Recensione In the Flesh - Stagione 1

Cosa succederebbe se si trovasse una cura che permettesse agli zombie di tornare "in vita"?

recensione In the Flesh - Stagione 1
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Gli zombies per gli Inglesi

Gli inglesi ci hanno abituati ad idee eccellenti e ad ottimi prodotti televisivi. Basti pensare alla trasposizione di Sherlock e alle prime stagioni di Misfits; senza dimenticare i recenti Black Mirror e l'inquietante Utopia. Ora la BBC ci prova con In the flesh, riprendendo una delle mode del momento: gli Zombie. Dopo l'assuefazione al vampirismo, con The Walking Dead è nata una nuova moda; quella dei "non-morti". Oltre alla televisione, anche il cinema c'ha provato: prima col ben fatto 28 giorni dopo e quindi con la commedia Warm Bodies, nel quale gli zombie - tramite l'amore - riuscivano letteralmente a "tornare in vita". In the flesh riesce a discostarsi dalla classica storia che vede gli esseri umani costretti a combattere contro questi "morti che camminano" e, allo stesso tempo, riprende paradossalmente l'idea di Warm Bodies: una cura per gli zombie c'è ma, di sicuro, non è l'amore.

"Quelle persone mi odiavano anche prima che diventassi così"

In the flesh è ambientato a Roarton, cittadina immaginaria dell'Inghilterra dove fa ritorno l'adolescente Kieran. Quest'ultimo è un ex-zombie.. o, meglio, un "affetto da sindrome di morte parziale". Kieran, infatti, dopo essersi suicidato si ritrova nuovamente in vita, sotto forma di zombie. E con lui ben altri 140.000 morti che, a causa di un'epidemia non meglio specificata, si ritrovano ancora una volta a "vivere". Il governo inglese, non potendo far fronte a una simile situazione, abbandona le zone periferiche e rurali della nazione a se stesse; cosicché, in questi piccoli centri, vengono a formarsi dei gruppi di volontari armati che combattono gli zombie.
Tuttavia, quattro anni dopo quello che è stato rinominato "il Risveglio", viene trovata una cura. Anzi, meglio, un trattamento che permette agli zombie di calmare i loro istinti e di tornare a vivere quasi normalmente. Kieran si ritrova a vivere ancora una volta ma deve fronteggiare non solo l'odio della gente per la sua condizione di partially deceased bensì anche lo stesso odio che provavano verso di lui anche prima che morisse..

Gli inglesi lo faranno meglio..?

In the flesh inizia laddove molte storie sugli zombies tendono a finire: nel momento in cui si trova un'eventuale cura - anche se non è detto che questa venga trovata. La serie della BBC si pone essenzialmente una domanda: cosa succederebbe se gli zombie ritrovassero il loro stato di umanità e tornassero all'interno delle loro comunità? come potrebbero reagire queste ultime? Di fatto, il perno attorno al quale ruota la serie è il concetto di accettazione del diverso. Kieran - interpretato dal semi-sconosciuto Luke Newberry - non solo si ritrova a vivere l'infelice fase adolescenziale, ma è anche un soggetto alternativo, particolare, spesso oggetto di prese in giro. Da parzialmente deceduto rivive tramite flashback alcuni degli episodi di efferatezza compiuti e si ritrova, ancora una volta, ad essere odiato e ghettizzato. Doppiamente diverso, ancora una volta confuso e tormentato.
Il paragone con The Walking Dead - le due serie, tra l'altro, sono andate entrambe in onda di domenica - è inevitabile. Entrambi son prodotti che o vengono amati spassionatamente o vengono odiati e probabilmente chi ha amato TWD potrebbe non apprezzare troppo In the flesh, e viceversa. TWD è arrivato alla terza stagione, tra alti e bassi più o meno noiosi, ma continua a tenere col fiato sospeso ad intrigare perché, in un modo o nell'altro, lo spettatore oltre ad essere inevitabilmente affascinato dalle sue tematiche etiche e morali - chi sono i veri "zombies"? - non può in alcun modo sapere come andrà a finire la storia. In the flesh, invece, col suo costante senso di malinconia e tristezza che attanaglia praticamente tutti i personaggi, sfrutta il tema zombie, così tanto in voga al momento, per raccontare quelli che sono i problemi d'integrazione nella nostra società, sia dal punto di vista di un ragazzo che da quello della comunità intera. E di sicuro la sua regia compatta, la sua fotografia plumbea e il make-up da zombie un po' sotto-tono rispetto a quanto ci ha abituato TWD non incitano lo spettatore a un senso di fidelizzazione.

In The Flesh - Stagione 1 Anche i Pink Floyd hanno scritto una canzone intitolata "In the flesh" dove parlano della costruzione del "muro" - The Wall. La serie televisiva della BBC racconta la storia di Kieran, un adolescente che sembra non riesca a farsi accettare dagli altri poiché questi ultimi innalzano "un muro" e non gli permettono di valicarlo, in alcun modo. I problemi raccontati dalla serie non sono semplicemente quelli di uno zombie che torna in una società che non accetta individui, probabilmente, pericolosi, ma anche quelli di un "parzialmente diverso" che vive una vita a cui aveva posto volutamente fine. In the flesh è un prodotto tutto sommato apprezzabile tecnicamente, ma la storia colpisce ben poco e i personaggi mancano completamente di appeal, nonostante le notevoli prove degli attori e, in particolare, del protagonista Luke Newberry che riesce ad interpretare splendidamente i moti interiori del suo personaggio.

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