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Iron Fist: recensione della seconda stagione della serie Netflix

Tra le serie più discusse della scorsa annata, Iron Fist era atteso alla prova del nove, ma il risultato è più che mai deludente.

recensione Iron Fist: recensione della seconda stagione della serie Netflix
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Aspettative troppo alte, accuse di whitewashing, problemi come la mancanza di ritmo e una separazione troppo netta delle storyline dell'uomo e dell'eroe hanno caratterizzato la prima stagione di Iron Fist, una delle serie Netflix più discusse della scorsa stagione. Con il secondo arco narrativo l'imperativo era far ricredere gli scettici detrattori e conquistare definitivamente i fan, puntando su scene d'azione coreografate e studiate al meglio, una narrativa più coesa rafforzata anche dall'abbandono della bistrattata formula delle tredici puntate. Purtroppo, non è andata così. O almeno, timidi passi in avanti sono stati compiuti, ma sul versante squisitamente narrativo si è verificato un blackout totale completamente inconcepibile.

Una trama "semplice"

Dopo gli avvenimenti di The Defenders e la promessa fatta a Matt Murdock (Charlie Cox), Danny Rand (Finn Jones) si sente in dovere di difendere New York, in balia di una guerra per riempire il vuoto di potere che si è creato una volta scomparsa la Mano. Assistito da Colleen (Jessica Henwick), dovrà affrontare il ritorno di Davos (Sacha Dhawan), l'amico con cui è cresciuto a K'un-Lun, artefice insieme alla risentita Joy (Jessica Stroup) di un piano volto a riprendersi ciò che era suo di diritto, ovvero l'Iron Fist. Partiamo da una semplice considerazione: l'intero intreccio è questo. Non c'è altro, non ci sono colpi di scena che mescolano le carte in tavola, non trovano luogo vicende più generali oltre la trama orizzonate; tutto può essere ridotto ad un confronto frontale tra Danny e Davos. La stagione dura però dieci puntate, quindi quasi dieci ore di visione. Qualcosa, già dal quadro generale o introduttivo, sembra allora scricchiolare, sensazione amplificata dal fatto che il piano viene attuato solamente verso metà stagione, preceduto dal nulla assoluto. Nei primi episodi infatti la situazione è tremendamente statica: lo spettatore sa che c'è una minaccia ma non ha idea di come colpirà, e la sceneggiatura non lo vuole neanche suggerire, riducento il tutto a una frustrante attesa di un generico carico che è fondamentale per il progetto. La minaccia non si concretizza per interi episodi in cui viene meno persino il senso di anticipazione, con la suspense del tutto azzerata. Ed è soltanto la punta dell'iceberg.

Cercasi disperatamente narrativa

Nel frattempo è vero, c'è una guerra di quartiere a cui far fronte. Eppure è trattata in una maniera così semplicistica e superficiale da non creare mai un briciolo di empatia o interesse nello spettatore, a maggior ragione perché - una volta preso piede il grande piano di Davos - questa faida assume una forma di contorno indifferente, senza impatto sulla trama. Sono scelte incomprensibili in cui si inserisce un'altra problematica, ovvero come vengono trattati i personaggi e le loro storyline. Un intreccio godibile e coerente richiede che le storie dei protagonisti abbiano un impatto sul quadro generale. Nella seconda stagione di Iron Fist però questo non succede già a partire da un personaggio dal ruolo importante come Colleen.

Dalla prima puntata, uno degli elementi a cui viene dato più spazio è una scatola con il simbolo della famiglia di Colleen. Eppure sul suo passato non si scopre sostanzialmente niente: è un argomento che spunta in maniera randomica in momenti casuali o persino inopportuni, dove le priorità sono ben altre, e l'unico passo in avanti si registra nelle scene conclusive del season finale. È l'esempio perfetto di come non dovrebbe essere trattato un elemento della trama, ed è ciò che succede anche con Ward (Tom Pelphrey) e la sua riabilitazione e con la new entry Mary Walker (Alice Eve), ma su di lei bisogna impostare un discorso un po' differente.

Calma piatta

La problematica investigatrice privata è un personaggio estremamente carismatico, dal background affascinante e misterioso, rivelandosi uno dei pochi aspetti riusciti della stagione. Proprio per la professione che svolge, però, Mary è un elemento neutro, privo di schieramento, e fino alle ultime due puntate rimarrà tale, svolgendo in sostanza un ruolo inutile e asettico - una vera occasione sprecata. Ed ecco il terzo grande errore sul piano narrativo: prima dell ultime due puntate, ovvero il climax narrativo della stagione, ogni personaggio è quasi un manichino, spogliato di anima e personalità, perennemente statico in attesa che arrivi il suo turno di avere un ruolo rilevante nel racconto. È la fine che fanno tutti, da Danny e Colleen fino ai fratelli Meachum, Joy in particolare. Proprio lo sviluppo di Joy è di una incoerenza che raramente si è vista negli ultimi anni, con cambiamenti di atteggiamento a caso, una maschera da falsa dura che crolla alle prime avversità. un senso di colpa che non trova mai una vera manifestazione. Fino alle due puntate conclusive, quindi, di questa seconda stagione non si salva nulla, dalla narrativa ai personaggi, esclusi un paio momenti in cui il canovaccio miracolosamente si distende.

Un esile nucleo positivo

C'è una considerazione importante da fare: quando tutto è al posto giusto dopo il buco nero che è la maggior parte della stagione, Iron Fist riesce sorprendentemente ad intrattenere, emozionare e inscenare confronti epici. Gli ultimi due episodi sono l'espressione dell'intero cuore pulsante dell'intreccio, che di base ha la possibilità di far scontrare non solo due persone come Danny e Davos, ma due diverse ideologie sull'uso dell'Iron Fist, due fratelli cresciuti insieme delusi uno dal comportamente dell'altro, tra chi ha abbandonato i suoi amici e i suoi doveri per trovare sé stesso e chi si è sentito di colpo solo e sconfitto. E sono tematiche più che valide: i momenti faccia a faccia tra Danny e Davos sono dei piccoli gioielli, ma sono in estrema minoranza rispetto a troppe scene che invece non funzionano.

In fondo, il problema principale di questa seconda stagione è l'inconsistenza della sceneggiatura, davvero troppo scarna. E allora nascono i personaggi inconsistenti, nascono le conversazioni e le situazioni ridontanti e le perdite di tempo, perché di cose da mostrare ce ne sono effettivamente poche. Le dieci puntate di cui è composta la stagione funzionano più che altro come uno striminzito epilogo del precedente arco narrativo. Per una serie che doveva superare una vera e propria prova del nove, di peggio non si poteva fare.

Iron Fist - Stagione 2 La seconda stagione di Iron Fist è, prima di ogni altra cosa, uno scempio narrativo: vengono ignorate tutte le fondamenta di un intreccio efficace, proponendo a conti fatti un vuoto che dura quasi tutta la stagione, un buco nero fatto di personaggi inconsistenti e situazioni al limite del ridicolo. Ciò accade a causa di una trama di fondo estremamente povera, che però negli unici due episodi in cui si sviluppa mostra quelle che potevano essere le sue buone potenzialità. Queste sezioni conclusive più la new entry Mary sono gli unici aspetti positivi di quella che di fatto non è una stagione a sé stante, ma uno scarno epilogo del precedente arco narrativo, svolto con noncuranza e incompetenza, oltre che riducibile ad una manciata di puntate.

4.5