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Ragnarok Recensione: gli dei norreni nella serie originale Netflix

Dopo aver completato la visione dei sei episodi da cui è composta la prima stagione di Ragnarok, siamo pronti a parlarvi delle nostre impressioni.

recensione Ragnarok Recensione: gli dei norreni nella serie originale Netflix
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Sfatando ogni sorta di luogo comune e pregiudizio Ragnarok, serie TV di produzione danese in esclusiva per Netflix, ha saputo convincerci dal primo all'ultimo minuto, affermandosi senza mezzi termini come uno dei prodotti più interessanti di questo inizio 2020. Sorvolando su alcune ovvie limitazioni del caso, come ad esempio una recitazione non sempre impeccabile e alcune sequenze se vogliamo "eccessive", si può scrutare, oltre la coltre gelida delle lande in cui è ambientato, un prodotto fresco, discretamente originale e soprattutto funzionale, che nell'arco dei sei episodi da cui è composta la prima stagione riesce ad arrivare da un punto all'altro della storia senza mai smarrirsi.

La commistione tra la mitologia norrena di Ragnarok - e tutto l'immaginario annesso - e teen drama risulta una scelta molto azzeccata, ma non è solo questo. Scene di nudo (seppur moderate), di sangue e la capacità di trattare argomenti molto maturi con un stile leggero sono le carte fondamentali che gli sceneggiatori hanno saputo giocare sapientemente, confezionando un pacchetto più che soddisfacente e soprattutto per nulla scontato, com'era in qualche modo prevedibile basandosi sulle premesse iniziali di Ragnarok. In attesa di scoprire quando e se arriverà una seconda stagione, decisamente necessaria per il modo in cui termina la prima, siamo pronti a fare un resoconto finale di quanto abbiamo visto in questa tornata di episodi, disponibili dallo scorso 31 gennaio.

Divinità umane

La prima stagione della serie originale Netflix di produzione danese si preoccupa fondamentalmente di costruire un immaginario preciso e ben delineato, senza mai spingersi veramente oltre (salvo alcuni momenti) in termini tematici, lasciando così intendere che in futuro torneremo a respirare l'aria di Edda. Proprio la piccola cittadina è lo sfondo di una serie di eventi destinati ad ingigantirsi, in futuro, le cui basi sono state gettate da una narrazione che ha saputo risultare chiara e coerente dal primo all'ultimo episodio.

Vi avevamo già accennato che il protagonista Magne (David Stakston) e la sua famiglia, di ritorno nella cittadina natia, hanno iniziato una difficile missione di integrazione, all'interno di una società pericolosamente divisa tra la sete di potere di alcuni e la preoccupante paura di agire e soprattutto di parlare di altri. Lo strapotere della famiglia Jutul è infatti una sorta di morbo che attanaglia l'intera città, sottomessa non con la forza come nella concezione "passata" ma attraverso soluzioni più attuali come il denaro, la fama, l'influenza sul prossimo e un'attenzione mediatica ingombrante.

I membri della famiglia in questione appaiono, chiaramente, già dalle primissime battute gli antagonisti principali della serie e questa situazione va via delineandosi senza freni: gli stessi Vidar, Ran e i più giovani Saxa e Fjor iniziano a palesare con sempre più disinvoltura quelle che sono le loro intenzioni e, soprattutto, la loro vera natura. Questo contesto narrativo in cui sembrano esserci soltanto il nero e il bianco sfatato da quei pochi personaggi che riescono a mantenersi ambigui, aprendo gli occhi in maniera più convinta nei confronti di una situazione difficile, se non impossibile, da delineare.

Quella che si prospetta è dunque una battaglia che affonda le proprie radici direttamente nella mitologia norrena e nel suo titanico immaginario, rimescolato in modo sapiente e coerente in chiave moderna, in cui le battaglie vengono combattute armi non convenzionali. Le prime sei puntate dello show seguono proprio questo filone, con un ritmo frenetico e con cambi di rotta continui che però non mancano mai di offrire una panoramica ben chiara, ma sufficientemente avvolta nel mistero, di ciò che lentamente si apre di fronte a tutti gli ignari abitanti della fredda cittadina norvegese.

Una storia matura

Se la trama è sicuramente uno dei punti di forza dello show, è giusto sottolineare quanto questo sia merito anche di un'ottima scrittura da parte degli sceneggiatori, con conseguente più che discreta interpretazione del giovane (nella maggior parte dei casi) cast selezionato. Sia chiaro, molti dei volti che si alternano sullo schermo risultano certamente stereotipati, come ad esempio il bello e tenebroso Fjor (Herman Tommeraas), spocchioso e altezzoso con il prossimo ma che per amore della bella Gry (Emma Bones) si rende protagonista di una lenta evoluzione comportamentale. La sua storyline culmina in modo complessivamente poco originale, ma funziona, in un episodio finale in cui praticamente tutti i pezzi mancanti del puzzle si uniscono in qualche modo.

I buoni risultati in termini di scrittura e impostazione della serie si palesano anche nella scelta dei temi trattati e dal modo in cui gli stessi vengono portati su schermo. Inquinamento, crisi ambientale, omosessualità sono soltanto gli esempi più lampanti di una sequenza i argomenti "scomodi" che vengono ripresi con forza e personalità nella serie, senza quasi mai sfociare nel sempre vigile spettro della ripetitività o del politcally correct.

In questi frangenti la vena da teen drama di Ragnarok viene fuori con forza ma non nel modo più "comune", poiché le diramazioni amorose vengono qui trattate con una maturità diversa, che riesce ad evidenziare gli aspetti più particolari senza quasi mai cedere al passo a quelli che sono gli aspetti meno apprezzati di tali iterazioni. La direzione intrapresa è decisamente più attenta ai dettagli pungenti e meno evidenti, come accade ad esempio con la trattazione dell'amore omosessuale.

Viene descritto con grande sapienza o originalità, con un lento e progressivo avanzamento che compie il passo più evidente proprio nell'episodio finale, in una sorta di scena caricaturale che centra in pieno il bersaglio. Ci ha convinto molto anche la volontà di prendersi cura di un argomento attuale e fin troppo snobbato come l'inquinamento, che in fin dei conti diventa un mezzo più che decisivo per offrire al pubblico il giusto equilibrio narrativo, individuando in modo "attuale" quelle che sono le colpe di chi, detenendo il potere, un potere antico e primordiale, non ha cura dei più deboli. Ne consegue un risultato che ci sentiamo di premiare su (quasi) tutta la linea, in cui le tematiche fondamentalmente fantasy si sposano perfettamente con quelle più attuali, con un equilibrio generale più che centrato.

Ragnarok La prima stagione di Ragnarok ci ha convinti. Tralasciando alcune situazioni un po’ eccessive, ci siamo trovati di fronte un ottimo show, capace di mescolare con sapienza tematiche molto diverse tra loro senza troppi problemi. Ne consegue un blocco di sei episodi che fanno praticamente da apripista ad un percorso più lungo. Del resto, la vera natura di Magne, e soprattutto quella dei membri della famiglia Jutul, è ormai ben chiara, ma ancora avvolta nel mistero. Insomma, il Ragnarok sembra veramente destinato ad arrivare. Chi la spunterà? Per scoprirlo non ci resta che aspettare la prossima stagione.

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