Mindhunter: recensione della seconda stagione della serie Netflix

La serie prodotta (e in parte diretta) da David Fincher ci regala nuovi interrogatori ai più famigerati serial killer della storia americana

recensione Mindhunter: recensione della seconda stagione della serie Netflix
Articolo a cura di

Mindhunter non è e non vuole essere una serie facile da inquadrare, ormai questo è certo. Per tanti altri prodotti questo aspetto potrebbe venir considerato un difetto, sintomo di una limitata lungimiranza e dell'assenza di una visione di insieme unitaria. Ma non per questa serie originale Netflix: la seconda stagione dimostra ulteriormente che ogni singolo pezzo del puzzle è messo nel posto esatto in cui il creatore Joe Penhall e il produttore esecutivo nonché regista di alcuni episodi David Fincher l'avevano immaginato.
È semplicemente raro trovare qualcosa che si muova in maniera così elegante tra realtà storica e finzione, tra gli scontri mentali degli interrogatori e le battaglie fin troppo reali e crude delle indagini, fino a come tutto ciò possa influire nella vita personale dei protagonisti. Ci sono talmente tanti elementi in gioco in Mindhunter che a tratti ci si può sentire persi, eppure basta abbandonarsi alla sceneggiatura fluida degli episodi per ritrovare in un attimo la bussola. E se la prima stagione poteva lasciare, a mente fredda, un senso di pochezza narrativa, la seconda appare fin da subito ben più strutturata e corposa, finalmente si mette in gioco e mostra, ad ali spiegate, cosa comporta la nascita e lo studio del termine serial killer, anche nei suoi aspetti più macabri.

Lie: The Love and Terror Cult

Le vicende riprendono sotto i migliori auspici: il nuovo capo cui Holden (Jonathan Groff), Bill (Holt McCallany) e Wendy (Anna Torv) devono far rapporto sui loro progressi nello studio e nella categorizzazione dei serial killer è pienamento convinto della validità di un simile approccio, all'epoca rivoluzionario. Ciò significa più fondi, più forza lavoro, la possibilità di intervistare faccia a faccia dei criminali sempre più celebri e perversi - David Berkowitz e Charles Manson in primis, qui interpretati rispettivamente da Oliver Cooper e Damon Herriman - e soprattutto la certezza di essere in qualche modo coinvolti ufficialmente in alcune delle cacce all'uomo più importanti a livello nazionale, come lo spinoso e tuttora per certi versi irrisolto caso degli omicidi di numerosi bambini di colore ad Atlanta.
Ma dietro questa ottimistica "facciata" istituzionale dalle prospettive luminose si nasconde un equilibrio precario, sia lavorativo che personale. Dopo l'incidente con Ed Kemper (Cameron Britton), infatti, nessuno vede di buon occhio Holden, ritenuto da chiunque un agente valido e dall'intuito fuori dall'ordinario, ma sempre più propenso a momenti di mancanza di empatia e manie di grandezza e superiorità. Insomma, da tenere sotto controllo affinché i suoi comportamenti non mettano a rischio indagini o influenzino le sue capacità di giudizio. Infine, nemmeno per Bill le cose si mettono bene, alle prese con i comportamenti di volta in volta più bizzarri di Brian (Zachary Scott Ross), il suo figlio adottivo.

Ego

Ovviamente le luci della ribalta - almeno nella prima metà di stagione - sono tutte per i maestosi interrogatori ai serial killer, vero simbolo di Mindhunter. Ed è in questi momenti che si comprende l'importanza del dialogo in una serie tv. Le conversazioni, che in realtà diventano dei veri e propri duelli mentali tra gli interlocutori, sono dei gioielli unici, tesi e affascinanti. Come si approccia una personalità folle come Charles Manson? Cosa può esserci di rilevante nelle storie allucinanti di possessioni e cani demoniaci di David Berkowitz? Ma soprattutto che approccio usare per far sì di ricevere delle vere risposte da queste persone e non i soliti deliri? Se nella prima stagione la maggior parte del tempo veniva impiegato a comprendere le cause di certi comportamenti, cosa potesse mai spingere una persona a compiere atti così efferati, ora l'attenzione si focalizza sulla dimensione dell'ego. Avendo determinato la causa in fattori inerenti alla sfera sessuale, Mindhunter adesso si sposta per mostrarci quanto sia importante per un serial killer la percezione che le persone hanno di lui, l'ego che richiede una propria narrativa, che deve dominare anche ciò che viene detto o si scrive e che specialmente vuole essere riconosciuto come autore di quegli atti. Un viaggio meraviglioso e disturbante attraverso una nuova sequela di interrogatori, battaglie estreme dall'esito sempre incerto fino alla fine. Sequenze che sono opere d'arte, in poche parole.

Sick City

La seconda parte di stagione, invece, è dominata dal caso degli omicidi di almeno 28 bambini di colore ad Atlanta, ed è qui che scoppia la vena drammatica di Mindhunter, che quasi improvvisamente si trasforma in un poliziesco a tutto tondo e di gran lunga più massiccio rispetto alle deviazioni investigative di due anni fa. Holden e Bill si muovono in un ambiente estremamente ostile: nessuno vuole la presenza dell'FBI, una polizia piuttosto corrotta e inefficiente, l'ombra del Ku Klux Klan, in una città dominata dal razzismo nonostante la presenza del primo sindaco di colore. Un pantano di questioni politiche, tensioni sociali, burocrazia inservibile, tutti aspetti che nella mente del giovane agente del Bureau appaiono inutili e anzi di ostacolo ad un vero lavoro di caccia all'uomo. E nel frattempo i morti e le sparizioni continuano ad aumentare, il senso di impotenza cresce giorno dopo giorno, con Bill costretto a fare avanti indietro da Atlanta e la sua casa in Virginia per le problematiche con il figlio, che non fanno altro che investirlo ulteriormente sul piano emotivo. Senza contare che nessuno ancora né comprende né si fida di questo fantomatico nuovo metodo di profiling psicologico. Sono sequenze dure, estenuanti, frustranti, capaci di portare al limite estremo la forza e la volontà dei protagonisti e di quei pochi membri delle forze dell'ordine decisi ad aiutarli. Un tentativo riuscitissimo non solo di mostrare la crescita e le prime prove sul campo di un metodo ancora sperimentale, ma anche di produrre un poliziesco senza filtri - oltretutto già testato da Fincher con Zodiac.

Invisible Tears

L'altro aspetto vincente di Mindhunter è, in tutto questo crogiolo di avvenimenti, come e quanto venga influenzato dalle vite private dei personaggi principali. Holden, ad esempio, era riuscito a mantenere un certo distacco dai serial killer grazie alla sua relazione con Debbie (Hannah Gross), una ragazza che proveniva da un'area culturale opposta alla sua, che poteva dargli numerosi nuovi punti di vista e ipotesi. Senza di lei, Holden torna ad essere quella persona tutta d'un pezzo, dalla visuale limitata, incapace di provare la giusta empatia o di leggere la stanza, per così dire. E negli interrogatori e nelle indagini è un aspetto che si nota. Lo stesso vale per Bill, influenzato ovviamente dalla situazione familiare nel momento di intervistare alcune tipologie di serial killer. È una gestione virtuosa, che si inserisce perfettamente nel tessuto narrativo portante e dona coerenza e pienezza al tutto. Ma è pure ciò che crea l'unico difetto, purtroppo persino marcato e non di secondo piano, dell'intera stagione: il ruolo di Wendy. Fino a un certo punto, la dottoressa rimane essenziale, conducendo persino alcune interviste e comprendendo magistralmente quel maestoso gioco di guerra psicologica.

Poi si perde lentamente ma costantemente focus su di lei, basta pensare che nelle puntate conclusive non appare quasi mai. Ora, era logico metterla in secondo piano nei momenti topici delle indagini. E non c'è alcun dubbio che ciò che Penhall voleva dipingere era proprio il suo essere fuori posto, il suo sentirsi meno importante, meno parte della squadra. Sarà uno dei punti fondamentali di una possibile - e auspicata - terza stagione, ma ciò che ora abbiamo in mano è un ruolo tronco, piuttosto inutile perché non sfocia ancora in nulla. Rimane, tuttavia, l'unica macchia sulla seconda stagione di una serie unica, una delle punte di diamante delle produzioni originali di Netflix.

mindhunter stagione 2 Mindhunter si riconferma uno dei prodotti più curati e unici della scuderia Netflix. Non è presente, al momento, nel panorama seriale un telefilm del genere, capace di riportare ai massimi livelli l'arte del dialogo e dello scontro psicologico senza tralasciare dei contenuti duri, maturi, a tratti strazianti come l'argomento esige. Da padrone la fanno sempre loro, gli interrogatori con i serial killer più iconici della storia criminale americana, perle immense di sceneggiatura e di recitazione. Ma non meno importanza in questa seconda stagione assume anche la crescita dell'Unità di Scienze Comportamentali, al suo per cosi dire vero e ufficiale debutto sul campo in un'indagine proprio su un serial killer. Una stagione possente, a tratti sfiancante sul piano emotivo, il cui unico neo è l'uso di uno dei protagonisti, la dottoressa Wendy Carr, che non trova un ruolo ben definito. Certamente una scelta voluta, ma la sua gestione non è delle più virtuose. Eppure Mindhunter, nonostante ciò, rimane una serie straordinaria.

8.5