Little America: la recensione della prima stagione disponibile su Apple TV+

Abbiamo guardato la prima stagione di Little America, serie disponibile su Apple TV+: ecco le nostre impressioni in merito.

recensione Little America: la recensione della prima stagione disponibile su Apple TV+
Articolo a cura di

Dopo un contatto iniziale più che positivo, scaturito dalla visione del primissimo episodio della serie, ci siamo fiondat sui restanti sette episodi di Little America, serie TV antologica disponibile su Apple TV+ dallo scorso 17 gennaio. Lo show scritto e diretto da Kumail Nanjani, Emily V. Gordon e Lee Eisenberg - già rinnovato per una seconda stagione - si è posto l'obiettivo di raccontare in modo fresco e se vogliamo tutto sommato leggero le vicende di alcuni immigrati arrivati sul suolo americano, alcune di esse anche drammatiche, con un risultato tutto sommato positivo.

Inutile, però, nascondervi la verità: le nostre aspettative dopo aver vissuto la prima storia, quella del giovane Kabir, sono state a tratti deluse, a causa di alcune storie narrate non pienamente "interessanti" sul piano del ritmo e dell'importanza tematica.

Otto episodi, otto storie. Un solo obiettivo

Come avevamo già avuto modo di accennare durante la nostra anteprima, la prima stagione di Little America si snoda attraverso otto episodi che a loro volta raccontano otto storie completamente diverse e in nessun modo interconnesse. Nella "selezione" Apple trovano spazio vicende dagli argomenti più disparati, tutti più o meno importanti sul piano oggettivo ma sempre toccanti sotto il profilo emotivo.

Trovano dunque spazio le storie di immigrati arrivati sul suolo statunitense con il desiderio di ritrovare se stessi, di dare una svolta alla propria vita - funestata magari dalle leggi di un Paese di provenienza senza scrupoli - o, semplicemente, alla ricerca di una flebile speranza di libertà, un concetto tanto ovvio per buona parte della popolazione ma incredibilmente utopistico per una minoranza sin troppo voluminosa.

In mezzo ai racconti più drammatici e politicamente più rilevanti, però, trovano spazio anche storie più leggere, in cui i protagonisti non sono costretti a combattere per un futuro incerto ma finiscono col trovarne uno tutto nuovo in modo quasi involontario. È il caso, per citare quelli che ci hanno convinto maggiormente, del secondo e del quarto episodio che, in modi diversi, raccontano come la vita possa cambiare in un battito di ciglia e non per forza in peggio.

E se il secondo episodio, dedicato alla giovane campionessa della nazionale di Squash Marisol Rosado (Jearnest Coronado), risulta probabilmente quello più divertente e "meno pesante" da vedere, il quarto è invece senza molti dubbi quello tecnicamente più affascinante, che trae le proprie fortune anche da un racconto di fondo molto suggestivo.

Nell'episodio in questione si seguono le vicende della bella e strampalata Sylvaine (Melanie Laurent), il cui viaggio alla ricerca della propria serenità interiore in un tempio buddhista, il cui silenzioso guru è interpretato da Zachary Quinto, finisce ben presto per stravolgere in positivo la sua vita. A questi si aggiungono anche gli episodi tre e sei, molto leggeri dal punto di vista del racconto, ma che in realtà nascondono tematiche fondamentalmente molto cupe, come le guerre civili sul suolo nigeriano e le difficoltà di una madre nel crescere da sola due figli sin dalla tenera età.

Alla ricerca della felicità

Il vero problema che ci sentiamo di imputare all'ottima serie di Apple TV +, scritta e diretta in modo complessivamente più che valido, specialmente sotto il profilo estetico grazie ad una qualità delle riprese molto elevata ed una fotografia di buon livello, risiede ancora proprio nella qualità delle storie.

Alcuni episodi ci sono sembrati a tratti noiosi, caratterizzati da vicende che, con ogni probabilità, avrebbero potuto tranquillamente essere rimpiazzate con altre più avvincenti, ma siamo sicuri che questa potrebbe essere anche una scelta strategica in vista della seconda stagione. Ciò in ogni caso influisce pesantemente sulla qualità dello show, che in troppi casi finisce col portare su schermo un ritmo ed un valore produttivo fin troppo altalenante. In qualche modo, gli episodi sembrano seguire uno schema alterno, per poi "peggiorare" sul finale risultando sempre piacevoli da vedere ma meno interessanti sul piano delle tematiche narrate. Questa incertezza si arresta definitivamente con l'ottavo ed ultimo episodio che chiude la prima stagione decisamente in crescendo.

Racconta la storia del siriano Rafita (Haaz Sleiman) un giovane omosessuale costretto a nascondersi e a scappare dal proprio Paese e dalle sue tremende leggi politiche. Siamo sicuri che la scelta di concludere la prima stagione "sfruttando" un argomento molto attuale e sentito anche nel nostro Paese non sia casuale e non possiamo che elogiarla.

Anche perché, in tutta onestà, l'ultimo episodio è anche uno dei migliori sul piano tecnico e dell'interpretazione, mediamente di buon livello per tutto l'arco degli otto episodi, seppur con qualche picco sia in negativo sia in positivo.

Little America Al netto di una piccola “delusione”, generata più che altro da un primo episodio molto promettente, dobbiamo ammettere di aver apprezzato la prima stagione di Little America, seppur con qualche riserva. Le otto storie godono di una qualità complessivamente altalenante e non riescono a risultare equamente interessanti. Lo show è caratterizzato da un ritmo altalenante, accettabile per una serie antologica, ma che lascia facilmente immaginare che, probabilmente, si poteva fare di più nella selezione delle vicende da raccontare. Con l’arrivo della seconda stagione, siamo fiduciosi sulla naturale evoluzione della serie di Apple TV+, sicuramente una delle più interessanti di questo inizio 2020.

7.5