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Ozark: recensione della seconda stagione della serie Netflix

Il 31 agosto su Netflix tornano gli intrecci della famiglia Byrde con la seconda stagione di Ozark. La nostra recensione.

recensione Ozark: recensione della seconda stagione della serie Netflix
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Lo scorso anno avevamo applaudito al convinto passaggio di Jason Bateman nel campo della recitazione drammatica, lui mattatore dello spassoso Arrested Development. Come un novello Bryan Cranston è infatti passato dalla comedy al vestire i panni di un padre apparentemente normale, invischiato però nei traffici della criminalità organizzata. Il riferimento a Walter White non è per nulla casuale, perché come già ribadito nella recensione alla sua stagione d'esordio, Ozark traeva dalla creatura di Vince Gilligan una forte ispirazione di fondo, per poi costruire qualcosa di personale, molto efficace, ma non particolarmente originale. L'indubbia qualità della serie, unita al buon riscontro di pubblico e critica, ha spinto Netflix a produrre una seconda stagione, disponibile sulla piattaforma streaming dal 31 agosto, con l'obiettivo non solo di perfezionare quello che di buono era già stato fatto, ma anche tentare una maggior differenziazione in un panorama di per sé sempre più saturo. Possiamo già anticipare come questi propositi siano stai portati a compimento solo parzialmente, dando alla luce un prodotto ancora una volta solido, ma mai veramente eccellente. Ma adesso vi diciamo tutto.

Intrighi nelle Ozark, di nuovo

Marty Byrde è un consulente finanziario di Chicago, nonché riciclatore di denaro per un cartello della droga messicano. Questo suo secondo impiego lo spinge, dopo alcuni problemi, a trasferirsi con la sua famiglia nel Missouri, sulle sponde del lago Ozark. Qui la famiglia inizierà a investire denaro sporco diventando in poco tempo un punto di riferimento della comunità, e insieme guadagnando nuovi e pericolosi nemici. La seconda stagione inizia da qui, da una soluzione delicata per i Byrde, costretti a rimanere nella regione dei laghi almeno per altri sei mesi, per ripagare e potenziare gli investimenti messicani andati persi durante la prima stagione. Si riparte dalla costruzione di un casinò, progetto al quale dovrebbe contribuire non solo il cartello, ma anche la famiglia Snell, già tra i protagonisti della prima stagione. Senza spoilerare niente, diciamo solo che questi nuovi dieci episodi girano intorno alle delicate relazioni tra le tre forze in campo, sullo sfondo di operazioni di progettazione e approvazione della grande impresa, senza dimenticare la famiglia redneck della giovane Ruth Langmore, vera variabile impazzita della serie.

Cittadini sul lago Ozark

Ancora una volta quello che colpisce maggiormente è la gestione della famiglia Byrde. Marty non è il criminale che agisce alle spalle dei propri familiari, anzi, li rende partecipi, li informa, trattandoli e trasformandoli in veri e propri complici. Nessuno è all'oscuro, ognuno contribuisce, a partire da Wendy, moglie che si rivela glaciale, determinata, a tratti molto più spietata e pericolosa del marito. Non solo, in questa seconda stagione si tenta una maggiore apertura verso i comprimari, aumentando il loro spazio, con un occhio sì sempre particolarmente attento ai Byrde, ma che non si priva di uno sguardo più approfondito per i vari Jordan e Darlene Snell, il detective Roy Petty o i giovani Ruth e Wyatt Langmore. Si vogliono approfondire i caratteri così come creare un intreccio più complesso e strutturato, pronto a stupire per la propria crudezza e imprevedibilità. È nella costruzione della stagione che però risiedono i maggiori difetti. Che sia la storia o i personaggi, c'è una disomogeneità di fondo che si ripercuote nei ritmi, nella costruzione della suspense, come anche nelle parabole narrative dei personaggi. Si passa quindi da ottimi picchi di tensione a momenti piatti, da profonde analisi caratteriali ad azioni troppo frettolose o estremamente incoerenti di quegli stessi personaggi. Insomma nella scrittura non si riesce a mantenere una costanza qualitativa, con conseguenti sbalzi nell'interesse che portano a una maggiore consapevolezza della natura della stagione, che per struttura e modalità finosce per somigliare a quella d'esordio con un leggero effetto di déjà vu.

La maestosità delle Ozark

Quelli che invece rimangono i granitici punti di forza della serie sono il comparto tecnico e interpretativo. Nonostante lo sfondo sia l'ormai già conosciuta e ammirata regione delle Ozark, regia e fotografia continuano nel loro lavoro eccelso, sottolinenando la tensione e la drammaticità - riuscendo peraltro a scrollarsi di dosso l'eccessivo abuso della naturale magnificenza del luogo, riducendo l'utilizzo di panoramiche superflue per soluzioni più essenziali e funzionali. Così come ancora una volta funziona meravigliosamente un cast con un ottimo Jason Bateman, la conferma Julia Garner con la sua Ruth, e una Laura Linney che riesce addirittura a focalizzare su di lei le maggiori attenzioni.
In definitiva questa seconda stagione di Ozark è un prodotto solido e interessante, nel quale si notano gli sforzi per portare la serie a un livello superiore. La sua intrinseca natura derivativa però subisce il contraccolpo dato da un problema di equilibri nella scrittura, negando cos la capacità di entusiasmare e di fatto facendolo rientrare nei limiti già disegnati dalla prima stagione, senza un reale salto di qualità.

Ozark - Stagione 2 La seconda stagione di Ozark, pur con l’evidente volontà di allargarsi e migliorare, incappa in difetti e superficialità di scrittura che minano la coerenza e la compattezza globale, rendendola una stagione molto solida ma mai stupefacente.

7.5