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Inside Man Recensione: un thriller peculiare su Netflix

La serie tv scritta da Steven Moffat sperimenta con dialoghi e situazioni sopra le righe per regalare uno spettacolo curioso, ma a tratti straniante.

Inside Man Recensione: un thriller peculiare su Netflix
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Quando si riflette a mente fredda sui limiti che si è in grado di superare, sono probabilmente in pochissimi a ritenersi capaci di un omicidio. La programmazione dell'atto stesso è secondaria ad un gesto di disumana violenza, quasi inconcepibile per una persona ordinaria che tremerebbe al solo pensiero di cimentarsi in qualcosa di così estremo. Eppure l'omicidio non è quasi mai pianificato a tavolino, ma la conseguenza di eventi assurdi protratti per molto tempo, i quali finiscono con lo spingere verso le zone d'ombra di una passione a tratti incontrollabile.

Non c'è niente di più complicato ed al tempo stesso dannatamente "semplice" di un omicidio, come ci ricorda Steven Moffat nella sua ultima produzione televisiva: Inside Man - che trovate nel catalogo Netflix di Novembre 2022 - è una miniserie che gioca con i leitmotiv del genere thriller per orchestrare uno spettacolo a dir poco particolare, ragionato ma anche stravagante, in linea con l'estetica di uno sceneggiatore che lascia sempre un'impronta molto caratteristica all'interno delle sue opere.

Indagini nel braccio della morte

Tra i detenuti di un penitenziario in Arizona c'è chi difende a squarciagola la propria innocenza, chi ancora fa i conti con i demoni del proprio passato, e chi ha invece accolto fin da subito la propria pena come giusta e commisurata al reato. In una cella nel braccio della morte c'è un uomo brillante, un professore di criminologia celebre in tutto il mondo non solo per la sua spiccata intelligenza, ma anche per l'orrendo delitto compiuto ai danni della propria moglie.

Jefferson Grieff (Stanley Tucci) non ha intenzione di chiedere un appello per la propria sentenza di morte, sa benissimo che il suo crimine merita la pena capitale e non intende sfuggirle in alcun modo, ma nel poco tempo che gli rimane al mondo cerca l'assoluzione risolvendo casi riguardanti la morale e la decenza. Attorniato da un'aura di mistero prende le redini di indagini abbandonate troppo in fretta e lasciate incompiute, risolvendole con estrema semplicità basandosi sulla fredda realtà dei fatti.

Uno dei suoi ultimi casi prima dell'esecuzione riguarda la scomparsa improvvisa di una donna: la giornalista Beth Davenport (Lydia West) gli chiede infatti di rintracciare l'amica Janice (Dolly Wells), sparita da qualche giorno senza lasciare alcuna traccia. Le ricerche della donna si incrociano con le assurde vicissitudini di Harry Watling (David Tennant), un vicario di buon cuore e timorato di Dio, che è purtroppo costretto a mettere in discussione i propri limiti per salvaguardare se stesso e la propria famiglia.

Sceneggiatura peculiare

Un efferato ma geniale assassino guida indagini destinate ad arenarsi rifacendosi al proprio acume e ai suoi trascorsi criminali: è questa in sostanza la rilettura de Il Silenzio degli Innocenti portata sul piccolo schermo da Moffat, attraverso una sceneggiatura che strizza l'occhio a Thomas Harris e Arthur Conan Doyle mettendo continuamente in discussione i preconcetti della mentalità comune.

Si è portati ad immaginare come brutale e disturbato un uomo capace di un omicidio violento come quello compiuto da Grieff, e invece stupisce trovarsi di fronte ad una persona pacata, pienamente consapevole delle proprie colpe ma altrettanto deciso a non divulgare i motivi di un gesto incomprensibile. Uno Stanley Tucci in grandissimo spolvero porta sullo schermo un personaggio sfaccettato, una sorta di detective che senza sforzo stringe il cerchio attorno ad un parroco tanto deciso quanto disorganizzato, finito al centro di una spirale di sfortune che lo fanno precipitare in un piccolo inferno casalingo. I temi sviscerati nelle quattro ore di visione sono tanti e soprattutto spinosi, dalla mascolinità tossica alle tendenze suicide, passando per quei limiti personali che appaiono insuperabili solo finché non ci si ritrova costretti a farlo. Moffat si affida quindi ai tratti più peculiari della propria scrittura per ammorbidire i toni drammatici dello show, spruzzandolo di una sottile vena comica che scorre molto spesso in dialoghi sopra le righe e situazioni esagerate, cercando di evitare il baratro di una visione troppo impegnata ma finendo con lo svuotare di pathos un racconto che si rivela forse troppo leggero e privo di velleità psicologiche.

Assurdità e grandi trovate

I vezzi di uno sceneggiatore polarizzante come pochi (riscoprite con il nostro speciale su Sherlock la sua opera più famosa) si trasmettono in una trama che accelera sull'onda di una valanga, quella delle sfortunate coincidenze che travolgono un parroco scopertosi capace di gravi delitti, procedendo spedita in uno spettacolo che tralascia a più riprese di delineare un contesto generale per incorniciare una storia ristretta di assurdità a volte credibili, altre molto meno.

Le svolte della trama spaziano infatti dalle trovate sagaci ai più incredibili paradossi, mentre il personaggio principale segue lo svolgersi degli eventi e gioca con la sua corrispondente sul campo, sicuro fino al midollo nonostante il coinvolgimento minimo e gli scarsi mezzi che ha a disposizione. Moffat dialoga di continuo con lo spettatore cercando di nascondere le incongruenze di un canovaccio forse troppo paradossale, piazzando in bella mostra i pregi di un ritmo serrato che utilizza le forzature della trama per imbastire un racconto sicuramente fascinoso, ma non per questo perfetto. La straniante metodologia di scrittura si riverbera in una recitazione che non nasconde nemmeno per un istante le proprie origini britanniche, aprendosi ad interpretazioni a tratti eccessivamente spinte, ed in una regia a cui risulta impossibile rimanere pacata, con la telecamera che volteggia intorno alle espressioni degli attori mentre la fotografia li illumina con colori sempre diversi, in un continuo gioco di dinamismi che caratterizza lo spirito particolare dello show.

Inside Man (TV) È un'esperienza a dir poco particolare quella che Steven Moffat propone con uno spettacolo veloce e senza fronzoli, un thriller sui generis che pesca dall'umorismo britannico quella verve capace di ammorbidire la drammaticità di una storia intrigante, anche se non sempre credibile. Con il suo approccio leggero Inside Man spoglia di pathos i temi psicologici rimandandoli alle assurde coincidenze della vita, orchestrando una trama che trasforma un gigantesco Stanley Tucci in un detective impossibile da inquadrare, mentre David Tennant si piega al volere dello showrunner e interpreta con alti e bassi un vicario costretto a tutto pur di salvaguardare la propria famiglia.

6.5