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Ozark: la recensione della terza stagione della serie Netflix

Con la terza stagione Ozark decide di alzare l'asticella delle proprie ambizioni ponendo le basi per un grande futuro, non semza problemi nel presente...

recensione Ozark: la recensione della terza stagione della serie Netflix
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Mettere in piedi uno show che catturi il pubblico, funzioni e allo stesso tempo riesca a scrollarsi di dosso la fastidiosa patina del deja vù a cui è sempre più facile andare incontro, non è tra le operazioni più semplici da compiere di questi tempi nel panorama della serialità. Vuoi per lo spropositato numero di serie che affollano i palinsesti di tv e piattaforme, vuoi per la sempre crescente abitudine del pubblico a pretendere la qualità, va sempre di più aumentando quella spaccatura percettiva tra bello e brutto, assolutizzando i giudizi acriticamente, quasi in maniera violenta.

Ci sono poi però quei prodotti che pur avendo una natura derivativa, non troppo originale o ficcante, riescono a farsi spazio risalendo quella spaccatura, schivando il conflitto ideologico in corso, e riuscendo ad entrare nel cuore del pubblico nonostante non rappresentino chissà quale eccellenza. In questi ultimi anni Ozark ne è forse uno dei più fulgidi esempi, da sempre obbligato a fare i conti con un termine di paragone troppo grande per tutti, e nonostante questo capace di trovare una sua dignità, un suo spirito, e dei punti di forza tanto da riuscire a convincere Netflix a trattarlo come un prodotto serio su cui puntare, spendendoci forze e risorse per portare avanti la visione. Ed è così che siamo giunti al termine di una terza stagione, e seppur non ancora annunciata, ci aspettiamo almeno una quarta iterazione.

Il fascino del lago

Come già detto nelle nostre prime impressioni su Ozark, che il paragone con Breaking Bad abbia aleggiato fin dai primi istanti di vita della serie è quanto mai inevitabile. L'uomo comune, l'americano medio che si ritrova nel vorticoso circolo della criminalità, con tanto di narcotrafficanti latini e una famiglia più o meno coinvolta non può che far pensare sempre e comunque a quello che è uno dei capisaldi della servilità contemporanea.

Ma abbiamo sempre ribadito come le vicende di Martin Byrde (Jason Bateman) e co. abbiano da sempre avuto una loro dignità, produttiva e creativa. Vuoi per lo sforzo nel proporre una messa in scena di livello, con la regione dei laghi del Missouri a facilitare le operazioni con i suoi colori malinconici e gli scenari mozzafiato; vuoi per una caratterizzazione dei personaggi che tra abilità di scrittura degli sceneggiatori e particolare stato di grazia dei suoi interpreti, ci ha donato dei personaggi credibili ed interessanti, le cui parabole non sono mai stati meri riempitivi di minutaggio ma la vera essenza della serie.

A questo aggiungiamoci un intreccio che, per quanto possa sapere di già visto, ha sempre giocato le proprie carte in maniera non banale, appassionando e trattenendo l'attenzione degli spettatori. Ecco, tutti quelli che sono gli aspetti più positivi della serie sembra che in questa terza stagione abbiano ricevuto un boost, continuando con quell'incremento di qualità e convinzione sempre in crescendo che sta caratterizzando l'opera di Bill Dubuque e Mark Williams.

Nuovi incontri

Ma andiamo con ordine. Come già visto nell'anteprima, la stagione riprende dopo un breve salto temporale rispetto al secondo ciclo di episodi. Marty e Wendy (Laura Linney) sono sempre più i signorotti degli Ozarks, i loro figli Charlotte (Sofia Hublitz) e Jonah (Skylar Gaertner) sempre più degli adolescenti alienati e invischiati nei traffici criminali dei genitori, e in generale la vita della famiglia Byrde è sempre più sospesa ad un sottilissimo e molto fragile filo, con al di sotto cartelli della droga, pazze redneck e corpi dell'Fbi pronti ad aspettare un passo falso.

Se da una parte l'intreccio prende delle svolte assolutamente logiche e figlie di quello che si è costruito fino ad adesso - su tutte, il sempre più acceso contrasto tra i due coniugi - dall'altra parte si è pensato di inserire delle mine vaganti, innestare un'imprevedibilità a tratti forzata, aggiungendo allo scacchiere nuove pedine che andassero a rimpolpare un già ben nutrito parco personaggi.

Due su tutti la presenza fissa di Helen Pierce (Janet McTeer), l'avvocato ponte tra i Byrde e il cartello per cui la famiglia ricicla denaro, e soprattutto Ben Davis (Tom Pelphrey), fratello di Wendy. È specialmente quest'ultimo il vero ago della bilancia di tutta la stagione, perché se da una parte è innesto fondamentale per lo sviluppo e l'evoluzione di alcuni tra i protagonisti, soprattutto Wendy e Ruth (Julia Garner), l'inserimento nelle vicende dello psicotico e molto problematico fratello risulta forzato, un corpo estraneo fin troppo evidente.

Speranze

A maggior ragione considerando che la sua figura è posta come una delle colonne portanti dell'impianto drammatico della stagione, che inevitabilmente ne risente, peccando non solo in coerenza e credibilità, ma andando a minare la solidità di un intreccio che tutto sommato risulta solido e coinvolgente, soprattutto con due atti finali che prepotentemente alzano il livello emotivo e qualitativo della serie.

Se dobbiamo dare credito, e sarebbe insensato non farlo, ai creatori che hanno definito questa terza stagione come la prima parte di un nuovo volume, allora riusciamo a vedere questi dieci episodi come una lunga introduzione a quello che deve venire, soprattutto alla luce di un finale che lancia una nuova e prosperosa luce sulla serie.

Se in prospettiva questo non può che suscitare il nostro interesse, non possiamo però far finta che la stagione nella sua completezza non abbia più di qualche inciampo e superficialità, sempre a fronte però di interpretazioni sempre più convincenti e come sempre una solida messa in scena. È stato insomma un bel guardare, una stagione piacevole, ma ancora più piacevole è il pensiero di quello che il futuro potrà riservarci. Sperando di non avere brutte sorprese.

Ozark - Stagione 3 Ozark continua nella costruzione di un universo interessante e sfaccettato, nel quale sono soprattutto i personaggi il vero motore immobile della serie. L’intreccio è come ormai abitudine solido, ma questa volta minato dall’inserimento forse un po’ troppo forzato di nuove pedine che hanno avuto l’effetto della più classica delle armi a doppio taglio. Se da una parte i protagonisti ne hanno beneficiato in termini di maggiore complessità, dall’altra l’intreccio ne ha subito le conseguenze, sfaldandosi e perdendone in coerenza e credibilità. Nonostante le ambizioni quindi, è quasi più una stagione di passaggio verso un nuovo futuro che il concreto arrivo della definitiva consacrazione.

7.5