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Peaky Blinders: la recensione della quarta stagione

Torna la serie incentrata sulle vicende della famiglia Shelby, con una nuova esplosiva stagione che la vede al centro di una vera e propria guerra

recensione Peaky Blinders: la recensione della quarta stagione
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Il cielo grigio sopra Birmingham, le scintille dell'acciaio, i flat caps guarniti di lamette, le immancabili note di Nick Cave. Arrivata alla quarta stagione, disponibile in Italia su Netflix, Peaky Blinders è ormai una serie iconica, di quelle la cui estetica e le cui caratteristiche di stile le rendono riconoscibili al primo colpo. Ha un fascino tutto suo, fatto di cappotti e tradizioni gipsy, che ne hanno fatto un prodotto apprezzatissimo, di culto per gli estimatori del genere. Non solo, in questi anni la serie si è affermata grazie a una scrittura sontuosa, accompagnata dall'incredibile recitazione del suo cast, rendendolo di fatto uno dei migliori prodotti british in circolazione. Steven Knight ha creato una gangster story a conduzione familiare che è riuscita negli anni ad allargarsi dalla fuligginosa periferia di Birmingham fino alle sale del potere britannico, riuscendo a immergere la famiglia Shelby in situazioni via via più esplosive, senza mai perdere le redini, ma anzi riuscendo ogni volta a rilanciare, osando con la narrazione. Narrazione che per quanto potesse diventare vasta, è sempre stata Shelby-centrica, facendo dei Peaky Blinders l'occhio di un ciclone pronto a spazzare via il mondo.


Don't fuck with Peaky Blinders

La famiglia è il fulcro della serie, e proprio con la disintegrazione di questo assioma ci aveva lasciato lo sconvolgente finale della terza stagione, con Tommy che, dopo una dura riunione di famiglia, consegnava nelle mani della polizia tutti i suoi cari, tra lo stupore e la disperazione generale. Proprio da quell'incomprensibile gesto si riparte, aprendo con un'intensa sequenza la stagione, per poi rapidamente accantonare tutto e passare a nuovi problemi. Quella che ci sembrava la fine del mondo, infatti, è soltanto un altro dei piani di Tommy (Cillian Murphy) per riuscire a manipolare le alte sfere britanniche, dimostrando ancora una volta il suo cinismo e l'aspirazione alla grandezza. Atteggiamento che lo porta all'isolamento più totale, nella sua enorme magione, con il solo figlioletto Charlie, immerso completamente nel lavoro, senza un minimo di sosta. Se l'evento in apertura risulta marginale nell'ottica di quello che verrà dopo, un altro peso ha invece nelle relazioni interne della famiglia Shelby, mai così incrinate come adesso. Quella che era da considerarsi una precaria e fredda pace per la gang, ben presto precipita in un nuovo e più pericoloso cataclisma.

La nuova minaccia

Il precario equilibrio è spezzato da una mano nera, simbolo della mafia italoamericana, recapitata a ciascun componente della famiglia. Fa così la sua apparizione Luca Changretta (Adrien Brody), figlio del boss che in precedenza avevamo visto giustiziato da Arthur (Paul Anderson), e ora pronto a sbarcare in Inghilterra per avere la sua vendetta. Le conseguenze di questa nuova minaccia sono da subito drammatiche, e servono da spinta per ritornare ad apprezzare quel movimento corale che ha caratterizzato negli anni la serie. Ancora una volta Knight dimostra tutta la sua bravura nella scrittura compiendo un ulteriore salto in avanti nell'imponenza della narrazione. Oramai la scala è vastissima, dalle scazzottate tra le mura del Garrison a quella che è una vera e propria guerra, sullo sfondo di un contesto storico sempre più presente e importante nell'economia della storia. Se già eravamo entrati in contatto con personaggi storici di rilievo, adesso la Storia intreccia i suoi fili con la storia particolare degli Shelby, imprenditori, come criminali, nel vivo delle nascenti e sempre più inferocite rivolte sindacali. La politica, gli intrighi, il sogno di una rivoluzione non sono più semplici lampi di realtà utili ad abbellire la finzione, ma sono al contrario essi stessi combustibile di un racconto dinamico e imprevedibile, le cui gigantesche conseguenze le vedremo solamente nella prossima stagione.

Birmingham Calling

Se la scrittura di Knight è ottima nell'intessere trame avvincenti, con un ritmo indiavolato alternato a momenti di interiore meditazione, tutto dosato alla perfezione, il suo talento emerge ancora di più nella costruzione dei suoi personaggi e nelle loro interazioni. Gli Shelby sono a pieno diritto da considerarsi nel novero dei personaggi più iconici del nostro tempo, ognuno con le proprie individuali caratteristiche. Lo sviluppo che hanno avuto in questi anni ne fa dei personaggi sfaccettati, compiutamente tridimensionali. Thomas Shelby, con il suo algido sguardo, il peso delle responsabilità e la missione di proteggere la propria famiglia nonostante tutto; Arthur, un inedito rapporto coniugale basato sulla fede, che fa da contraltare alla rabbia congenita; Zia Polly (la sempre bravissima Helen McCrory) divisa tra l'amore per il figlio Michael e l'odio per Tommy dopo il suo "tradimento". Così come funzionano divinamente le vecchie e nuove conoscenze: a partire da Adrien Brody, con fiammifero, abito da sartoria e borsalino, veramente convincente nel suo ruolo di nuovo cattivo, capace di danzare sul filo della macchietta senza mai sfociare nel ridicolo; per non parlare dell'ormai sempre presente Tom Hardy, il cui Alfie Solomons lascia sempre il segno.

Lo spessore dei dialoghi e la caratura dei personaggi sono ancora una volta impreziositi da una messa in scena incredibile, dalla maniacale cura messa nella realizzazione estetica di Birmingham e di quegli anni. Ogni angolo grigio di Small Heat, ogni completo in tweed non fa che amplificare l'epicità di ciò che vediamo, il tutto sorretto dalla solita grande colonna sonora, vera e propria co-protagonista della serie. I momenti di stanca non mancano, certo, con alcuni passaggi meno incisivi di altri, un finale più pacato del solito e una parte iniziale della stagione un po' affrettata. La qualità generale è però così elevata che diventano difetti marginali, che non pregiudicano l'ottimo lavoro svolto. Ancora una volta i Peaky Blinders sono comparsi dal nulla e rapidamente, nei soliti sei episodi, sono riusciti a catturarci. Quel che ci aspetta sembra ancora più ambizioso, e noi non possiamo che desiderare di più.

Peaky Blinders - Stagione 4 Ancora una volta la creatura di Stephen Knight si dimostra un concentrato di emozioni e stile, sorretto da un'incredibile scrittura, una recitazione maiuscola e la sua inconfondibile estetica. Si ingigantiscono le situazioni, il mondo intorno alla famiglia Shelby si trasforma, ma la certezza rimane una sola: you don't fuck with the Peaky Blinders.

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