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Lettera al Re: Recensione della nuova serie fantasy di Netflix

La nuova serie fantasy di Netflix è un'interessante storia di formazione, con personaggi carismatici al punto giusto, ma qualche ingenuità di troppo.

recensione Lettera al Re: Recensione della nuova serie fantasy di Netflix
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Partiamo subito in media res: la verità è che quando abbiamo scoperto che la prima stagione della nuova produzione fantasy di Netflix, Lettera al Re, sarebbe stata composta da 6 puntate, un senso di dejavù ci ha attraversato. Ragnarok, Queen Sono, I Am Not Okay With This, Luna Nera, tutte serie originali della celebre piattaforma di streaming uscite nel 2020, tutte con un numero simile di episodi, tutte praticamente degli atti introduttivi o poco più.

Non che sia una strategia incomprensibile, anzi, è ottima per sondare il terreno e l'interesse senza osare troppo. Ma può diventare controproducente e, per essere onesti, persino un mezzo noioso, prevedibile alla lunga, per il banale motivo che costringe a seguire lo stesso pattern narrativo. Al contrario, Lettera al Re, in uscita il 20 Marzo, è una serie già completa. Certo, con possibilità di espandersi a dir poco infinite, però offre una storia autosufficiente. Ed era qualcosa di cui si sentiva il bisogno, seppur con qualche ingenuità di troppo.

Una guerra secolare

Il mondo in cui si svolge questo fantasy medievaleggiante è, in realtà, piuttosto basilare. Il continente si divide in 3 grandi regni: Dagonaut e Unauwen al nord, impegnati in una guerra secolare con le terre di Evillan, al sud. Un conflitto che finalmente sembra avviarsi ad una conclusione grazie alle gesta del sanguinario principe di Unauwen, Viridian (Gijs Blom), implacabilmente ambizioso nonché assetato di gloria e potere.

Protagonista della vicenda è, però, Tiuri (Amir Wilson), un giovane di 15 anni in procinto di affrontare le prove per diventare cavaliere di Dagonaut, che, suo malgrado, si ritroverà per una serie di sfortunati eventi - citazione voluta ed adeguata - a dover consegnare un'urgente e misteriosa lettera al Re di Unauwen. Pena per il fallimento? La fine di ogni parvenza di pace sul continente, predetta da un'ambigua e antichissima profezia.

Volendo essere principalmente un racconto di formazione, Lettera al Re non offre un fantasy particolarmente complesso e articolato. Non c'è una visione originale che rielabora gli stilemi del genere, non è presente un background immenso e neanche un gran numero di razze e popoli.

Ogni aspetto è asciugato, per così dire, al punto giusto, ridotto all'osso di ciò che rende il fantasy tale, ovvero i personaggi e un mondo meraviglioso da esplorare. E sono esattamente le migliori conquiste di questa serie.

Un'antica profezia

L'improbabile banda di protagonisti che Tiuri riesce a radunare intorno a sé è, infatti, un nucleo strabordante di personalità e tematiche. Sono tutti degli adolescenti catapultati improvvisamente in qualcosa più grande di loro, un compito di cui fino alla fine non riescono completamente a comprendere le implicazioni e l'importanza, eppure non si tirano mai indietro.

Che sia per senso morale di responsabilità - Tiuri - o impellenza di allontanarsi da una famiglia e un ambiente tossico - Lavinia (Ruby Serkis) - conta poco. Magari persino voglia di rendere orgoglioso il padre - Arman (Islam Bouakkaz) - o semplicemente cantare una canzone eroica sulle proprie gesta - Jussipo (Jonah Lees). Guidati da quell'onore cavalleresco fatto di coraggio, imprudenza e forzata maturità, nonostante mille problemi e deviazioni, si affronterà tutto insieme.

Stranamente è qui che Lettera al Re trova la sua vena di originalità. Poiché, vero, sono soltanto aspiranti prodi cavalieri vogliosi di mettersi alla prova, di trovare il loro spazio in un mondo crudele, di fare la cosa giusta a costo di lottare contro tutto e tutti.

Ma questo fantasy non si dimentica del fatto che si tratta di un gruppo di adolescenti. E allora spesso e volentieri scherzano, si stuzzicano, si punzecchiano, litigano, si raccontano storie del terrore durante un falò e, sotto incombenza di morte, giocano a palle di neve.

Una trama può anche non essere la più avvincente o rivoluzionaria del mondo se i protagonisti e i loro rapporti funzionano e si evolvono in maniera coerente e, in gruppo, questi personaggi sono magnifici.

La magia è sempre intorno a noi

Magnifica la cornice rappresentata dal continente senza nome in cui si sviluppa l'avventura. C'è sempre qualcosa di bizzarro ad attendere i nostri eroi e, tra un cavallo sensibilmente intelligente e un monastero gestito da ex banditi, anche l'occhio ha la sua parte. Lettera al Re è, sul piano estetico, una gioia da vedere con alcuni scorci - sebbene in debito immane nei confronti del Signore degli Anelli - davvero mozzafiato, che lasciano intravedere comunque degli investimenti importanti dietro il progetto.

La maggior parte delle debolezze si riscontrano inevitabilmente nel comparto narrativo. Una era abbastanza intuibile: quando si mette il destino del mondo nelle mani di ragazzini, qualche forzatura che mette a dura prova la sospensione dell'incredulità salta fuori. Lettera al Re non fa eccezione ed in certi momenti è banalmente dura credere che, per compiti estremamente delicati, le persone più adatte fossero proprio degli adolescenti.

L'altra mancanza ingombrante è, invece, più generale e riguarda gli schieramenti in campo. Anzi, l'assenza totale di una spiegazione del ruolo di alcune comparse e su dove risiede la loro lealtà. Si raggiungono picchi di confusione un po' imbarazzanti, in particolar modo nelle prime puntate, ed è grave in quanto in sé il mondo non è macchinoso. Fortunatamente passano in fretta, ma è il tipo di ingenuità e di pigrizia che rende Lettera al Re nient'altro che una buona serie di genere. (Leggi qui altri 5 fantasy imperdibili su Netflix)

Lettera al re Lettera al Re è una buona serie fantasy. Non è interessata a sfoggiare un mondo fantastico particolarmente complesso né ad offrire la trama più machiavellica, ma in primis vuole essere un racconto di formazione. Ed allora i personaggi assumono un ruolo preponderante e, su questo, il nuovo prodotto Netflix non sbaglia: la banda di adolescenti che il povero Tiuri riunisce è a dir poco meravigliosa, evitando di offrire un ritratto irreale di questi ragazzini. Il resto si inserisce perfettamente nello standard medio del genere, senza picchi di notevole qualità né scivoloni clamorosi. Qualche sfida alla sospensione dell'incredulità dello spettatore, qualche abbaglio sulla caratterizzazione del mondo e delle forze in campo, nulla di più. Ma sono le ingenuità che frenano un po' le ambizioni di una serie che fa il suo, senza strafare.

6.5