Pose: recensione della serie di Ryan Murphy disponibile su Netflix

Disponibile dal 31 gennaio, Pose ci porta nella New York delle ballroom community tra family drama e attenzione documentaristica.

recensione Pose: recensione della serie di Ryan Murphy disponibile su Netflix
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Essere Ryan Murphy significa essere una delle menti più brillanti dell'attuale panorama televisivo, ma non solo. Il creatore di American Horror Story rientra il quel ristretto gruppo di geni capaci di condensare nelle proprie opere due nature apparentemente antitetiche, sintetizzando nei propri prodotti una spiccata autorialità insieme a una capacità innata di conquistare un pubblico particolarmente vasto e variegato. Forte di questo suo status quasi immacolato, è quindi quasi scontato, ma non per questo meno sorprendente, ritrovarsi a parlare di Pose, ultima creatura del sodalizio storico con FX, che arriva (finalmente) in Italia su Netflix. Possiamo subito affermare il valore rivoluzionario della serie in sé, rapportata al contemporaneo, così come la sua qualità all'interno del lavoro di Murphy, di cui al momento rappresenta la summa, il vertice capace non tanto di superare quanto di riassumere e approfondire il discorso creativo.

The category is... live, work, pose!

Dovessimo andare al succo della serie probabilmente ci affideremmo alla sigla di testa, dove sullo sfondo di un titolo tutto neon e glamour tre concetti fondamentali vengono sottolineati con grande enfasi. Ambientata negli anni '80 di Ronald Reagan e Donald Trump, Pose documentaristicamente si insinua nelle vite, i lavori e le pose della ball culture - sottocultura LGBT tra l'altro accuratamente descritta in Paris is burning, documentario disponibile su Netflix. I ball sono competizioni durante le quali le varie house, luoghi sicuri in cui reietti e abbandonati hanno trovato una famiglia alternativa, si sfidano a colpi di balli, sfilate e statuarie pose, per entrare nella leggenda. Intorno a questo colorato e disperato mondo gravitano le esistenze di tutti i protagonisti della serie, un'umanità variegata e sfaccettata che rappresenta le diverse inclinazioni e realtà possibili, in un moto descrittivo che gioca tra il serio e il caricaturale senza però cadere mai nel facile stereotipo.
Il mondo di Pose è baroccamente artefatto, nella sua cura estetica e registica, ma allo stesso tempo è intrinsecamente vero, perché veri prima di tutto sono i suoi protagonisti. Arriviamo infatti al più evidente tra i motivi che fanno della nuova serie FX un qualcosa di unico, speciale e "rivoluzionario": è il primo prodotto seriale ad alto budget e dall'elevato interesse mediatico il cui cast è formato per la maggior parte da attori e attrici transgender.

Le varie, e bravissime, MJ Rodriguez e Dominique Jackson sono quello che rappresentano, senza posticci artifici del reparto trucco o simulazioni drammaturgiche. Non solo, anche dietro la telecamera Pose diventa l'occasione per un importante commistione, che vede Murphy affiancato da autori e creativi provenienti da diversi ambienti sociali e culturali, come Steven Canals, Janet Mock e Our Lady J. Rivoluzione che almeno in parte si è però fatta disattendere, palesando anzi al contrario come a certi livelli sia ancora pruriginoso, se non sconveniente, affrontare certe tematiche. Parliamo non solo della strana distribuzione italiana, che vedrà uscire un prodotto FX di Ryan Murphy non su Sky Atlantic quasi in contemporanea con l'uscita USA ma a mesi di distanza sul "concorrente" Netflix; sono sopratutto i Golden Globe ad aver evidenziato l'impaccio generale con certe tematiche, con l'assurda situazione che ha visto la serie candidata a miglior serie drammatica senza però nessun riconoscimento per le proprie protagoniste, imbarazzo ancor più sottolineato dalla nomination come miglior attore a Billy Porter, tra i pochi cisgender, ottimo anche lui ma non certo il protagonista della serie. Almeno in ambito ufficiale quindi Pose non è riuscita a scalfire antichi preconcetti e immobilismi dell'industria, ma questa è un'altra storia.

Di squali e pesciolini

Tornando nel vivo della serie, Pose si dimostra un'opera variegata non solo sotto l'aspetto produttivo, inscenando un fluido e coinvolgente intrecciarsi di piani narrativi e tematici diversi. È documentario specialistico e discorso generale su di un certo periodo storico allo stesso tempo. Pur rimanendo ancorato quasi esclusivamente alla scena dei ball e delle house, con le sue categorie, i vestiti, gli enormi e plasticosi trofei, parlando di minoranze in difficoltà riesce a tratteggiare perfettamente l'intero funzionamento del sistema americano degli yuppie. Basterebbe il solo intervento del personaggio di James Van Der Beek, rappresentazione perfetta del maschio bianco americano che insegue il potere e praticamente personificazione della mascolinità tossica, o l'aleggiante nome di Trump per delineare il testosteronico e miliardario contesto socio-politico di Wall Street. Eppure, che sia sulle degradate banchine dell'Hudson o in una sporca camera d'ospedale, tutto riflette ed evidenzia le contraddizioni di una società fratturata, disillusa e disperata. I sobborghi sono conseguenza di una politica elitaria, i ball una maniera originale ed identitaria per trovare un po' di colore e gloria anche all'inferno, dove per sopravvivere è necessario stare sul ciglio di una strada o dietro un vetro, perché non accettati nella quotidianità di una società ipocrita e razzista, moralmente arroccata contro il diverso, ma perversamente attratta dalle torbide prospettive di trasgressione e senso di controllo che il diverso può aprire. Società che vede nella figura di Stan Bowes (Evan Peters) un'incrinatura, un errore di sistema. Stan è uomo complesso, frammentato, succube della contraddizione da cui vorrebbe liberarsi, simbolo del conflitto tra quello che la società dominante vorrebbe che lui fosse e il naturale impulso ad esplorare la sua vera natura e i desideri.

Casa significa famiglia

Documento che si fa naturalmente racconto intimo, family drama che mette le persone al di sopra del contesto, per poi fondere le due anime in un unico fluido amalgama. Sono tanti i personaggi principali e tutti tratteggiati con una cura - oseremmo dire quasi con un amore - genuina, che ne fa sprizzare umanità e credibilità da tutti i pori. La house di Blanca Evangelista (MJ Rodriguez) è veramente una famiglia a tutti gli effetti, fuori dall'ordinario, ma una famiglia. Blanca mette il cuore nel suo ruolo di madre acquisita, forte di una fiamma che la spinge a battersi per far sì che i suoi nuovi figli, anche loro, come lei anni prima, allontanati dalla propria famiglia vera, non siano destinati fin da subito a una vita di miseria. La sua luce si posa non solo sui ragazzi, Damon (Ryan Jamaal Swain) su tutti, ma si estende anche nella direzione di coloro a cui deve la vita, quasi a ricambiare il sostegno. E a beneficiarne sono soprattutto i due personaggi di sostegno più influenti, Prey Tell (Billy Porter) ed Elektra Abundance (Dominique Jackson), a cui tra l'altro spetta il fondamentale compito di essere i rappresentanti di tematiche centrali come l'HIV e il sentimento di completezza. Dentro la denuncia di un contesto sociale si nasconde un genuino discorso sull'identità, sull'accettazione, non tanto esteriori, del mondo, quanto più a livello privato, soggettivo; conoscere se stessi, sentirsi a proprio agio, riconoscersi. Ma anche genitorialità, responsabilità, rapporti di coppia, e di tutte quelle relazioni sane che apportano un che di positivo nella vita di un individuo. Insomma, come dicevamo in apertura Pose è Ryan Murphy nella sua essenza, per gusto e contenuti, la sintesi di un discorso iniziato vent'anni fa; ed è soprattutto il primo significativo passo verso l'abbattimento di barriere oramai vetuste, prima picconata contro un muro di sospetto; esponente fulgido di quell'arte civica oltre che estetica, incarnazione della dignità seriale.

Pose Con un fare a metà tra l'analitica descrizione di un documentario e un appassionato racconto familiare, Pose ci trascina nelle viscere della sottocultura LGBT newyorkese degli anni '80, nell'emarginazione, la fragilità e la voglia di riscatto di un'umanità alla ricerca di nient'altro che affermazione. Un racconto di autodeterminazione e relazioni, tanto attuale quanto necessario, il primo sasso gettato in un lago per fin troppo tempo immobile nella sua stagnazione.

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