LA To Vegas: recensione della prima stagione

Fox ci propone una nuova comedy, incentrata su due assistenti di volo pronti a gestire dei passeggeri desiderosi di divertirsi a Las Vegas.

recensione LA To Vegas: recensione della prima stagione
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Articolo a cura di
Luciano Moscariello Appassionato di serie tv e videogiochi, non disdegno qualche occasionale capatina filosofica, dovrei anche laurearmici un giorno.

È sempre peculiare e interessante quando una serie comedy cerca di incentrare ogni cosa su un singolo ambiente. L'affidarsi a un numero scarno e ben definito di luoghi è da sempre uno degli aspetti caratterizzanti di una sitcom, anche per ovvie esigenze strutturali, di set in cui girare, ma a volte si fa un passo in più, giungendo a piegare la sceneggiatura stessa a questa necessità, divenuta scelta creativa. L'esempio perfetto è il bar nella storica e mai abbastanza osannata Cin Cin, perché qualunque minuscolo aspetto, dai personaggi alle battute fino vicende, era tarato e costruito ad hoc per quel specifico contesto. Al di fuori non avrebbe funzionato nulla, dietro il bancone funzionava tutto meravigliosamente. LA To Vegas tenta in parte di recuperare una simile filosofia, caduta a dir la verità un po' in disuso a causa della sua angustia, tentando di far giostrare le sue intuizioni completamente all'interno di un aereo, o perlomeno nelle immediate vicinanze. O comunque questo sembrava essere il piano iniziale...

A bordo tutto bene

La tratta è Los Angeles - Las Vegas, l'aereo è della sregolata quanto economica Jackpot Airlines e due assistenti di volo, Ronnie (Kim Matula) e Bernard (Nathan Lee Graham), si ritrovano a gestire settimana dopo settimana una quantità di situazioni al limite dell'assurdo, tra passeggeri fuori di testa e un capitano emozionalmente instabile, la cui chimera è una relazione salda o un matrimonio che non finisca con un divorzio. Non importa che siano i demoralizzanti sviluppi nel rapporto tra il britannico Colin (Ed Weeks) e sua moglie, i problemi di debiti di gioco con Artem (Peter Stormare), un simpatico russo sempre pronto con una battutina dai contorni dark, o le soluzioni bislacche della provocante spogliarellista Nichole (Olivia Macklin): l'unica certezza è che non ci sarà mai un volo privo di un grattacapo grave da risolvere. Ed effettivamente il gioco funziona: determinati intrecci che al di fuori dell'aereo avrebbero portato alla stesura di episodi, se non mediocri, almeno piuttosto piatti e privi di originalità, dentro il velivolo riescono a brillare e ad assumere tutt'altra valenza. Immaginatevi un banale tafferuglio tra tifosi di diversa fazione: nulla di nuovo all'orizzonte, sembra una storiella standard che si scrive sostanzialmente da sola in una comedy. Ora provate a immaginarlo su un aereo in volo, con la percentuale di caos in considerevole crescita e con essa di conseguenza anche il divertimento nel veder risolta una simile bomba ad orologeria.

In particolare è proprio il duo composto da Ronnie e Bernard a funzionare discretamente bene, lei tremendamente attaccata al suo lavoro ma noncurante verso se stessa (per non descriverla come un piccolo disastro nella sua vita personale), lui con la lingua affilatissima e pronto a fare battute acide sulle star. L'idea funziona e il nuovo pargolo di casa Fox sembra davvero riuscire ad affermare la sua singolarità rispetto ai congeneri, almeno finché non decide di sabotarsi da solo.

Fuori dall'aereo nessuna pietà

Dopo qualche puntata, infatti, il focus si concentra sempre meno sugli avvenimenti in aria e sempre di più sull'esterno, dove la serie perde inevitabilmente i suoi punti di forza. Le situazioni diventano immediatamente meno intriganti e incalzanti, i personaggi costruiti in un determinato modo per calzare alla perfezione nell'ambiente aereo faticano ad adattarsi al nuovo contesto e le puntate assumono i connotati di una bizzarra disfatta, in cui il risultato massimo raggiunto e raggiungibile è il proporre qualcosa già visto decine di volte in altre produzioni, senza guizzi creativi particolari. La stessa fase conclusiva della stagione, dove predomina per quanto possibile la trama verticale, cade in stilemi ormai abusati da oltre quarant'anni, concentrandosi su sporadiche relazioni e l'ormai trito e ritrito dilemma lavoro-amore.

Vi è comunque l'attenuante della staticità di una comedy, ma è un tratto ormai largamente superato, produzioni brillanti come Silicon Valley o The Good Place hanno dimostrato quanto sia possibile ottenere con un pizzico di coraggio e sana follia in più. LA To Vegas non ha avuto questa iniezione di fiducia e ambizione, limitandosi a un compitino ben svolto in apertura per poi smantellarlo una riga alla volta, fino a raggiungerepicchi di sterilità e convenzionalità che rendono vana quella iniziale scintilla di intuizione in grado di differenziarla.

LAToVegas LA To Vegas è iniziata provando a essere un tipo di comedy estremamente complesso e delicato, forte di un'idea decisa e coraggiosa. Il risultato era anche buono, ma dopo poche puntate si è inspiegabilmente deciso di cambiare approccio. Un errore grossolano che non solo ha rimosso dal prodotto il suo carattere unico e peculiare, ma ne ha anche abbassato drasticamente la qualità generale, fino ad arrivare a un finale fiacco, povero e senza sussulti. Con una dose generosa di convinzione in più era davvero possibile creare qualcosa di diverso, purtroppo il prodotto finito non arriva nemmeno vicino alla meta.

5