Recensione Rabbits

David Lynch e l'atmosfera inquietante e senza senso dell'inferno privato di 3 conigli

recensione Rabbits
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Comprendere a pieno un'opera di David Lynch è praticamente impossibile. Si può provare ad apprezzarla, ci si può immergere dentro, ci si può lasciar scivolare nella sua vischiosa e folle genialità, ma capirla no, quello crediamo proprio di no. Quel che si può fare è mettere da parte ogni nostra concezione di tempo, di spazio e di linearità. Attraversare lo specchio, se vogliamo; entrare nella tana del bianconiglio. O, in questo caso, nel salotto dei tre conigli di Rabbits.

Otto corti, tre conigli ed un volto

Rabbits è un insieme di otto cortometraggi di circa sette minuti l'uno, creati e diretti da David Lynch. Inizialmente pubblicati esclusivamente sul sito del visionario regista statunitense, Rabbits si è ben presto propagato nell'underground di internet, diventando un cult fra gli appassionati del genere, tanto da convincere lo stesso regista ad inserirne alcuni spezzoni all'interno di Inland Empire, lungometraggio del 2006.
Ogni episodio di Rabbits si svolge nello stesso ambiente, un modesto salotto arredato malamente con un divano in primo piano, un piccolo mobile alla sua sinistra, due lampade ed un asse da stiro, con una inquadratura fissa che fa pensare ad una imitazione di un palcoscenico teatrale.
La stanza appare cupa, con le ombre dei personaggi che si stagliano contro le pareti in maniera quasi surreale, e conferiscono alla scena un senso di malata claustrofobia. Una patina di surrealismo avvolge in realtà tutti i cortometraggi, contrassegnati da un apparente nonsense che dilaga nei dialoghi dei tre conigli e nei loro movimenti meccanici, quasi marionettistici.
Jack (Scott Coffey), Jane (Laura Harring) e Suzie (Naomi Watts), fra i quali si può solo supporre esserci una qualche parentela (e dico supporre perché di certezze non ne avremo mai), con le loro grosse teste di coniglio, ricordano in qualche modo il Frank di Donnie Darko - seppur non scheletrici come la maschera immaginata da Richard Kelly - ed interagiscono fra loro in maniera del tutto bizzarra, spiazzando lo spettatore con i loro dialoghi scomposti, al limite dell'assurdo, con le loro pause prolungate e con continui riferimenti ad un qualcosa che non viene specificato ma che traspare in maniera inquietante. Talvolta, però, nella loro voce sembra di poter cogliere degli sprazzi di lucidità, dai quali emergono immagini di coltelli affilati, di morte e di sangue. L'ombra oscura di un efferato omicidio, per quanto mai palesato, è concreta e tangibile nell'atmosfera stridente che Lynch è riuscito a creare; stridore che si fa ancor più graffiante quando le azioni dei tre conigli antropomorfi vengono sottolineate dalle risate registrate di un pubblico invisibile, in pieno stile sit-com, che invadono la scena nei momenti più inappropriati, chiara critica ad un pubblico televisivo ormai “ammaestrato” ed incapace di pensare con la propria testa.
Per rendere il tutto ancor più strano e disarmante, in due momenti apparentemente del tutto simili agli altri, la stanza si tingerà di rosso e sulla parete apparirà un volto demoniaco a pronunciare frasi incomprensibili con una voce roca e gutturale.

Vaghi tentativi di interpretazione

Quando ci si trova davanti ad un'opera come Rabbits, non ci sono molte possibilità di trovare un'interpretazione unica capace di mettere d'accordo tutti gli spettatori. L'unica strada possibile sarebbe quella di riuscire ad avere alcune dichiarazione dallo stesso Lynch che però, come tutti sanno, è piuttosto restio a spiegare i suoi lavori, preferendo che si costruiscano con il tempo filoni di pensiero diverso. I fan, così come accadde con i misteri di Twin Peaks, si sono sbizzarriti in una serie infinita di ipotesi, provando ad interpretare quelle poche frasi che i tre conigli mettono in fila. La morte, il paranormale e l'incomunicabilità, sono gli unici tre elementi su cui tutti si sono trovati concordi. Proprio l'incomunicabilità sembra essere una delle chiavi di lettura dei corti che, in questo caso, andrebbero interpretati come una sorta di critica alla società moderna in cui il dialogo è andato perso, sopraffatto dalla frenesia lavorativa quotidiana. Eppure negli scorci di vita dei conigli, di tutto si può parlare tranne che di frenesia. Le scene sono lente, i movimenti quasi rallentati e si ha sempre la sensazione che stia per accadere qualcosa che però non si manifesta mai. Ed eccoci quindi alla seconda interpretazione, forse quella più plausibile: Jack, Jane e Suzie si trovano in un loro limbo infernale, costretti, in una sorta di macabra legge del contrappasso, a vivere perennemente insieme pur senza riuscire a capirsi.

Alcune curiosità

Come la maggior parte dei lavori del regista, la colonna sonora è curata da Angelo Badalamenti, autore statunitense, che si era già dedicato alle musiche di Twin Peaks.
Alcuni spezzoni dei vari episodi di Rabbits e un possibile nono episodio sono mostrati nel lungometraggio dello stesso Lynch, "Inland empire - L'impero della mente", nel quale troviamo una ragazza seduta su un letto che piange guardando alla televisione uno dei corti di Rabbits.
Tutti e tre gli attori di Rabbits hanno collaborato con Lynch sia in Inland Empire che in Mulholland Dr.

La luce in fondo al tunnel

Indipendentemente che si tratti di un limbo immaginario, del purgatorio o dello stesso inferno, i pochi momenti di lucidità che i protagonisti hanno (quando ad esempio ripetono che c'è “qualcosa che non va” in una sorta di litania che mette i brividi) sembrano indicare la loro condizione come qualcosa di transitorio. O meglio ancora, una tappa di passaggio fra una vita appena finita ed una futura che deve ancora cominciare.
I continui riferimenti ad una vita passata, probabilmente umana (“Jane, eri bionda!”), si infrangono regolarmente prima di addentrarsi nel fitto mistero rappresentato dal probabile omicidio che, sicuramente, ha a che fare con una telefonata giunta nel cuore della notte (non a caso l'unico stacco di montaggio avviene proprio per realizzare un primissimo piano del telefono che squilla).
A questi squarci dal passato, si contrappongono diversi interrogativi sul futuro (“mi domando chi sarò” recita Jane ad un certo punto), che fanno pensare che per i tre ci sia ancora una possibilità di vita fuori da quelle quattro anguste mura.
L'ultimo capitolo dovrebbe fare chiarezza sulla vicenda, ma di chiaro vi sarà solo una luce accecante. La metafora di una nuova rinascita? O la venuta dell'ultima Morte? Ovviamente a voi il piacere di scoprirlo, immaginarlo ed interpretarlo.

Un discorso ancora aperto

Quando Twin Peaks arrivò sugli schermi americani, fu accolto con scarso entusiasmo. Per quanto la serie fosse intrigante, era troppo lontana dagli standard commerciali televisivi di allora e non c'è da stupirsi quindi se, nel 1992, fu bruscamente interrotta con enorme disappunto del suo creatore e dei comunque numerosi fan (in gran parte italiani).
Lynch ha da sempre un conto in sospeso con Laur Palmer. Ne è una dimostrazione il film “Fuoco cammina con me”, diretto dal regista l'anno della chiusura della serie, nel quale si raccontano i sette giorni che precedono la morte della ragazza, già schiava della cocaina e di una dissoluta vita sessuale.
Ed in Rabbits? Poteva mancare un qualche richiamo alla serie del 1990? Ovviamente no.
A distanza di 10 anni esatti dalla cancellazione di Twin Peaks (dieci anni esatti. Una coincidenza? Difficile dirlo con certezza) Lynch sparge nei corti continui appigli al suo capolavoro:
dall'atmosfera quasi ristagnante del salotto, così vicina a quella che si respirava nella Loggia Nera, ai rumori di sottofondo cupi e ridondanti, ai versi della sconclusionata poesia che sembrano dare indizi su come l'omicidio sia avvenuto e che tracciano un sentiero ben visibile verso il mondo di Twin Peaks (“denti sorridenti” - come dimenticare la foto di Laura Palmer? - “navi distanti” - il cadavere della ragazza non fu ritrovato sulle sponde di un fiume? - “sangue, lacrime, bulbi sgocciolanti, bruciore...”).

Rabbits Inutile girarci attorno con le parole. Rabbits non ha mezze misure: o lo si odia o lo si adora. D'altra parte è così per molti dei lavori di David Lynch, da sempre visionario e surrealista sino all'estremo. Capolavoro o spazzatura? Metalinguaggio o accozzaglia insensata di frasi e di situazioni? Cinema sperimentale e visioni dell'inconscio o produzione senza senso e mal riuscita? È davvero impossibile dare un giudizio che non sia puramente soggettivo e, per una volta quindi, ci asteniamo dal darlo. Se avrete voglia di vedere gli otto piccoli cortometraggi, potrete giudicare voi stessi. Ognuno, poi, potrà interpretareil labirinto creato dal regista come meglio crede.