Orange Is the New Black: addio alla serie Netflix che ha cambiato tutto

L'epilogo di una serie tv che è entrata nella storia, tra rappresentazione, denuncia sociale ed emozioni contrastanti

recensione Orange Is the New Black: addio alla serie Netflix che ha cambiato tutto
Articolo a cura di

Siamo così abituati a sfogliare il catalogo di Netflix che a volte dimentichiamo la relativa novità del servizio streaming, che in Italia è arrivato soltanto a fine 2015. Cioè due anni dopo il debutto sulla piattaforma di Orange Is the New Black, la serie che ha rivoluzionato il modo di fruire e concepire la serialità. Da noi è approdata prima su Infinity e Mediaset Premium, e tanto è bastato per far finire sulla bocca di tutti le vicende di Piper Chapman e delle altre detenute del carcere di Litchfield, con personaggi - protagonista compresa - ispirati al libro di memorie della vera ex detenuta Piper Kerman.
Orange is the new black è il titolo che ha lanciato il binge-watching e insieme sdoganato molti tabù televisivi. La vita in carcere mostrata dalla serie - caratterizzata da istanti spassosi e teneri tra i personaggi, ma anche da terribili ingiustizie - ci ha spiazzati, ma ha contribuito alla sensibilizzazione delle coscienze su tematiche molto delicate e alla rappresentazione della diversity nei media.
Dopo la settima stagione, sbarcata su Netflix il 26 luglio, Orange Is the New Black è terminato, lasciando un vuoto nei nostri cuori, ma forse anche una società più consapevole dei diritti e dei doveri di un essere umano.

La guerra contro i propri demoni e un sistema ingiusto: i drammi di questa stagione

Piper (Taylor Shilling), finalmente libera, si trova a fare i conti con il proprio reintegro in società, rendendosi però conto di vivere ancora in una sorta di prigione, a causa dei numerosi e assurdi ostacoli che si pongono sul suo cammino di redenzione. Vista di cattivo occhio da chi la circonda e in forti difficoltà economiche, Piper sembra avere pochissime possibilità di ristabilire un'esistenza "normale". La mancanza di Alex (Laura Prepon), ancora in prigione, non fa che alimentare i suoi dubbi e instabilità emotiva, gettandola in uno stato di profonda incertezza sul proprio futuro.
Le cose non vanno meglio in carcere: lo spaccio di droga continua sotto il nuovo controllo di Daya (Dasha Polanco), condannata all'ergastolo, mentre Taystee (Danielle Brooks) vive il dramma di essere tornata immeritatamente in prigione dopo la falsa testimonianza dell'amica Cindy (Adrienne C. Moore). Alex, intenzionata a rimanere pulita per scontare il periodo di detenzione che le resta, viene coinvolta suo malgrado nello spaccio, mentre molte altre detenute fanno i conti con i propri demoni personali.


Una stagione tristemente attuale, tra vittorie e sconfitte personali

Era inevitabile che prima o poi Netflix mettesse la parola fine anche a una serie longeva e amatissima come Orange Is the New Black e l'ha fatto con una stagione che sembra concludere al meglio (o quasi) il percorso compiuto in tutti questi anni.
Nonostante questa stagione finale non abbia (inevitabilmente) dato un lieto fine a tutti i personaggi, c'è comunque una componente di speranza, un invito a lottare, a migliorarsi e a non permettere alle ingiustizie sociali di soffocare le proprie ambizioni.
Il merito di questa degna conclusione va in primo luogo alle tematiche affrontate, che mai come in questa stagione affondano nell'attualità. Orange Is the New Black è sempre stata una serie profondamente legata alle difficoltà personali, sociali ed economiche dei suoi personaggi, fungendo da pesante denuncia contro un sistema che non facilita la redenzione.
La settima stagione porta al massimo questa critica, analizzando con severità, ma anche un'ammirevole dose di sensibilità, le questioni che negli ultimi tempi hanno focalizzato l'attenzione dei media: le spigolosità del sistema giudiziario e correttivo americano, la maniera spesso disumana in cui il governo USA affronta l'immigrazione clandestina, la corruzione nelle carceri e gli scandali sessuali denunciati dal movimento #MeToo.
L'immigrazione clandestina, tanto in Europa quanto negli Stati Uniti, è negli ultimi tempi una tematica calda, da trattare con i guanti. La scrittura di Orange arriva al punto della situazione senza soffermarsi troppo su finti buonismi e senza ricorre a eccessivi filtri. Come ha sempre fatto, la serie non vuole mettere in primo piano il peccato e il peccatore, ma raccontare storie di esseri umani che fanno ciò che possono per sopravvivere e, in molti casi, per regalare una vita migliore ai loro figli, il tutto con uno sguardo ampiamente critico al trattamento disumano che subiscono nei centri ICE (che, non a caso, sono al centro di grandi polemiche negli USA), in cui bambini anche piccolissimi vengono separati dalle loro famiglie (Orange is the new black non ha mai indorato la pillola, e infatti l'immagine più angosciante, devastante e tristemente vera di questa stagione è l'aula di tribunale piena di bambini chiamati a rispondere del reato di immigrazione clandestina).

All'applicazione della legge si accavalla qui una discussione di più ampio respiro, sul buon senso, sulla comprensione e sull'umanità, nonché sul diritto di tutti di avere la possibilità di difendersi. Per questo motivo la giustizia descritta in Orange Is the New Black viene smascherata in tutte le sue contraddizioni e i suoi paradossi, denunciando quanto sia assurdamente complesso anche un gesto semplice come una telefonata. A questo si aggiunge il gap linguistico tra detenute di diversa nazionalità e coloro a cui si dovrebbero rivolgere per chiedere aiuto.
Il cambiamento per il meglio, che sembra a tratti impossibile a livello istituzionale (la nuova direttrice del carcere, decisa a rivoluzionare in meglio la vita delle detenute, si scontra con un sistema basato sul profitto che tratta le carcerate come merce), è invece possibile a livello individuale: ne sono un esempio Joe Caputo (Nick Sandow), alle prese con particolari corsi di formazione e - in modo più sensibile e accorato di quanto pensassimo - con lo scandalo del #MeToo; e Fig (Alysia Reiner), che nella comprensione delle clandestine mostra di aver concluso al meglio il proprio arco di crescita come personaggio.

Le mancanze del sistema giudiziario americano non si percepiscono tuttavia solo tra le detenute in attesa di rimpatrio o rilascio, ma anche tra i cittadini americani che si impegnano per cambiare vita. Per loro il carcere sembra essere una macchia incancellabile, che mette a repentaglio anche la strada per la redenzione.
Piper ne è l'esempio perfetto. Non è la prima volta che lo sguardo di Orange Is the New Black si posa sulle ex detenute e sul loro modo di gestire la riacquistata libertà, ma ora che si concentra sulla protagonista, sembra puntare tutto su quello che è l'evidente fallimento della normativa sul reinserimento in società di questi individui.
Qualcosa di simile si è visto di recente anche nella miniserie When They See Us, tratto dalla vera storia di un gruppo di ragazzi ingiustamente condannati per aggressione e violenza sessuale.

Un cerchio che si chiude su un epilogo dolceamaro

La vita di una Piper nuovamente libera - con le sue preoccupazioni e i suoi tentativi di guadagnarsi un nuovo posto nel mondo - amplifica lo scopo di denuncia della serie, ma ha anche il compito di chiudere un cerchio iniziato con la prima stagione. Lì abbiamo visto Piper affrontare la notizia della condanna, il dramma di lasciare gli affetti per affrontare una realtà del tutto nuova. Il trauma si respira nuovamente in questo tentativo di chiusura e risulta quasi commovente, al pensiero che ora le persone care lasciate dalla protagonista non sono i membri della sua famiglia biologica, ma le altre detenute, mentre la novità spiazzante è il ritrovamento di quella vita che lei stessa ha lasciato all'inizio della serie.
Per molte altre figure note la settima stagione è un capitolo che si chiude, per alcune in modo positivo - con una crescita personale e una maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità - per altre con una regressione che, seppur triste, stabilisce ancora una volta il tono realistico da sempre ricercato dalla serie, malgrado i suoi numerosi istanti assurdi e tragicomici.

Nonostante l'ottimo approccio avuto nei confronti delle tematiche sociali sopra descritte, la settima stagione di Orange Is the New Black registra comunque qualche difetto, soprattutto nel tentativo di dipingere le vicende all'interno del carcere. Su alcune è stata posta un'enfasi eccessiva, portando a qualche istante morto e a una lieve ridondanza, mentre poco spazio è stato dedicato ad altre situazioni, soprattutto a uno dei più grandi drammi della stagione. Tutto ciò è dovuto sicuramente agli spazi ristretti dei soli tredici episodi della stagione, che hanno comunque permesso nel finale di avere una rapida panoramica sulle detenute non ancora incontrate nella stagione e i personaggi secondari, nonché i commoventi saluti del cast.
Malgrado questo sbilanciamento narrativo, il finale di serie ha dato molto, sia a livello tecnico che di contenuti, non mancando di suscitare un sorriso nello spettatore, ma scavando abbastanza a fondo da strappare anche qualche lacrima. Il tocco di Orange Is the New Black non si smentisce mai.

Il ruolo sociale di Orange Is the New Black: una serie rivoluzionaria che ha contribuito alla rappresentazione della diversity

Nonostante le molte novità della stagione e il ricorso alle tematiche sociopolitiche attuali, Orange Is the New Black si mantiene fedele a se stessa, portando avanti l'obiettivo che ogni sua stagione ha inseguito strenuamente: la rappresentazione realistica della diversity.
Il ventunesimo secolo ha contribuito molto allo sdoganamento di numerosi tabù - soprattutto di tipo sessuale - con le sue battaglie per i diritti civili, ma è palese che la strada da percorrere è ancora lunga, prima di ottenere un riconoscimento universale della parità etnica, di genere e dell'uguaglianza dei diritti della comunità LGBTQI+. Oltre al suo obiettivo di denuncia sociale, Orange è entrato meritatamente nella storia della serialità, grazie al suo modo realistico, spontaneo e privo di filtri di mostrare al mondo la "diversità" degli individui in tutte le sue sfumature. La società stessa è formata da un tessuto eterogeneo, che merita di essere rappresentato in modo verosimile, per normalizzare ciò che molte persone ancora percepiscono come "anormale".

L'inclusività nei media - siano essi film, serie tv, libri e videogiochi- non mira, in modo semplicistico, a cambiare la mentalità delle persone, ma a mostrare al pubblico che la realtà è composta da individui che sono tutti diversi tra loro e di cui è legittimo (anzi, fondamentale) parlare. Lo spettatore, chiunque egli sia, non si sente così escluso da quell'identificazione che risulta automatica quando si fruisce una storia.
Orange Is the New Black ha ricoperto un ruolo importantissimo in questo tentativo di rappresentare la diversity e lo ha fatto inserendo nella trama principale esperienze di donne di diverse nazionalità (bianche, latinoamericane, afroamericane), ma anche di diverso orientamento sessuale (non solo omosessuali e bisessuali, ma anche transgender, come nel caso del personaggio interpretato da Laverne Cox, Sophia Burset), e ancora donne con disturbi mentali e con corpi che spesso non rientrano nei canoni di bellezza attuali.

Il processo di rappresentazione della diversity avviato da Orange Is the New Black è stato una sorta di calcio di inizio di una rivoluzione seriale che si è manifestata in seguito in molti altri prodotti non basati esclusivamente su canoni prestabiliti.
Sono gli stessi fan a testimoniare quanto Orange sia stato in grado di migliorare la vita di molti di loro, aiutandoli nei loro diversi percorsi di accettazione dei propri sbagli, del proprio corpo, della propria identità e della propria sessualità. Quando un prodotto ha un ruolo sociale così evidente, non può che fare la storia della serialità.

Orange Is the New Black: la serie tv che ci ha assuefatti al binge watching

Orange Is the New Black ha però un'altro merito importante, che riguarda proprio il concetto di serie tv e di binge watching. Negli Stati Uniti Netflix ha aperto i suoi battenti come servizio di streaming a pagamento proprio con prodotti come questo, rendendo disponibile l'intera stagione senza attese, a differenza di quei servizi che basavano le trasmissioni su un palinsesto settimanale. Chi è cresciuto assieme ai telefilm degli anni '80 e '90 sa quanto fosse frustrante (ma anche stimolante) attendere una settimana per vedere come la serie sarebbe andata avanti. Con Orange e molti altri prodotti, questo tipo di fruizione è stato superato.

Da qui nasce il concetto - come viene attualmente concepito - di binge watching, ossia di maratona continua di molti episodi o, addirittura, della stagione completa di una serie tv.
È stata proprio OITNB a lanciare questo nuovo modo di fruire la serialità (pochi mesi prima, anche House of Cards aveva debuttato su Netflix con l'intera prima stagione, ma ancora non si parlava di binge-watching). Vuoi per la disponibilità immediata delle puntate, vuoi per i molti colpi di scena - che invogliano lo spettatore a divorare una stagione intera in poco tempo - Orange Is the New Black ha dato vita a un nuovo modo di vivere le serie tv. Oggi il binge-watching è una tendenza comune, un pasto completo e abbondante fatto di storie ed episodi appassionanti che è impossibile non divorare uno dopo l'altro.
Che questo piaccia o no, non si può dire che non si tratti di una rivoluzione. E a farla è stata una serie che ha raccontato le donne e ha denunciato le ingiustizie sociali e istituzionali degli USA.

Orange is The New Black - Stagione 7 Nella sua ultima stagione, Orange Is the New Black si riconferma una serie tv rivoluzionaria e attenta, capace di trattare con grande sensibilità tematiche molto delicate. Sempre più attuale è la denuncia contro un sistema giudiziario ingiusto e poco flessibile, denuncia che è stata portata avanti in questa stagione tramite l'inserimento della questione dell'immigrazione clandestina negli Stati Uniti e sulle infinite difficoltà di reinserimento degli ex detenuti nella società. Nonostante alcune situazioni e alcuni personaggi siano stati esplorati in modo affrettato (mentre altre questioni sono state eccessivamente approfondite,) la stagione finale di Orange Is the New Black ha affrontato con realismo molti drammi personali, perseguendo il proprio obiettivo di corretta rappresentazione della diversity.

8.5