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Religion of Sports: Recensione della docu-serie sportiva di Netflix

La recensione di Religion of Sports, docu-serie prodotta da Tom Brady. Tra fede e passione un viaggio nel cuore dello sport...

recensione Religion of Sports: Recensione della docu-serie sportiva di Netflix
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Ci sono cose che fatichiamo ad accettare, che non capiamo fino in fondo, perché non vogliamo comprenderle forse, o perché non ne siamo parte, ed allora non possiamo toccarne con mano la magia. Perché una città intera affida le proprie speranze, il proprio umore, la propria vita, ad undici uomini dalla maglia azzurra come il mare del golfo su cui si affaccia? Come è possibile che degli energumeni rozzi e violenti e pieni di protezioni siano pagati così tanto? Un ragazzo di Brooklyn, studente all'università della Nord Carolina, come ha fatto a diventare una leggenda?
Chi è completamente estraneo allo sport, non ne vive le passioni e i sacrifici non se ne capacita. Delle semplici attività agonistiche, competizioni fatte di muscoli e sudore, hobby, vissuti come veri e propri momenti comunitari di fede.
È da questo assunto che parte e vuole arrivare la docu-serie creata da Gotham Chopra e co-prodotta da Tom Brady, un'altro che di leggende se ne intende. Religion of Sports, disponibile su Netflix, è un progetto pieno di passione, che della passione si nutre, ma non vuole limitarsi a questo. Non è una serie per saziare i cuori degli sportivi mostrando loro immagini entusiasmanti. No, prima di tutto vuole mostrare ai non credenti quanto di bello ci può essere, andando a scomodare riflessioni ideologiche e filosofiche che potrebbero sembrare blasfeme, ma che se sapientemente spogliate dall'inevitabile retorica di superficie possono invece calzare a pennello.

Atleti e dei

Con una buona dose di intelligenza il programma si propone di presentare gli sport come una delle possibili religioni del contemporaneo, andando al fondo delle funzioni e degli sviluppi che queste hanno sempre avuto. Religione come rito, movimento sociale con le sue regole, le sue tradizioni, i suoi gesti; religione come collante di una comunità, elemento di comunione tra le genti; religione talvolta come scontro, religione come devozione, fiducia, fede. Basta essere anche solo un poco ricettivi e attenti a ciò che ci circonda, e ci accorgiamo subito come sostituendo alla parola religione la parola sport ritroviamo tutte le caratteristiche che nello sport si riversano.

C'è della retorica, delle forzature? Certo che si, atte anche ad arricchire, e perché no rivendicare, la serietà del discorso, a legittimare una lettura, e visione, seria del programma. Perché si, la prima reazione a questo accostamento potrebbe essere tra le più brutali: uno stadio di calcio come una chiesa? Schumacher come Buddha? Ma per favore, sono solo giochini da perditempo. Invece, milioni di persone in tutto il mondo, che siano tifosi o atleti, ci vedono qualcosa di più, qualcosa per cui gioire, soffrire e sperare. Religion of Sports ce lo fa vedere benissimo, scegliendo di raccontare le proprie storie genuinamente, contestualizzandole nell'ambiente in cui questo nuovo, ormai poi non così nuovo, tipo di culto si è sviluppato. Non si può capire il rodeo se non si mostra la società e l'ideologia predominante nel Texas rurale o nell'Oklahoma ad esempio.

Di più, si raccontano le esperienze e le storie di grandi atleti, di chi non ce l'ha fatta, di chi tifa da una vita, così come di chi si è avvicinato soltanto dopo un qualche evento particolare. Diventa allora ancora più chiaro l'alone sacrale, non tanto in un senso che si potrebbe definire blasfemo, ma negli aspetti positivi di senso della vita, di completezza. Allora non paiono forzati gli accostamenti di guerra santa e derby di Glasgow, o il gentile ricordo di quella che era l'essenza stessa di un popolo, quello di Brooklyn, la cui anima, i Dodgers, è stata strappata e portata nella città degli angeli, la "città di plastica". Risulta calzante anche la ricapitolazione di come nasce una religione, delle sue difficoltà iniziali, del suo tentativo di affermazione, del suo diventare prima un culto ostracizzato per poi poter finalmente diventare libera. È quello che sta succedendo con gli e-sports, argomento di grandissima attualità ed affrontato in maniera molto intelligente in uno degli episodi.

L'epica dello sport

Se vogliamo farla passare per una cosa seria, dobbiamo impacchettarla in un modo serio. Probabilmente è questo ciò che è passato per la testa delle varie componenti che hanno messo in piedi il progetto. Tutto, dalla colonna sonora alla fotografia, dai movimenti di macchina alle scelte effettistiche, vuole sprigionare epicità, eroismo, solennità. Forse anche troppo. Perché se è vero che ci sono momenti, per gli appassionati ma forse non solo, di un certo effetto ed emozione, capita non di rado che si voli verso lidi retorici fin troppo esasperanti.

Per noi abituati al soave storytelling di Federico Buffa questi momenti sono incrinature poco digeribili, che riescono fortunatamente quasi sempre a rientrare dietro immagini e storie appassionanti. Quando questo non riesce però l'effetto è delle più pessime campagne ideologiche, di quelle che fanno sorgere il dubbio se questo programma non sia in realtà voce di uno schieramento piuttosto che un altro, invece che quell'inno all'amore per lo sport senza condizioni. Al netto di tutto però possiamo affermare che questo Religion of Sports riesce a raggiungere sporadici picchi di eccellenza che soppesati con le altrettante cadute di stile ne fanno un buon prodotto, ben pensato e confezionato, interessante per sportivi e non, per quanto non sia da considerare come immancabile, nell'ottimo palinsesto documentaristico di Netflix.

Religion of sports - Stagione 1 Religion of Sports è una docu-serie interessante, a tratti esaltante, che partendo da un assunto scomodo e apparentemente forzato, riesce a portare avanti il suo discorso con coerenza e intelligenza nonostante delle cadute retoriche che però non pregiudicano la godibilità generale della serie.

7

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