Recensione Revenge - Stagione 1

La ragnatela tramata da una spietata donna in cerca di vendetta

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Revenge - Non un lieto inizio

Attorno alla metà del XIX secolo, il prolifico romanziere Alexandre Dumas scrisse e pubblicò in diciotto parti il suo capolavoro, “Il conte di Montecristo”. Ispiratore di innumerevoli riadattamenti, tra cui il recente “Montecristo” di Kevin Reynolds, ha suscitato anche l’interesse di Mike Kelley, già produttore che vanta di serie come “One Tre Hill” e “The O.C.”, e che quest’anno ha trasmesso con la ABC la sua ultima creatura: “Revenge”. Liberamente ispirato al romanzo di Dumas, è una storia che punta alla vendetta come primo obiettivo e come denominatore comune di ogni avvenimento (non ne fa certo mistero il titolo). Arretrano in seconda fila, seppur presenti, i sentimenti d’amore, il rancore assopito, la famiglia, la maturazione, il ricordo. Revenge moltiplica all’ennesima potenza la polpa vendicativa del romanzo cui è ispirato, con una storia intricata (ma non cervellotica), ambientata ai giorni nostri tra Montauk e gli Hamptons, una località residenziale di lusso nello stato di New York.

DA MONTECRISTO A MONTAUK

La bella e giovane Emily Thorne (Emily VanCamp) si è appena trasferita negli Hamptons. Dietro questo falso nome, cela una verità insidiosa: si tratta di Amanda Clarke, figlia del tristemente noto David Clarke, incastrato da un complotto durante gli anni ’90 e accusato di terrorismo e riciclaggio di denaro per l’Americon, organizzazione terroristica mandataria di un efferato attentato aereo. Diventato il capro espiatorio dei Grayson, i potenti signori degli Hamptons, e di una complessa rete di tirapiedi e corrotti, David Clarke, innocente è giudicato colpevole, incarcerato e successivamente accoltellato nel corso di una rissa nel penitenziario. La figlia, ormai rimasta sola (la madre era già scomparsa anni prima), viene rinchiusa in un carcere minorile. Consapevole del terribile complotto con cui i veri colpevoli hanno incastrato il padre innocente, compromettendo la sua immagine e rovinandogli la vita, Amanda uscirà dal riformatorio con un solo obiettivo: vendetta, revenge. Dopo anni di preparazione, durante i quali viene addestrata sia psicologicamente sia fisicamente da professionisti, fa finalmente ritorno negli Hamptons, sotto falsa identità, acquistando la villetta sul mare nella quale viveva col padre quando era ancora bambina, proprio ai piedi della maestosa villa dei Grayson, il suo grande avversario. Con i suoi modi affabili e la sua bellezza, Emily/Amanda non fatica ad inserirsi nell’alta società degli Hamptons, cominciando a frequentarsi nientemeno che con il discendente Daniel Grayson (Joshua Bowman). Ma vive una doppia vita: tanto bella e ingenua all’apparenza, quanto spietata e priva di scrupoli dentro, abile burattinaia il cui scopo è far crollare, pezzo dopo pezzo, la corrotta architettura di potere di quanti hanno coltivato i propri interessi, mentendo per conto dei Grayson, ai danni di suo padre. Aiutata dall’amico e multimilionario Nolan Ross (Gabriel Mann), genio informatico, Emily/Amanda comincerà a insinuarsi nella vita delle sue “prede”, manomettendo la realtà, interferendo nei loro piani e sconvolgendogli la vita in modo indiretto ed astuto. Ma presto tutto si complicherà: far crollare la potente macchina di una società marcia la porterà a fronteggiare ostacoli sempre più insidiosi.

UNA ROSA CON LE SPINE

Con un esordio di successo seguito da oltre dieci milioni di telespettatori negli USA, il 21 settembre 2011 prende avvio una delle migliori serie della stagione, capace sotto alcuni punti di vista di esulare in certa misura dai canoni tradizionali e di prediligere una materia che, seppur di non facile messa in scena, riesce a coinvolgere e ad entusiasmare. A colpire è il consistente volume della serie: 22 episodi da 43 minuti l’uno, quindi una prima serie che sfiora le sedici ore, puntellando la stagione 2011/2012 da settembre fino a maggio senza mai stancare. La creatura di Mike Kelley, oltre a poter contare su registi come Phillip Noyce (“Il collezionista di ossa”) e Tim Hunter (“Dr. House”, “Dexter”), ha una presa fortissima sul suo pubblico: lo spettatore non può fare a meno di empatizzare con la storia, identificandosi nel desiderio di vendetta della protagonista, ma soprattutto detestando l’aristocrazia degli Hamptons, mascherata dietro una facciata di falsità e ipocrisia. L’intelaiatura della storia non tarda a complicarsi, diventando a tratti quasi “politica” e “machiavellica” nei suoi ingranaggi. La vendetta si articola in tutte le sue espressioni, come feroce distruzione alla radice. A fare la fortuna della serie sono anzitutto i personaggi: parecchi e ben tratteggiati, a cominciare dalla stessa protagonista Emily Thorne (e qua ci sembra che il cognome voglia giocare con “Thorn”, ossia “spina”, ad indicare metaforicamente che ogni rosa ha le sue spine, come questa affascinante e bella donna è in realtà una subdola combattente), capace di rendere molto bene il difficile ruolo della doppia identità, con una fisicità non convenzionale, ambigua e indecifrabile. A sfilare sul red carpet sono però anche la sua grande avversaria Victoria Grayson (Madeleine Stowe) e il marito Conrad Grayson (Henry Czerny), l’amico d’infanzia Jack Porter (Nick Wechsler) di cui è innamorata, il fidanzato Daniel, figlio dei Grayson. E tutta una serie di personaggi secondari con uno spessore assai più solido rispetto a tante altre serie televisive, in grado di conservare un’autonomia che conferisce al plot un punto di grande forza: non si tratta della semplice storia di Emily/Amanda contro i suoi nemici, assumendo piuttosto i connotati del free-for-all, un “tutti contro tutti”, dove basta toccare le giuste corde per far cadere il fragile sistema di accordi e compromessi di una società malata e corrotta. Ogni personaggio conserva istinti, interessi e debolezze con cui si inserisce all’interno della grande ragnatela dove in palio c’è il destino della propria vita.

COME UN FILM

L’American Broadcasting Company (ABC) è un network che negli ultimi anni ci ha abituati a prodotti di qualità, spesso capaci di forzare gli standard televisivi per preferire una struttura sui generis. Un esempio su tutti è ovviamente Lost, che ha senza dubbio fatto la storia delle serie televisive, mostrando nuovi binari da percorrere e nuovi orizzonti da esplorare. Revenge, a suo modo, gli fa eco nella capacità di story-telling alternativo: l’impianto narrativo viene costruito in modo un po’ insolito ma indubbiamente efficace nella prima stagione, grossomodo dividendola in due parti: dall’episodio #1 a #16, e da #17 a #22. Il motivo non è solo cronologico (la pausa di due mesi), ma soprattutto strutturale: cesura tra queste due parti è un momento-spartiacque, ossia la festa di fidanzamento di Emily e Daniel, durante la quale si consuma un efferato un omicidio, apparentemente ai danni di quest’ultimo. Nonostante la festa si svolga nel quindicesimo episodio, mostrando una Emily già perfettamente inserita nella creme del luogo, una parte consistente è trasmessa, come flash-forward in prologo al primo episodio. Insomma, un’apertura decisamente fuori dalle righe, che segna di venature oscure e misteriose la serie ancor prima dell’effettivo inizio, lanciando lo spettatore in una montagna russa di climax e attese innervate da colpi di scene. Inquadrature azzeccate, ravvicinate in pieno stile televisivo, sono capaci di costruire magistralmente la suspense anche quando un personaggio sta solo fissando un monitor -a tal proposito, da segnalare l’interessante e massiccia presenza di momenti in cui possiamo vedere in semisoggettiva scene che ci sarebbero precluse, ossia vediamo Emily spiare i suoi nemici con una telecamera nascosta o simili espedienti. Una modalità di messa in scena molto efficace, che fa eco a già a illustri predecessori: uno su tutti, l’episodio CSI “Grave danger” diretto da Quentin Tarantino.

Revenge - Stagione 1 Capace di reinventarsi e riadattarsi, per non restare mai monotono e costante in tutta la serie, il fulcro della narrazione, più che l’obiettivo di Amanda, è il sentimento di “vendetta” nella sua autonomia. Coltivato da tutti i personaggi (o quasi) ed esemplarmente rappresentato dal titolo “Revenge”, in cui la “G” è disegnata col segno dell’infinito, simbolo del legame di Amanda con suo padre, ma anche a ricordare che ormai la vendetta è una scheggia velenosa penetrata e radicata nel carattere della protagonista, condannata a vivere un’esistenza nel morboso e perennemente insoddisfatto (infinito) bisogno di vendetta. Il titolo si muove verso lo spettatore, tra le onde del mare al tramonto, azzeccata icona della società degli Hamptons alla sua fatale decadenza, probabilmente investita di significati e denunce sociali. Uno dei migliori prodotti televisivi della stagione ad avviso di chi scrive, dalla corposità della storia al coinvolgimento degli avvenimenti, fino alla costruzione di immagini indelebili, impresse a sangue nello spettatore.