Post Mortem - Nessuno muore a Skarnes Recensione: un'esperienza deludente

Post Mortem si rivela una serie fuori tempo massimo, stantia e priva di originalità, cui cerca di rimediare con elementi non messi a fuoco.

Post Mortem - Nessuno muore a Skarnes Recensione: un'esperienza deludente
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Probabilmente ci sono poche sensazioni più frustranti per uno spettatore di una serie fuori tempo massimo. A tutti gli effetti è un caso curioso, perché magari un decennio prima quel prodotto avrebbe potuto dire la sua con ben maggiore efficacia, mentre ora appare se non mediocre quantomeno stantio, svilito. Non si tratta di becero elitarismo o atteggiamento da classico hipster, entrambe realtà che dall'avvento dei social network sono diventate immancabili; è un aspetto evidente, certi stilemi o generi o argomenti vengono sfruttati talmente tanto da perdere forza, nel mondo seriale come in quello cinematografico o videoludico, per giungere all'universo letterario. Post Mortem - Nessuno Muore a Skarnes, la nuova serie norvegese di Netflix, è un caso emblematico di ciò, declinato sulla tematica del non-morto.

Gli effetti possono essere purtroppo devastanti, in quanto anche quando riesce ad assesstare qualche buon colpo inaspettato, la fiammella dell'interesse si spegne subito dispersa nel mare di genericità che la circonda. E non sono gli unici problemi di un telefilm con gravi crisi di identità. Ma non tutte le serie del colosso streaming sono così, come potete dedurre dalle uscite Netflix di settembre.

Un'agenzia funebre in una città in cui nessuno muore

Ambientata nella - a dir la verità neanche tanto - ridente cittadina di Skarnes, la protagonista assoluta della serie è Live (Kathrine Thorborg Johansen), una giovane donna che viene improvvisamente trovata morta. Nessun segno di lotta, nessuna causa apparente e di conseguenza, per sicurezza, il corpo viene sottoposto ad autopsia, durante le quale lei si risveglia. Un miracolo dovuto alle basse temperature norvegesi cha hanno causato un effetto di morte apparente? Possibile, ma il padre Arvid (Terje Stromdahl) presagisce qualcosa di molto più tetro e macabro, rivivendo un incubo già affrontato con sua moglie: Live si trasformerà presto in un mostro dalla sete inestinguibile di sangue, impossibile da tenere e bada.

Come avevamo già sottolineato nella nostra anteprima di Post Mortem, è un plot che nell'ultimo decennio è stato davvero usato infinite volte da una miriade di angolazioni e prospettive differenti. Ma forse il dato più sorprendente è l'incapacità della serie di fare qualcosa per mitigare una simile sensazione di deja vù, rendendo tutta l'introduzione alla vicenda - tra l'altro già totalmente "spoilerata" nel trailer - di una flemma incomprensibile. Ci vogliono quasi tre puntate, quindi quasi metà stagione, per dare realmente il via al tutto e prendere un po' di ritmo.

Post Mortem non gioca sulla familiarità universale di una narrativa del genere e affronta l'insieme con un'esasperante lentezza e sensazione di mistero che di enigmatico non ha nulla. Fin dalle primissime sequenze la condizione di Live è chiara, così come la conoscenza più profonda della situazione da parte del padre, eppure ci vogliono interi episodi per svolgere ogni singolo passaggio intermedio. Nella prima parte di stagione, però, Post Mortem è affetto da problematiche ancora più impellenti: se perlomeno la vicenda del non-morto provoca qualche piccolo sussulto, o almeno un briciolo di sincera curiosità per vedere dove andrà a finire, il contorno è a dir poco confusionario.

È un gettare in un calderone numerose idee, come un pizzico di poliziesco, un assaggio di dramma familiare, una patina di comicità situazionale, senza tuttavia metterle a fuoco; la componente più drammatica non emerge perché non c'è abbastanza approfondimento e caratterizzazione del resto della famiglia di Live o dei personaggi secondari, di conseguenza il poliziesco non ha una base reale su cui reggersi, finendo per apparire distaccato, freddo e mai parte delle vicende.

Miglioramenti insufficienti

Qualcosa si smuove superato lo scoglio di metà stagione: qualche timido plot twist piazzato discretamente anche se privo di ambizione, la storyline più marcatamente poliziesca inizia ad avere un impatto nelle vicende, i ritmi finalmente si alzano e si ha in generale la sensazione che delle cose stiano accadendo. Insomma, scrollatasi di dosso l'eccessivamente pedante introduzione al racconto, Post Mortem riesce a trovare una sua quadra e a conferire ad ogni episodio una sua raison d'etre, ma non basta perché la scommessa norvegesi di Netflix fatica a gestire questo ritmo accelerato.

In parte è sicuramente colpa a causa dell'inconsistenza della prima parte di stagione, in cui tanto minutaggio prezioso viene sfruttato male; al contempo ciò non basta a giustificare dei grossolani buchi di trama, situazioni che prendono una piega piuttosto superficiale e ridicola e persino intere reazioni a rivelazioni scioccanti ritardate, se non a malapena accennate.

Soprattutto quest'ultimo punto non fa che accentuare il distacco da un set di personaggi non propriamente brillanti, soffocando ulteriormente quel briciolo di psicologia che la serie aveva provato a conferirgli. È come se Post Mortem, una volta spinto l'acceleratore sulla cadenza, non riuscisse a dare la giusta cura alle singole componenti, con il risultato di una vera e propria odissea di genericità e storyline improvvisate, che non si intersecano quasi mai con l'arco narrativo principale.

L'umorismo, in alcune situazioni, tutto sommato spicca attraverso mezzi molto classici ma funzionali, dal sempreverde posto sbagliato al momento inadatto a gag allungate appositamente per un effetto comico. È il resto che fatica tremendamente ad ingranare, per una produzione che non ha mai fatto dell'originalità a tutti costi un suo obiettivo ma che pure nel raccontare una storia semplice ne fuoriesce povera, oltremodo divisa in vari tronconi, con personaggi abbozzati ed eventi superficiali.

Post Mortem - Nessuno muore a Skarnes Post Mortem - Nessuno Muore a Skarnes è una serie che, ad essere onesti, non partiva con il favore dei pronostici. L'ennesimo prodotto che puntava sul non-morto, senza dare già dai trailer un risvolto intrigante o perlomeno qualcosa non trita e ritrita da oltre un decennio, sembrava candidarsi come tipico telefilm fuori tempo massimo. E a tutti gli effetti è cosi, Post Mortem si regge su una narrativa, oltretutto estremamente basilare, di un tropo che ha ormai esaurito molto del suo potenziale e della sua forza dirompente. Sono di conseguenza incomprensibili alcune decisioni, come la prima metà di stagione che affronta simili tematiche con una lentezza esasperante. Solo passato lo scoglio di metà stagione qualcosa si smuove e la serie inizia finalmente a prendere ritmo, dando l'impressione che delle cose stiano accadendo, tutto sommato con una discreta piacevolezza. Nulla di realmente straordinario, ma perlomeno scorre. Però a fungere da pietra tombale su qualunque ambizione di Post Mortem è innanzitutto il contorno alle vicende principali, un marasma confusionario di ispirazioni e mescolanza di generi senza metterle a fuoco; ed infine la presenza di qualche buco di trama e di situazioni di una superficialità al limite del ridicolo. Un'esperienza deludente, a dir poco, con giusto qualche sussulto di vita.

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