Il Nome della Rosa, recensione della miniserie Rai

Il nuovo progetto seriale della rete ammiraglia italiana non rende giustizia all'amatissimo romanzo di Umberto Eco.

Il Nome della Rosa, recensione della miniserie Rai
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Doveva essere l'evento di fine inverno/inizio primavera nel palinsesto di Rai Uno, un adattamento letterario di un certo peso dopo l'ottimo esito de L'amica geniale (nonché la sempre affidabile fonte di successi che è la prosa di Andrea Camilleri). E poi, dopo una prima serata (su quattro) con ascolti più che rispettabili, Il Nome della Rosa ha perso metà del suo pubblico nelle due settimane successive, e un calo simile non è attribuibile solo a considerazioni sulla qualità del prodotto, ma anche a problemi su come tale prodotto è stato venduto, dalla pessima strategia di marketing (la Rai ha iniziato a pubblicizzare la serie soltanto durante Sanremo, un mese prima della messa in onda) alla mancata chiarezza sul target della serie. Forse perché, a conti fatti, nemmeno gli autori sapevano davvero quale fosse il target. Attenzione, la recensione contiene spoiler!

Tutto uguales, tutto bellissimos?

La stessa settimana in cui la miniserie ha debuttato in Italia e Francia, il cineasta Jean-Jacques Annaud, regista dell'adattamento cinematografico del romanzo di Umberto Eco uscito nel 1986 (e attualmente presente nel palinsesto di Sky con La verità sul caso Harry Quebert), ha rivelato che gli era stata proposta la regia di questa nuova trasposizione, che lui ha rifiutato perché la sua lettura del testo di Eco l'aveva già data ai tempi. Una lettura parziale, dovuta alla necessità di condensare tutti i livelli di lettura della prosa del Professore in un film di due ore destinato al grande pubblico, ma comunque dotata di un certo fascino. Con i tempi dilatati della televisione non era illogico aspettarsi qualcosa di più approfondito, che andasse oltre il semplice elemento mystery in salsa medievale ed esplorasse le questioni storiche, filologiche e intertestuali tanto care a Eco.
Cosa ci ha dato, invece, il regista Giacomo Battiato? Un mystery medievale allungato all'inverosimile, dove le aggiunte provenivano non dal romanzo ma dalla realtà storica (rielaborata) o dalla fantasia degli sceneggiatori, tra raccapriccianti flashback sulla vita di Fra Dolcino e uno spazio maggiore, ma drammaticamente inerte, per i personaggi femminili. Un mystery anonimo, su sfondi dall'aria costantemente artificiosa e "televisiva" nell'accezione negativa del termine, dove anche la componente gialla è ben presto diventata irrilevante: anche senza aver letto il libro o visto il film di Annaud, l'identità dell'assassino era telefonata sin dal primo episodio.

Ui ar interneiscional

All'apparato tecnico che nel migliore dei casi si rivela modesto (e nel peggiore produce risultati come la morte di Remigio nella puntata finale) si aggiunge la questione spinosa della lingua, che nel romanzo è uno spunto per raffinati giochi di scrittura e nella serie diventa causa di problemi: il progetto è stato girato in inglese, con un cast principale prevalentemente angloamericano (John Turturro, Michael Emerson, Rupert Everett, James Cosmo), ma per chi ha visto le puntate in prima serata su Rai Uno le uniche opzioni disponibili erano il doppiaggio italiano o l'audiodescrizione (solo su RaiPlay era disponibile la versione originale, preclusa quindi a tutti gli spettatori che vivono fuori dall'Italia). Ora, al netto del luogo comune sul pubblico italiano avverso ai sottotitoli, cosa costa, nel 2019, mettere a disposizione l'audio originale durante la messa in onda principale, considerando che L'amica geniale, andato in onda sul medesimo canale con sottotitoli per i dialoghi in napoletano, non aveva creato alcun problema agli spettatori (e se andiamo in zona Sky c'è anche il caso di Gomorra)?
Ne esce indebolita soprattutto la performance di Turturro, penalizzata da un doppiaggio che, oltre a essere vocalmente incompatibile con l'attore, è proprio piatto e riduce le qualità intellettuali e umane di Guglielmo da Baskerville a un ammasso di frasi vuote.

In tal senso, l'immagine che forse più di tutte riassume lo spirito della miniserie è, ancora una volta, legata al Salvatore di Stefano Fresi: all'inizio ci aveva regalato quella perla di "umorismo" poliglotta che era "Tutti ugualos, tutti bellissimos, todos beautiful, eh", mentre qui, mentalmente distrutto dalla tortura ordita da Bernardo Gui (Everett, unico interprete che, anche in italiano, sembra essersi veramente calato nella parte), vaneggia in un misto di tre o quattro lingue, evidenziano la schizofrenia di un progetto che voleva riunire le diverse anime del testo originale e le ha combinate in un calderone confuso.
E così, mentre l'abbazia brucia, le ultime parole sulla natura del progetto spettano ad Adso e Guglielmo: il primo parla di come è riuscito a salvare dalle fiamme solo alcuni "fantasmi dei libri", mentre il secondo commenta l'accaduto traducendo dal latino la frase finale del romanzo, su come della rosa rimanga solo il nome. Ecco, quel nome è tutto ciò che resta anche della fonte letteraria della miniserie, un fantasma che abbiamo visto svolazzare in giro, senza alcuna consistenza, per quattro settimane.

Il Nome della Rosa - serie tv La miniserie italo-tedesca basata sul romanzo di Umberto Eco vuole essere un adattamento prestigioso, capace di rappresentare il non indifferente pedigree della Rai con le trasposizioni letterarie. Ma tra un'estetica sciatta, un doppiaggio mediocre e la semplificazione eccessiva di tutto ciò che rendeva affascinante il testo di Eco, è difficile non pensare a una grossa occasione sprecata. Peccato soprattutto per John Turturro, che in altre circostanze sarebbe stato un Gugliemo da Baskerville sopraffino.

4.5