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Orange is the New Black: Recensione della sesta stagione

La nuova stagione di Orange is the New Black tenta di alleggerire i toni e tornare alle origini, ma il suo punto forte è la potenza drammatica.

recensione Orange is the New Black: Recensione della sesta stagione
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Orange is the New Black è sempre riuscita, per via della sua stessa premessa narrativa, a trovare un equilibrio tra comicità e dramma. O almeno, ci è riuscita fino alla fine della quarta stagione che, coincidendo con la morte di Poussey Washington per mano di una guardia, ha segnato un drammatico punto di non ritorno nel tono della serie: la claustrofobica quinta stagione, infatti, coprendo quasi in tempo reale la rivolta immediatamente successiva alla morte di Poussey, aveva toni decisamente più cupi e si concentrava su temi seri come l'abuso di potere, la violenza delle forze dell'ordine, e il movimento Black Lives Matter. La nuova stagione parte dagli stessi presupposti ma, nel ritmo e nell'atmosfera, tenta di ritornare al respiro delle prime stagioni, riuscendoci solo in parte.

Nuove storie

Come conseguenza della rivolta, le detenute del carcere di minima sicurezza di Litchfield vengono spostate nella sede di massima sicurezza, che a sua volta è suddivisa in tre sezioni. Questo fa sì che i gruppi a cui siamo abituati vegano rimescolati formando nuove combinazioni, e dà la possibilità di introdurre personaggi nuovi (alcuni più riusciti di altri). Su tutte le "Debbie Murderers", Carol e Barb, due sorelle rivali, ciascuna a capo di una sezione; a loro viene affidata la trama centrale, quella della guerra tra gang, che finisce per coinvolgere la maggior parte delle detenute.

Questa è probabilmente la trama più "leggera" della stagione, non priva di tensioni ma divertente da guardare. Nonostante ciò, dare così tanto spazio a dei personaggi appena conosciuti, per quanto interessanti, ben costruiti e ben interpretati (secondo gli standard di Orange is the New Black), fa sì che questa storyline risulti fine a se stessa: intrattiene, e lo fa bene, ma coinvolge poco a livello emotivo. Questo non sarebbe un problema, se non togliesse spazio a storie più importanti a livello trasversale, quelle che vedono le detenute fare i conti con le conseguenze dirette della rivolta, come ad esempio quella di Taystee. La colpa della morte di Piscatella, il capo delle guardie ucciso per sbaglio da un collega, viene infatti fatta ricadere su di lei dalla MCC, la società che gestisce la prigione e che è alla disperata ricerca di qualcuno da accusare.

Un sistema in prigione

Taystee (Danielle Brooks) è il capro espiatorio perfetto: dopo essersi assunta la responsabilità di negoziare (pacificamente) a nome di tutte le detenute, è stata vista puntare una pistola contro la testa di Piscatella, tenuto prigioniero. Inoltre, l'ambiente degradato in cui è cresciuta viene usato dalla MCC per corroborare una narrativa che la vede violenta e aggressiva. Per vincere la causa avrà bisogno di tutto il supporto possibile, ed è qui che si sviluppa il tema più interessante della stagione: la divisione tra chi ha il privilegio di poter aiutare e chi no. Joe Caputo (Nick Sandow), l'ex direttore di prigione, non ha niente da perdere e, anzi, fa dello scagionare Taystee la sua missione, che diventa un modo di riempire le giornate. Le altre detenute, invece, non hanno lo stesso privilegio, e vengono costrette a scegliere tra la certezza della propria salvezza e la possibilità di aiutare un'altra persona, senza garanzia di riuscita e con la consapevolezza di mettere a rischio la propria incolumità. La decisione è già stata presa per loro da un sistema corrotto e profondamente sbagliato, a cui non importa delle persone che ne pagano le conseguenze (una delle trame riguarda le guardie della prigione che giocano a una sorta di Fantacalcio sadico, chiamato "Fantasy Inmate", per cui si guadagnano punti ogni volta che una delle detenute viene ferita o soffre in qualche modo); un sistema che gli autori di Orange is the New Black criticano sempre più apertamente.
C'è un senso di impotenza che pervade l'intera stagione e dipinge le detenute di Litchfield come animali in trappola, in una guerra che non possono sperare di vincere: come dice Taystee, "non si può mettere un intero sistema in prigione". Si può, però, esporlo, denunciarlo, ed analizzare gli effetti che ha sulle sue vittime, ed è questo in cui Orange is the New Black eccelle. I momenti migliori della stagione sono quelli più seri e dolorosi, e il tentativo di stemperarli con nuovi personaggi stereotipati e battute stanche e ripetitive risulta spesso frustrante. Se, all'inizio, le dinamiche da scuola superiore del carcere di minima sicurezza divertivano e davano la possibilità di bilanciare le storie più drammatiche con momenti di leggerezza, adesso la posta in gioco è troppo alta, e in alcuni casi la comicità sembra addirittura fuori luogo.

Il futuro della serie

Tutto ciò non toglie, però, che nonostante questi difetti Orange is the New Black rimanga una delle serie migliori in circolazione, che nel corso degli anni ha trovato il modo di reinventarsi a ogni stagione. Per quanto sia doloroso vederle intrappolate, torturate e messe alla prova, è sempre un piacere ritrovare le sue protagoniste, che riescono a rendere godibili anche i momenti più sottotono, e continuano a fare da esempio nella rappresentazione di personaggi femminili complessi e variegati.

Al momento è stata confermata una settima stagione, che potrebbe però essere l'ultima. Se così fosse, e se gli autori si concentrassero sui punti forti della serie senza togliere tempo al suo cast principale con storyline secondarie, la sua qualità non ne risentirebbe e la serie potrebbe terminare mantenendo gli standard altissimi a cui ci ha abituati. La sesta stagione è buona, ma contiene dei segnali d'allarme che indicano che forse, per quanto se ne sentirà la mancanza, è ora che Orange is the New Black finisca prima di diventare a tutti gli effetti "Fantasy Inmate".

Orange is the New Black - Stagione 6 Le troppe trame parallele e i nuovi personaggi rischiano di soffocare i punti forti della serie, ma la qualità della stagione resta alta grazie alla sua scrittura, il suo sempre ottimo cast, e l'efficacia della denuncia del sistema. L'umorismo è in alcuni casi fuori luogo e si basa un po' troppo su battute ripetitive ed eccessivi riferimenti alla cultura pop, mentre i momenti drammatici sono più efficaci e risollevano la stagione.

7.5

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