mai pienamente a fuoco, ma con delle idee molto lucide; candidamente vera, grazie all'apporto di ciascuno dei campioni chiamati in causa. Ma andiamo con ordine.

Gli anziani di Hollywood

Attore disilluso e rassegnato a una carriera marginale, Sandy Kominsky (Douglas) è invece un ottimo e stimato insegnante di recitazione, che ha trovato nella sua scuola un luogo di equilibrio e soddisfazione, dove poter fuggire dai problemi personali che lo attanagliano. È infatti un uomo orgoglioso, testardo, e, nel pieno della vecchiaia, con una difficile accettazione di quelle che sono le problematiche dell'età, dalla prostata fino all'inesorabile paura della morte.

A fargli da contraltare Norman Newlander (Arkin), migliore amico e agente di Sandy. È un uomo rispettabile, fondatore di una delle più prestigiose agenzie di Hollywood, caratterialmente opposto al suo amico. È pacato, elegante, e profondamente innamorato da più di quarant'anni di sua moglie Eileen (Susan Sullivan). La morte della donna è il motore principale della serie, dato che scatena quelle che sono le diverse reazioni che vanno a costituire l'asse principale del racconto.

I tremiti dell'età

La dipartita di Eileen funziona da pretesto per portare sullo schermo il rapporto tra i due protagonisti, catalizzatori di un discorso che parte dal lutto e la solitudine per spaziare verso una varietà di temi, che vanno dal rapporto con i figli all'amore, dall'anzianità al lavoro. I botta e risposta di due caratteri così diversi riescono a dare una panoramica piuttosto completa della complessità umana, eppure proprio questa abbondanza di tematiche non permette di dare una vera profondità a nessuno dei ragionamenti iniziati. È come se la serie funzionasse esattamente come i suoi anziani protagonisti, superficialmente saltando da un discorso all'altro, dimenticandosi di star parlando di una cosa per passare a qualcosa di diverso, accennando, lasciando in sospeso. Succede con i contenuti così come per i personaggi secondari, sfruttati per introdurre argomenti ma poi lasciati a galleggiare, senza uno sviluppo complesso, che siano questi Mindy(Sarah Baker), l'imprescindibile figlia di Sandy, o Phoebe (Lisa Edelstein), la problematica figlia di Norman; fino a Lisa (Nancy Travis), studentessa di cui l'insegnante si innamora.

Leggende di Hollywood

Nessuna di loro trova una vera compiutezza, offuscata dalla magniloquenza dei due protagonisti. Douglas e Arkin danno vita infatti a due personaggi sfaccettati, pluriformi, se vogliamo anche distanti dall'idea generale che di loro ha il pubblico. Specialmente Michael Douglas, associato a caratteri cinici, duri, per certi versi cattivi, si scrolla di dosso l'ombra di Gordon Gekko per regalarci una sorprendente interpretazione, divertente e divertita, che lui stesso ha definito in linea con quelle che sono le problematiche dell'età che avanza. Perché se i temi sfiorati sono tanti, tutti sono filtrati dal più grande discorso sulla vecchiaia, su come l'età possa influire sul carattere, sul fisico, sui rapporti.

E nel complesso, da questo punto di vista è un lavoro riuscito, che si prende i suoi momenti di serietà, intervallati ad altri, riusciti o meno, di più genuine risate, riuscendo a dipingere genuinamente una fase della vita, raccontata sempre troppo poco, e a renderla interessante a tutti. In questo si vede tutta la maestria di Lorre, che pur abituato a qualcosa di diverso ha sempre un ottimo controllo della scrittura, e ci regala un prodotto dolceamaro che, nonostante i difetti, vale davvero la pena di essere visto.

Il metodo Kominsky Chuck Lorre torna con una nuova serie dai toni più malinconici rispetto al suo solito. Affidandosi alla bravura di due icone di Hollywood, mette in scena un discorso sulla vita che, nonostante pecchi un po’ di superficialità, ben riesce a rappresentare l’essenza della vecchiaia.

7.5