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L'Impero Ottomano: Recensione della nuova docuserie Netflix Recensione

Appena asceso al trono, il sultano Maometto II marcia su Costantinopoli e dà il via ad un lungo assedio per la città che gli garantirebbe l'immortalità.

recensione L'Impero Ottomano: Recensione della nuova docuserie Netflix
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La storia è ricca di momenti memorabili, sotto ogni punto di vista. Nei secoli sono accadute numerose vicende a loro modo straordinarie o estremamente drammatiche, dalla potenza immaginifica incalcolabile. Per questo una docuserie come l'Impero Ottomano di Netflix può trasformarsi in una mossa semplicemente geniale: immaginate un prodotto che volta per volta riesca a dar vita su schermo ad alcuni degli snodi cruciali della storia dell'umanità, una possibile, nonché da noi auspicata, natura antologica che il titolo originale ben suggerisce - Rise Of Empires: Ottoman. Certo, poi bisogna tradurre queste belle premesse in una serie, cosa assolutamente non banale né scontata.

È complesso, nel giro di poche puntate, dare una visione d'insieme soddisfacente di avvenimenti così importanti. Eppure l'Impero Ottomano, a parte una grave ingenuità, non solo ci riesce, ma supera il test grazie ad una sceneggiatura curata che rende ricco di pathos un evento di cui si conosce perfettamente l'esito. A tutti gli effetti si tratta della prima grande sorpresa di inizio 2020 insieme ad un'altra (ancor più) eccezionale docu-serie: Notte sul pianeta Terra.

Una struttura classica

L'intreccio inizia con la salita al potere di Maometto II (Cem Yigit Uzumoglu), divenuto nel 1451 sultano dell'Impero Ottomano a soli 19 anni in seguito alla dipartita del padre. Giovane, voglioso di dimostrarsi degno di un ruolo del genere e ambizioso oltre ogni immaginazione, il suo sguardo si volge verso una conquista che gli garantirebbe l'immortalità: Costantinopoli, ultima roccaforte dell'Impero Romano d'Oriente retta da Costantino XI (Tommaso Basili). L'impresa non è facile, la città è circondata da cinta di mura impenetrabili che hanno già fermato dozzine di eserciti ma non basta a fermare le aspirazioni del nuovo regnante, convinto di essere destinato alla vittoria. Ne scaturisce un lungo assedio che sancirà definitivamente la nascita di un impero e la caduta di un altro.

L'impianto della docuserie è piuttosto classico, in quanto l'assedio di Costantinopoli viene alternato con interventi di studiosi, docenti universitari e letterati esperti del periodo. Ed una delle più sorprendenti note positive viene proprio da questi intermezzi: sicuramente a tratti spezzano un po' troppo il ritmo - conseguenza forse inevitabile - della narrazione, però non risultano mai noiosi o fini a sé stessi.

Anzi, aiutano in maniera decisa ad aumentare esponenzialmente l'impatto di alcune scene, riescono a trovare un loro equilibrio senza scadere troppo nel dottrinale appesantendo l'intero prodotto, propongono interessanti e lucide analisi politico-tattiche delle varie situazioni e, soprattutto, si nota che provengono da persone appassionate. Vi è una genuina e sincera partecipazione degli studiosi coinvolti, e sentir parlare in maniera entusiasta di ciò che sta accadendo su schermo non fa altro che accrescere il coinvolgimento - similmente a come accadeva nella mai abbastanza lodata La storia dell'Universo.

Una sceneggiatura solida

Non meno avvincenti si dimostrano le sequenze dell'assedio vero e proprio: qui gli sceneggiatori vanno lodati per diversi aspetti. Innanzitutto la capacità di mantenere sempre alta l'attenzione e la tensione, nonostante ancora una volta l'esito sia già scritto e noto. Essendo una docuserie basata su un singolo avvenimento, oltretutto una battaglia, non c'era possibilità di mostrare altro o arricchire la narrativa con deviazioni o voli pindarici. L'Impero Ottomano doveva mettere in scena l'assedio di Costantinopoli, così è stato e un ruolo fondamentale è stato giocato dalla caratterizzazione non solo di Maometto II e Costantino XI, ma delle loro corti. E allora spiccano da entrambe le parti personaggi notevoli, come Giovanni Giustiniani (Birkan Sokullu), mercenario genovese assoldato per difendere il baluardo della romanità, o Candarli Halil Pascià (Selim Bayraktar), il Gran Visir ambiguo fino alla fine.

Senza momenti morti né riempitivi di alcun tipo, la narrazione viaggia spedita verso l'ineluttabile finale, soffermandosi per quanto possibile su alcune tematiche che non sempre possono fregiarsi delle luci della ribalta. Le condizioni costantemente più critiche degli assediati, le difficoltà di gestire un immane esercito assediante, il continuo gioco politico e mentale tra i due contendenti, sono squarci che creano momenti evocativi, crudeli, speranzosi, a seconda del contesto. Funziona e neanche qualche palese limite di budget - specialmente nelle scene di battaglia - riesce a disturbare troppo la sospensione dell'incredulità dello spettatore.

L'unico difetto realmente invalidante, gravoso poiché facilmente colmabile, è la mancanza del contesto storico. Chi ignora la situazione geopolitica dell'epoca si trova spaesato, ma sarebbe bastato poco per spiegare l'assetto generale delle forze in campo. L'Impero Ottomano, su questo versante, offre inspiegabilmente troppo poco. Il resto è una docuserie che, pur nella sua classicità di base, sa cosa vuole fare e come farlo bene.

L'Impero Ottomano L'Impero Ottomano è una docu-serie solida, seppur molto classica. È infatti un prodotto che alterna sequenze storiche con interventi di letterati e studiosi, senza mai esagerare e anzi riuscendo ad accrescere persino il pathos del racconto. Il vero merito, però, risiede in una sceneggiatura bilanciata, efficace, capace di tratteggiare in maniera egregia i suoi personaggi principali e di risultare intrigante e ricca di suspense. L'unico ed incomprensibile difetto è la mancanza di un contesto storico ben delineato. Ma rimane un prodotto curato che, non raggiungendo magari l'eccellenza, rappresenta la prima grande sorpresa di questo 2020 targato Netflix.

7.5