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Qualcuno Deve Morire: recensione della miniserie spagnola su Netflix

Diretta e scritta da Manolo Caro, Qualcuno deve morire è una miniserie cupa ed elegante, che però poteva dare qualcosa in più.

recensione Qualcuno Deve Morire: recensione della miniserie spagnola su Netflix
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Che Manolo Caro fosse un regista e sceneggiatore di un certo talento, in particolar modo dopo il successo della sua serie The House Of Flores su Netflix, ormai è un fatto noto anche al grande pubblico. Vederlo, invece, al timone di una miniserie dai toni molto cupi e drammatici è già una notizia più sconvolgente.

Per chi non fosse molto pratico dell'operato di Caro, basti sapere che le sue produzioni - da Amor de mis amores a Tales of an immoral couple fino all'adattamento del nostrano Perfetti sconosciuti - sono da sempre improntati su una struttura molto precisa: sono commedie romantiche, capaci certamente di affrontare tematiche molto delicate come ad esempio l'omofobia o la transfobia, ma comunque con una base piuttosto leggera di sottofondo. E tutto ciò nonostante The House Of Flores proponga uno squisito black humour.

È quindi potrebbe essere una scommessa intrigante vederlo al timone di una miniserie totalmente drammatica, sebbene bastino 5 minuti per ritrovare quelle tematiche legate alla sessualità su cui Caro spinge da sempre. Viene così alla luce Qualcuno deve morire, miniserie in tre parti disponibile da oggi su Netflix tra le nuove uscite di ottobre, e abbiamo potuto vederla in anteprima.

Questa è la tua vita

Ambientata in Spagna negli anni ‘50, dunque in pieno regime franchista, Qualcuno deve morire è incentrata sul ritorno in patria di Gabino (Alejandro Speitzer) in seguito ad un soggiorno di studi durato un buon decennio in Messico. Il motivo di un tale richiamo? La famiglia intende trovare una sposa adeguata per il giovane, individuata nell'affascinante Cayetana (Ester Exposito), figlia di un partner in affari. Gabino, però, al cospetto di una famiglia totalmente sconcertata, rientra dal Messico accompagnato dall'amico Lazaro (Isaac Hernandez), con cui sta addirittura programmando un tour itinerante dell'Europa.

E bastano davvero poche apparizioni in pubblico dei due per far nascere dei rumor sul loro rapporto molto stretto, che qualcuno potrebbe persino scambiare per una storia d'amore. Su questo punto di vista bisogna sottolineare l'eleganza di Caro nel delineare in pochissime scene mai superflue la condizione degli omosessuali durante gli anni della dittatura di Franco: considerati al pari di animali o nel migliore dei casi dei malati perversi, gli omosessuali venivano imprigionati e rinchiusi in fabbriche, che altro non erano se non veri e propri campi di concentramento.

Abbiamo più volte criticato nelle serie storiche la mancanza di un'introduzione - che venga sotto forma di un breve ma conciso testo scritto o elegantemente inserita all'interno della sceneggiatura - al contesto di riferimento, un'aggiunta spesso ritenuta insignificante e che invece potrebbe ampliare a dismisura il bacino di utenza di un prodotto.

Qualcuno deve morire risolve questo problema nella maniera più naturale e convincente possibile, attraverso semplici dialoghi oltretutto significativi per le vicende e tramite una raffinata narrativa ambientale, fatta di scritte sui muri e locandine ricche di slogan inneggianti al regime. Ma ovviamente a prendersi le luci della ribalta sono le tematiche che la miniserie affronta e il suo crudo e freddo ritratto di una famiglia tradizionale in una società fortemente conservativa.

La fuga come desiderio inconfessabile

Quella di Gabino è una famiglia appartenente alla media-alta società che ha sudato per arrampicarsi sulla scala sociale e non ha intenzione di perdere in alcun modo i privilegi guadagnati. Di conseguenza non importa quante maschere bisogna indossare, quanti rapporti sia necessario fingere, quanta serenità e felicità vada mostrata in pubblico, poiché l'importante è che la scalata continui e il prossimo pezzo del puzzle è proprio Gabino.

10 anni di libertà in Messico l'hanno sostanzialmente disabituato al continuo gioco di tradizioni e di politica che è casa sua e lo scontro nascente non lascerà nessuno senza ferite. Gabino non ha più memoria di cosa significhi mantenere le apparenze, di quali siano i suoi doveri sociali ed è esattamente questo atteggiamento spontaneo e libero che fa sorgere la gelosia nei suoi coetanei. Un invidia che non può non manifestarsi sotto forma di ricatti e minacce; d'altronde all'epoca bastava solo qualche bisbiglio sulla possibile omosessualità di qualcuno per scatenare una caccia alle streghe.

E, nella brevità della miniserie, sono tematiche che funzionano, esplodendo in momento di sfogo e di rabbia da pelle d'oca - un monologo nello specifico è devastante nella sua semplicità. Quindi in generale si può affermare con certezza che la prima escursione di Caro al di fuori della sua comfort zone comica sia un esperimento riuscito, ma non privo di difetti. Uno era alquanto prevedibile: quando un regista principalmente cinematografico si cimenta in una miniserie di pochissime puntate si ha sempre un fastidioso retrogusto. Una sensazione amarognola che accompagna la visione e suggerisce che in fondo anche Qualcuno deve morire avrebbe funzionato di più in forma di pellicola.

Lo scandire degli avvenimenti, la caratterizzazione e l'evoluzione dei protagonisti, la chiusura stessa data alle puntate, sono più adatte ad un film e mal si sposano con il format di una miniserie. A tratti è come vedere qualcosa di non totalmente messo a fuoco in alcuni passaggi.

Il difetto più marcato, tuttavia, è un finale improvvisamente rapido e gestito male, incapace di veicolare il giusto coinvolgimento emotivo in sequenze molto forti. Rimangono la bontà di un progetto simile e la straordinaria eleganza con cui Caro ha dipinto un piccolo angolo di mondo forse spesso dimenticato, in una serie che forse avrebbe meritato di dare qualcosa in più.

Qualcuno deve morire Qualcuno deve morire può ritenersi, in fondo, un esperimento riuscito, nonostante il suo deus ex machina Manolo Caro fosse per la prima volta lontano dalla sua comfort zone. Il ritratto di una famiglia tradizionale nel pieno della Spagna franchista è, infatti, ricco di piccoli ed eleganti dettagli, dai brevi ma duri dialoghi che dipingono la condizione degli omosessuali alla squisita narrativa ambientale. E lo scontro che il giovane Gabino, di ritorno da un soggiorno di oltre 10 anni in Messico, porta all'interno di un simile ecosistema - incarnato dalla figura dell'amico Lazaro - è crudele, sussurrato, intrigante. È uno scontro di ideali che si svolge nelle abitudini più quotidiane e banali per poi sfociare in un finale altamente drammatico e violento. Ed è proprio nel finale da ricercarsi la mancanza più dolorosa di questa miniserie: troppo veloce ed improvviso, mal introdotto a causa di una narrativa che si sposa più ad una pellicola che ad una miniserie. Resta comunque consigliatissimo per alcuni momenti da pelle d'oca che riesce a veicolare.

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