Love Death & Robots: recensione della serie animata di Netflix

Gli ultimi sei episodi della serie antologica animata di Netflix confermano i pregi e (pochi) difetti dell'operazione complessiva.

recensione Love Death & Robots: recensione della serie animata di Netflix
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Con gli ultimi sei cortometraggi di quello che presumibilmente sarà il primo di vari contenitori di creatività animata, Love Death & Robots conferma la versatilità e il fascino di un progetto fortemente voluto da Tim Miller e portato sullo schermo con il contributo produttivo di David Fincher. Un progetto che, oltre a mettere in evidenza il talento di vari studios dediti all'animazione, tra cui Blur Studio dello stesso Miller, ha anche permesso a molti spettatori di vedere per la prima volta in formato audiovisivo alcuni dei mondi immaginati da grandi firme della fantascienza come Peter F. Hamilton, John Scalzi e Alastair Reynolds. Il tutto a base di tre ingredienti molto semplici, tutti presenti nel titolo molto schietto della serie: amore, morte e robot.

Sei racconti in cerca di pubblico

I sei episodi finali vanno dall'introspezione cibernetica (Zima Blue, da un racconto di Reynolds) al fantahorror bellico (The Secret War, sorta di risposta sovietica alle atmosfere pulp del film Overlord), con in mezzo un breve heist movie (Blind Spot) e persino un ibrido tra live-action e animazione (Ice Age, corto diretto da Miller dove Topher Grace e Mary Elizabeth Winstead scoprono l'esistenza di un vero e proprio microcosmo nel loro frigorifero). C'è anche Lucky 13, che esplora il concetto della sfortuna in modo avventuroso, e soprattutto Alternative Histories, simpaticissima variazione su uno dei temi più popolari della fantascienza: uccidere Adolf Hitler. È il corto che più di tutti incarna la seconda parola del titolo della serie, un concentrato di humour nero veicolato con uno stile tradizionale, semplice e caricaturale, ponendo le basi per eventuali rivisitazioni su altri argomenti storici nel caso vengano realizzati ulteriori blocchi di cortometraggi.
È anche tra i più completi, perché malgrado l'ispirazione cartacea per 16 episodi su 18 ,non tutti i capitoli hanno una totale identità propria, fungendo quasi da bozze per un progetto più ampio o, in alcuni casi, come showreel per la casa di produzione. A suo modo, Love, Death & Robots è rappresentativo del meglio e al contempo del peggio delle opportunità concesse da Netflix: da un lato una libertà assoluta, senza timori di censura di alcun tipo (in altri contesti un paio di episodi sarebbero stati contestati a causa dei nudi frontali maschili); dall'altro un'assenza di controlli che dà l'impressione che alcuni dei corti siano soprattutto degli sfoggi di bravura, un cocktail quasi fine a se stesso di talento e mancanza di inibizioni (e ha fatto molto discutere, in molti degli episodi, la rappresentazione dei personaggi femminili). Ma anche nei capitoli più irrisolti (principalmente per brevità) c'è un guizzo di immaginazione che mostra fino a che punto le tecniche odierne di animazione possono spingersi, sfidando ogni pregiudizio in termini di contenuto e forma e creando un prodotto che, più di ogni altra serie animata di Netflix, si rivolge esclusivamente a un pubblico adulto.

Una miscela esplosiva


Non c'è un vero fil rouge all'interno di Love, Death & Robots, almeno per quanto riguarda l'ordine dei singoli capitoli (anche se la scelta di mettere le molteplici morti di Hitler verso la fine contribuisce a una specie di catarsi umoristica). C'è invece una filosofia di fondo che è appunto quella di mettere insieme diversi stili di animazione, in storie con una durata massima di 17 minuti, tutte le diverse ossessioni di Fincher e Miller legate alle potenzialità della fantascienza, riesumando a modo loro quello che inizialmente doveva essere un film antologico basato sulla rivista Heavy Metal.

Dal 2008 a oggi quel progetto si è trasformato, sfruttando l'esistenza di Netflix per andare oltre in tutti i sensi: difficilmente la Paramount, che doveva inizialmente distribuire il lungometraggio immaginato dal duo, avrebbe approvato certe scelte contenutistiche e stilistiche, bollandole come "poco commerciali". Dall'animazione tradizionale a quella digitale passando per il fotorealismo, fino ad arrivare, in questo blocco conclusivo, all'ibridazione tra "reale" e "posticcio", la serie in generale, e l'ultimo sestetto di episodi in particolare, è innanzitutto una grande esperienza sensoriale, un viaggio allucinante (e a tratti allucinato) di asimoviana memoria in un misto di mondi di cui vorremmo vedere di più. L'unico limite, per gli animatori e gli spettatori, sarà sempre l'immaginazione.

Love Death & Robots La serie antologica animata di Netflix, nata dalla collaborazione tra David Fincher e Tim Miller per un defunto progetto cinematografico, è un oggetto volutamente fuori categoria, un misto di storie e tecniche dove l'ambizione formale ha quasi sempre la meglio sulla narrazione, limitata non solo per questioni di durata dei singoli cortometraggi. Per gli appassionati di fantascienza e animazione c'è tanto materiale interessante ma non sempre indispensabile, una miscela di premesse intriganti ed esecuzioni che, anche nei capitoli più deboli, regalano almeno un momento stupefacente.

7.5