Mythic Quest: Raven's Banquet, Recensione della sorprendente comedy Apple

La comedy targata Ubisoft è un prodotto solido e a tratti sorprendente, capace da sola di aprire un piccolo nuovo universo al medium stesso.

recensione Mythic Quest: Raven's Banquet, Recensione della sorprendente comedy Apple
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Annunciata come un fulmine a ciel sereno su un palco non convenzionale - almeno per quanto riguarda le serie tv - quale quello dello scorso E3, Mythic Quest: Raven's Banquet è, a tutti gli effetti, una piccola follia su cui Ubisoft ha voluto scommettere. Ambientare una comedy interamente all'interno di uno studio di sviluppo di videogiochi può essere, infatti, il classico colpo di genio, ma anche un'arma a doppio taglio. Eppure è stata una scommessa ragionata, visti gli artisti cui il colosso francese si è affidata: Rob McElhenney, Charlie Day e Megan Ganz sono personalità navigate che specialmente di comedy se ne intendono e la longeva C'è sempre il sole a Philadelphia parla da sé.

Sarà bastato questo? Non vogliamo tenervi troppo sulle spine, la risposta è assolutamente si. Qualche aspetto deve essere sicuramente limato, si può fare e dire ancora tanto con un simile setting e le tematiche che ne derivano, ma il prodotto c'è ed è pronto a sbarcare su Apple TV+ dal 7 Febbraio.

Come trattare un megalomane

Le vicende seguono le peripezie dello studio di sviluppo dietro il più famoso - e fittizio ovviamente - MMORPG sul mercato, Mythic Quest, in procinto di pubblicare la sua più grande espansione fino ad ora, Raven's Banquet. I ritmi di lavoro sono febbrili, lo stress sale, le aspettative sono spropositate e ricadono totalmente sulle spalle del visionario creatore Ian Grimm (Rob McElhenney), un individuo megalomane e pieno di sé convinto di essere al pari di una divinità.

A trattenere le sue smodate ambizioni ci pensano altre figure chiave all'interno dello studio, in particolare il produttore esecutivo David Brittlesbee (David Hornsby), l'ingegnere a capo degli sviluppatori Poppy Li (Charlotte Nicdao), Brad Bakshi (Danny Pudi), incaricato della monetizzazione ed infine C.W. Longbottom (F. Murray Abraham), scrittore e vincitore di un premio Nebula che si occupa della narrativa del gioco.

Il trionfo o la rovinosa caduta di una comedy passa, inevitabilmente, da loro e fin dalla prima sequenza è evidente che i personaggi sono a dir poco meravigliosi. Ognuno ha le sue particolarità, le proprie fissazioni, un'idea unica di cosa rappresenti questo lavoro e, di conseguenza, tutti portano un diverso tipo di umorismo in scena.

È una componente fondamentale e Mythic Quest la esegue praticamente alla perfezione, si passa da Ian non soddisfatto dal fatto che una pala sia una semplice pala con conseguente ammattimento di Poppi alla glaciale e perversa mente calcolatrice di Brad o all'erotomania di C.W., senza considerare un brillantemente nutrito cast secondario. Ma in generale l'inventiva e la creatività si attestano su livelli eccellenti, anche solo per la diversità delle situazioni proposte.

Tra il crunch e il feedback della community

E qui entrano in gioco gli argomenti che Mythic Quest affronta: a volte leggeri e scanzonati come la ricerca di un nuovo streamer di riferimento, altre piuttosto duri e complessi. Il crunch, il ruolo della donna in un universo prevalentemente maschile, il devastante scontro tra creativi e aziendalisti, il dilagante politically correct, la privacy da garantire alla propria utenza e il rapporto con essa, non sono questioni semplici né sbrigative e neanche con una soluzione universalmente efficace.

Mettiamo però in chiaro una cosa, ovvero che Mythic Quest non è una docuserie o una dramedy. Si tratta di una comedy pura, che certamente aderisce al canone contemporaneo scontrandosi con aspetti critici e non rendendo ogni puntata un compartimento stagno, ma non è Fleabag, e non vuole aspirare ad un grado assoluto di veridicità tecnica. E a volte si fa trascinare molto da questa sua natura, ad esempio il crunch viene affrontato effettivamente con troppa leggerezza - non è da escludere che con la seconda stagione di Mythic Quest già in cantiere possa ritornare.

Accade di rado, ma accade ed è un problema. Nel restante dei casi, invece, Mythic Quest trova un suo peculiare equilibrio, riuscendo a creare persino delle piccole gemme. Un episodio nello specifico si distanzia dagli eventi principali e si concentra esclusivamente sul rapporto che si instaura tra il creatore di un gioco che vuole portare avanti le sue idee e le pressioni da parte del publisher per essere più commerciali, con un risultato meravigliosamente straziante.

Così come ci sono alcuni momenti commoventi tra i protagonisti, che spiccano per forza emotiva e genuinità. È vero, questa prima stagione è soltanto una fondazione, eppure già pregna di qualità ed identità e, negli anni, potrebbe davvero rappresentare un'apripista per un - relativamente - nuovo mondo in cui ambientare delle future serie tv. In chiusura, un piccolo appello ad Ubisoft, poiché era preventivabile un pletora di riferimenti ai suoi giochi e non solo, ed a tratti sono sottili e scatenano quasi una piccola e sfiziosa caccia agli easter egg. Però le pur brevi sequenze di intermezzo tra una scena e un'altra tratte direttamente da For Honor magari no.

Mythic Quest: Raven's Banquet Mythic Quest è un telefilm competente, solido e spesso e volentieri esilarante. E non poteva essere altrimenti, visto uno dei migliori cast di personaggi che si siano visti di recente in una comedy. Dalla megalomania di Ian alla schizofrenia dell'assistente Jo, i protagonisti sono una girandola meravigliosa di follie e reazioni sempre rinfrescanti. Eppure la serie Ubisoft distribuita da Apple riesce a trovare, nella maggior parte dei casi, un suo equilibrio e un'identità anche nel trattare le tematiche più angoscianti dietro lo sviluppo dei videogiochi, dal ruolo delle donne al crunch fino al rapporto con la community. I problemi nascono quando si fa prendere troppo la mano dal suo essere una comedy pura, banalizzando troppo alcuni aspetti, il vero grande difetto di questa prima stagione. Ma resta un esordio ben più che incoraggiante, con ottime possibilità di crescita e capace, magari, in qualche anno di passare alla storia del genere come un apripista per un piccolo nuovo universo in cui ambientare serie tv.

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