Perry Mason Recensione: un ritorno storico che convince a metà

Perry Mason rappresenta il ritorno in grande stile di un'icona del piccolo e grande schermo, brillante sotto molti punti di vista ma non tutti.

recensione Perry Mason Recensione: un ritorno storico che convince a metà
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È stata una scelta coraggiosa quella di HBO volta a riportare in vita un personaggio storico e immortale come Perry Mason, in quella che è a tutti gli effetti una delle più curiose uscite Sky di settembre. E curiosamente la rinascita miracolosa è uno dei temi affrontati da questa prima stagione, anche se esplorato in una maniera così diversa dal mood molto reale e noir della serie, da farci sospettare che in fondo non sia altro che una sorta di elaborata metafora. Suggestioni a parte, il compito non era assolutamente facile: bisognava destreggiarsi al pari del miglior equilibrista al mondo tra la necessità di modernizzare una simile icona del piccolo e grande schermo senza creare attriti, forzature o incoerenze con la sua storia. Si tratta di un nome con un'eredità pesante; ciò è indiscutibile e sotto gli occhi di tutti.

Quindi porsi come un prequel che vada a coprire un periodo di tempo mai approfondito né letterariamente né sullo schermo è e rimane un'intuizione geniale. C'è spazio e possibilità di inventare, di fare qualcosa di nuovo. Ogni aspetto è curato a regola d'arte? No, neanche lontanamente. Questo fa del ritorno di Perry Mason sulle scene un prodotto deludente? Anche qui, neanche lontanamente.

Proibizionismo, Hollywood e noir

Nel lontano 1932 Perry Mason (un monumentale Matthew Rhys) era solo un investigatore privato allo sbando: alcolista nonostante il proibizionismo, incapace di procurarsi casi interessanti o fonti di guadagno costanti e con il rischio imminente di perdere una volta per tutte la fattoria di famiglia. La svolta avviene quando un amico di vecchia data, il volenteroso avvocato E.B. (John Lithgow), lo assume per indagare sul caso che sta sconvolgendo Los Angeles, ovvero il rapimento e il conseguente omicidio a sangue freddo di un neonato.

Si apre una vera propria caccia isterica all'assassino e Mason viene coinvolto in un esasperante intrigo in cui ciascuno vuole solo chiudere il caso il prima possibile per il proprio tornaconto personale, dalla corrotta ed inefficiente polizia al Procuratore Distrettuale in persona.

È subito evidente l'enorme differenza tra il nuovo e il vecchio Perry Mason: la serie in onda su Sky Atlantic non è - almeno per oltre metà stagione - un legal drama puro, ma uno stratificato poliziesco dalle tinte noir e dai toni molto crudi. Ed è altrettanto evidente che gli sforzi produttivi si sono concentrati nel rendere l'atmosfera e il caso stesso in linea con questa deriva. La Los Angeles che si ammira - non esiste verbo più adatto; è una ricostruzione magistrale - è dominata cromaticamente da un'infinita scala di grigi, in diretto contrasto ad esempio con la bucolica fattoria di Mason.

È una città sporca, depravata, immorale; profondamente razzista nonostante la scintillante facciata di una Hollywood e dei suoi stili di vita sregolati in costante ascesa. Si sente ad ogni passo il pericolo, la discriminazione e, spesso e volentieri, l'impotenza nel cambiare le cose, perché ogni cittadino ha già scelto da che parte schierarsi - e l'onestà è una virtù rara. Se c'è un singolo aspetto in cui Perry Mason eccelle in maniera significativa, è senz'ombra di dubbio la narrativa ambientale che quasi da sola vale il prezzo del biglietto, per così dire.

Una serie troppo bipolare

Dove l'incertezza regna sovrana è invece sulla narrativa più regolare, scandita da conversazioni ed eventi. E da questo punto di vista Perry Mason è probabilmente una delle serie più bizzarre che vedrete nel 2020, in quanto capace di passare in pochissime scene dalla calma più totale alla velocità massima di crociera. Uno spazio decisivo viene ovviamente dedicato alle indagini tutt'altro che legittime di Mason e del suo aiutante Pete (Shea Whigham), che da un lato rappresentano un ulteriore e brillante sfoggio di narrativa ambientale e dall'altro sono ricolme di piccole finezze.

Nei polizieschi, in genere, sono sempre presenti dei dialoghi che ad ogni passo prendono per mano lo spettatore, riepilogando le indagini fino a quel punto e interrompendo continuamente il ritmo naturale degli eventi. Perry Mason rifiuta una simile forzatura e lascia molte cose nelle mani del pubblico, che deve unire da solo i pezzi e farsi delle teorie proprie fino al season finale. Un'intuizione dai risultati stupefacenti, che aumenta a dismisura il coinvolgimento emotivo e lascia quella perenne sensazione di incertezza scena dopo scena, che per la tensione di un giallo è vitale ed è uno degli strumenti più riusciti per farci sentire vicini ed elettrizzati dal mistero.

Se a questo si unisce poi un trio di protagonisti caratterizzato ottimamente e dominato - prevedibilmente - dalla statura e crescita di Mason, gli ingredienti per un capolavoro potenziale ci sono tutti. Ma raramente questi elementi si combinano alla perfezione e purtroppo solo in precisi momenti queste qualità straordinarie emergono. Il problema ingombrante, che poi dà il via alle altre perplessità, è un ritmo gestito in maniera mediocre, quasi nullo per buona metà stagione, con episodi pachidermici, per esplodere solo successivamente. Ripetiamo spesso che il ritmo basso non è di per sé un difetto a prescindere: lo è piuttosto quando sbilancia la narrativa di una stagione intera - con infiniti alti e bassi ripetuti - e non quando, ad esempio, serve da pausa naturale o da arco propedeutico.

Nel caso di Perry Mason la calma sarebbe stata perfettamente giustificata qualora fosse stata usata per introdurre personaggi secondari cruciali ed è proprio qui che la serie crolla. Semplicemente non è presente un singolo personaggio, a parte lo stesso Mason, Della (Juliet Rylance) e Drake (Chris Chalk), caratterizzato degnamente. Non sono più personaggi, sono mere funzioni narrative che spingono il telefilm verso i giusti - e sinceramente eccellenti - plot point, sebbene privi di qualunque personalità. Dunque risultano incapaci di sostenere e portare il peso di un intreccio crudo, deciso e forte. Perry Mason allora esce dal suo rinnovato esordio con un bagaglio assoluto di certezze e potenzialità, ma anche privo di equilibrio.

PerryMason2020 Il ritorno di Perry Mason dopo oltre 20 anni è riassumibile in una sola parola: bipolare. La produzione HBO è, sotto alcuni punti di vinta, semplicemente maestosa, fin dalla ricostruzione sensazionale di una Los Angeles alle prese con il proibizionismo. Le strade, i costumi, le automobili, l'atmosfera; è tutto vicino alla perfezione. Cosi come rasenta lo straordinario la caratterizzazione e la presenza scenica del giovane Mason - interpretato da un Matthew Rhys monumentale -, un investigatore privato coinvolto nel caso di omicidio che sta infervorando la città. La serie è infatti più un noir crudo che un puro legal drama ed anche le indagini - tutt'altro che legali - di Mason e i suoi aiutanti sono convincenti e ricolme di finezze. Ma un insieme di cose legate tra di loro non funziona, a partire da un ritmo incostante che fatica ad ingranare nelle prime puntate. Episodi in cui i personaggi secondari non riescono ad incidere e a sostenere il peso di una narrativa molto potente, finendo per sembrare più dei cartonati con un ruolo specifico, che dei personaggi completi. Manca insomma dell'equilibrio al nuovo Perry Mason, nonostante le potenzialità per rappresentare un capolavoro ci siano tutte.

7.5