Legion: la recensione della seconda stagione della serie

La serie più iconoclasta del panorama supereroistico torna a sorprendere per follia e inventiva in una seconda stagione che non delude le aspettative

recensione Legion: la recensione della seconda stagione della serie
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Dopo gli stravolgimenti di una prima stagione dal corso discontinuo, caotico e completamente folle, era davvero un'incognita il futuro di Legion, uno dei prodotti più originali e innovativi dell'attuale panorama seriale. Che però la creatura nata dalla mente di Noah Hawley potesse tornare alla ribalta superando addirittura se stessa, tanto nei contenuti quanto in una messa in scena sempre più lisergica e surreale, difficilmente lo si sarebbe potuto prevedere. All'indomani della conclusione di una seconda annata che, invece di adagiarsi sugli allori, pare alzare l'asticella del rappresentabile, rincarando la sua personale dose di stranezze e bizzarrie e catapultandoci, ancora una volta, in un vortice sempre più profondo e disturbante, vediamo allora le ragione per cui Legion non può che confermarsi come uno dei prodotti più anomali e inventivi della serialità televisiva.

Il mistero si infittisce

Parte con un mistero il nuovo corso della serie targata FX, con il tentativo di ricomporre le fila di un finale di stagione rocambolesco e più che mai problematico. Un mistero sempre più impenetrabile e caotico, scandagliato in ogni episodio con una risoluzione lenta e quasi insostenibile. D'altronde è questo Legion, ed è così che Hawley riprende la formula della prima stagione adattandola al volgere degli eventi, a un inseguimento infinito trasfigurato dalla mente sempre più instabile del suo protagonista. Cosa è successo a David (Dan Stevens) dopo il suo misterioso rapimento alla fine dell'ottavo episodio? Quali stravolgimenti sono avvenuti durante l'anno in cui è scomparso? Dov'è diretto il Re delle Ombre (aka Amahl Farouk) assieme al suo nuovo ospite Oliver Bird? Quello che è certo, in questo nuovo scenario dove i nemici sono diventati amici (o forse no?) e la realtà è sempre più labile e indefinita, è che le risposte non si nascondono dietro l'angolo, ma, casomai, al di là di una spessa coltre di sogni, menzogne e poteri psichici.


Caccia all'uomo


Eppure, almeno sulla carta, non è che un'anomala caccia all'uomo la seconda stagione di Legion. Una corsa contro il tempo per scongiurare un'Apocalisse imminente, una minaccia crescente macchiata, all'occorrenza, da viaggi nel tempo, disquisizioni sul valore epidemico delle idee, piani multidimensionali e diversi livelli di realtà. Un inseguimento allucinato e senza più coordinate, che attraversa generi e immaginari (in un citazionismo che, questa volta, si spinge persino a replicare fedelmente un'intera scena di Arancia Meccanica), sulle tracce di un antagonista sempre più sfuggente e mefistofelico, pronto a far precipitare le proprie vittime in un vortice di dubbi e ribaltamenti prospettici tanto repentini da non permettere più di distinguere chi è buono da chi non lo è.


Epidemie psicotiche

È qui, tra monaci muti, misteriosi samurai con un cesto di vimini in testa (il Generale Fukyama, una delle new entry più spiazzanti ed enigmatiche della nuova stagione), immancabili ritorni (una Aubrey Plaza sempre perfetta nel suo essere sopra le righe) e mondi alternativi, che Legion pare collassare su se stesso, sui suoi differenti piani temporali e di realtà, sulla persistente ambiguità tra reale e irreale, giusto e sbagliato, solo per poi, in extremis, riprendere le fila della propria narrazione e proseguire la sua disperata corsa contro il tempo.

Insostenibile, caotico, confusionario, Legion si conferma così un esperimento capace, pur rimanendo all'interno delle logiche di un prodotto di intrattenimento, di mettere a dura prova l'attenzione e la coscienza critica dello spettatore, minando la sua capacità o incapacità (proprio come il protagonista della serie) di discernere ciò che è reale da ciò che non lo è. Fino a fargli porre, ancora una volta, la stessa, identica domanda: e se fosse tutto un sogno?

Legion X-Men Riprendendo le fila degli eventi della passata stagione, Legion non tradisce il proprio spirito iconoclasta, mantenendo alta l'asticella del rappresentabile e imbastendo un'allucinata e psicotica caccia all'uomo trasfigurata dalla mente sempre più instabile del suo protagonista. Sorretto da new entry, graditi ritorni e dall'estro inesauribile del suo autore, Legion si conferma così un prodotto unico nel suo genere, capace di unire in sé grande intrattenimento e introspezione psicologica, forte del suo senso di ambiguità persistente e dell'incapacità - per i suoi protagonisti come per il pubblico - di distinguere la realtà dalla finzione, in un trionfo assurdo e psichedelico senza precedenti o paragoni.

7.5