Luke Cage, recensione della seconda stagione su Netflix

Luke Cage è tornato, questa volta per difendere il suo quartiere da un misterioso vento giamaicano e diventare finalmente un eroe.

recensione Luke Cage, recensione della seconda stagione su Netflix
Articolo a cura di
Luciano Moscariello Appassionato di serie tv e videogiochi, non disdegno qualche occasionale capatina filosofica, dovrei anche laurearmici un giorno.

Inutile tentare di sparargli. Inefficace provare a bruciarlo. Infruttuoso lanciargli una granata. Questo è Luke Cage (interpretato dal sempre prezioso Mike Colter), il protettore indiscusso di Harlem, l'idolo della sua gente. Eppure persino una simile forza della natura non riesce a mantenere costantemente la pace in un quartiere così particolare, ricolmo di personaggi pronti a ogni inimmaginabile barbarie pur di arrivare al potere, attirati dal suo rilucente fascino senza sapere cosa comporti.
È una bizzarra contraddizione quella che aleggia sulla serie Marvel-Netflix, arrivata ora alla seconda stagione: cosa blocca Luke dall'eliminare dall'equazione tutti i possibili aspiranti, a partire dall'onnipresente Mariah Dillard/Stokes (Alfre Woodard)? Vista la sua palese superiorità fisica, non sarebbe neanche una mossa difficile da attuare, anzi. Ma a lui non interessa essere un vigilante o un mercenario, meschine deviazioni dal cammino dell'eroe.
Sulla strada imboccata dal nostro protagonista in questa seconda stagione, costellata di ostacoli e doveri, ci sono la gloria e la giustizia, elementi dal peso specifico titanico che grava tutto sulle sue possenti spalle, capaci di divorarlo dall'interno e fargli perdere la propria bussola morale, nonostante le buone intenzioni. Che cos'è, quindi, un eroe? Scopriamolo.

It doesn't heal, it reveals...

È ciò che i personaggi principali si chiederanno in molteplici occasioni, sullo sfondo di un sanguinoso conflitto per il dominio di Harlem che vede contrapposti la regina in carica Mariah e il misterioso Bushmaster (uno straordinario Mustafa Shakir), un uomo dalla forza e agilità dirompenti pronto a qualunque cosa pur di reclamare il suo diritto di nascita.
E proprio la riflessione sul significato della parola eroe e, di conseguenza, l'evoluzione stessa di Luke sono i primi aspetti che colpiscono positivamente, l'adempimento di un processo iniziato durante la prima stagione, da una persona schiva che intende passare la vita nell'anonimato più totale fino a giungere a una totale consapevolezza del proprio ruolo sotto i riflettori e di cosa sia necessario fare, affinché la pace venga assicurata.
Compresi compromessi e azioni non piacevoli. Un percorso gestito con competenza e che non difetta di squisite aree moralmente grigie, che culmina in uno spaccato introspettivo affascinante e concreto che non sarebbe stato possibile senza un villain degno di tale nome, senza una causa scatenante.
E John McIver, a.k.a. Bushmaster, è uno degli migliori esponenti della categoria: brutale, irremovibile, glaciale, una macchina mossa dalla smania di vendetta nei confronti della famiglia che lo ha privato di tutto. Non importa il costo, chi finirà nel fuoco incrociato e con quali subdoli sotterfugi, l'unica cosa che conta è che gli Stokes brucino.

Un cambio di atmosfera

Bushmaster è un catalizzatore a tutti gli effetti, il vero deus ex machina che con la sua insperata battaglia fa crollare la prima tessera di un immenso domino che coinvolge tutti, obbligandoli a una scrupolosa riflessione sulle loro azioni e certezze, senza dimenticare la piacevole ventata d'aria fresca portata dalle variopinte radici e dalla cultura giamaicane. L'altra inaspettata novità è rappresentata, infatti, da un mood più leggero, scanzonato, che tende a non prendersi troppo sul serio rispetto all'esasperata serietà delle precedenti apparizioni di Cage.
Non temete, la serie non è diventata all'improvviso una sitcom politically correct degli anni ‘70 (si raggiungono anzi vette di brutalità che non sfigurerebbero in The Punisher), anche se si prende dei momenti più liberi, leggeri e briosi, in particolar modo nelle fasi iniziali, quando il beniamino di Harlem arriva, tra le altre cose, a rompere deliziosamente la quarta parete.
Intermezzi giocosi che non intaccano il mood naturale, sporco e impegnato, tipico del telefilm, che raggiunge qui vette inesplorate, arrivando a raffigurare la lotta per il quartiere come un tortuoso e magnetico gioco politico, fatto di continue alleanze di convenienza, tradimenti e caccia agli infiltrati.

Una struttura ormai inadeguata

A non funzionare, come ormai da triste tradizione degli show Marvel-Netflix, è la gestione di questi elementi vincenti, in aggiunta a qualche scivolone imprevisto. In primis, andrebbe evitato il formato da 13 puntate a stagione: la questione è riconosciuta da tempo immemore, molto banalmente perché non si riesce a "spalmare" con efficacia la narrazione su un arco così lungo, producendo una quantità non indifferente di momenti, o episodi interi, morti o immersi nel miele vista la loro immobilità. Il plot della seconda stagione di Luke Cage è sicuramente ricco di spunti, colpi di scena e personaggi interessanti, ma per coprire ben 13 ore di contenuti non può bastare.
Non è un problema di intreccio, che a dir la verità fa davvero di tutto per mascherare con maestria questa endemica debolezza, le responsabilità vanno attribuite in toto al formato generale. E allora ecco spuntare inevitabilmente situazioni allungate oltremisura, conversazioni ripetute sotto la finta necessità di ribadire un concetto di vitale importanza e digressioni utili quanto dei termosifoni in estate. Gli sceneggiatori, però, sono tutt'altro che esenti da colpe, vista la gestione delittuosa di due personaggi centrali come Misty Knight (Simone Missick) e il losco Shades (Theo Rossi).
Se quest'ultimo continua a essere un mero cartonato, sulla falsariga della scorsa stagione, privo di personalità o di un ruolo definito, sorprende la noncuranza e l'involuzione con cui è stata trattata la detective della NYPD, inserita in una storyline grottesca per la sua incuria.

Cambia idea sul suo lavoro a ogni puntata, se la prende con una collega interferendo nelle sue indagini per un diverbio avuto ai tempi del liceo, anche il suo stesso "potenziamento" si perde interamente tra le pieghe della negligenza.
E sono due protagonisti, con un tempo su schermo estremamente elevato. Un insieme di fattori che rendono la seconda stagione di Luke Cage un buon intrattenimento, piacevole, a tratti anche esaltante e con un finale coraggioso, ma nulla di più.

Luke Cage - Stagione 2 La seconda stagione di Luke Cage, a differenza del suo protagonista, non è antiproiettile: la struttura delle 13 puntate penalizza il suo ritmo e due (Shades e Misty) tra i personaggi principali, o comunque con abbondante tempo su schermo, non trovano un ruolo ben definito all'interno della vicenda, risultando piuttosto amorfi. Ma dietro questi difetti si erge un prodotto possente, a partire da un villain straordinario come Bushmaster corroborato da un'interpretazione sontuosa di Mustafa Shakir, e un protagonista con un processo di crescita magistrale e mai banale. Un intreccio complesso al punto giusto, scene d'azione finalmente convincenti ed entusiasmanti, un mood con un tocco di leggerezza in più che non guasta e un finale coraggioso e inaspettato riescono a coprire in parte i difetti, confezionando quello che infine può dirsi una buona (ma non sconvolgente) seconda stagione.

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