Roar Recensione: la serie Apple non sorprende ma intriga

L'opera non riesce sempre a brillare, ma regala episodi riusciti che esplorano la dimensione femminile con intelligenza e originalità

Roar Recensione: la serie Apple non sorprende ma intriga
Articolo a cura di

Roar, la nuova serie televisiva Apple dalle creatrici di GLOW Liz Flahive e Carly Mensch (è ufficiale, non ci sarà una quarta stagione di GLOW), si fa carico di quella potenza visionaria e luminosa che apparteneva al prodotto Netflix sopracitato, per parlare di femminismo in modo originale e fuori dagli schemi. Soffermandoci solo sui primi due episodi dell'opera (che abbiamo analizzato nel nostro first look di Roar) è evidente che dal punto di vista registico ed estetico siamo nel campo del visionario, ma dal quello narrativo ci troviamo di fronte a non poche difficoltà espressive nella trasmissione di un linguaggio che ci sembra distante dagli spettatori.

Per fortuna nel corso dello show la situazione migliora di gran lunga e, nonostante ci siano puntate che finiscono nel dimenticatoio, altre invece colgono il punto, presentando un contenuto creativo capace di far riflettere nella sua immediata schiettezza e surrealismo di forma e sostanza. Per quanto il serial non sia sempre centrato al massimo (e sicuramente trasporre una raccolta di racconti in formato seriale non è stato affatto semplice), alcuni episodi riescono ad incarnare perfettamente l'anima intensa e sorprendente alla base del progetto. Lo spirito più puro di questo prodotto vede interpretare tutte le sfaccettature del femminismo calandole dignitosamente nella nostra modernità, toccando tasti e argomenti giusti di discussione.

Un pluralismo di voci e generi

Roar, come un po' tutte le serie antologiche, ha il pregio di dedicarsi in modo principale alla sperimentazione e allo storytelling, anche se in questo caso l'opera trova il suo fondamento nei racconti di Cecelia Ahern.

Se sul piano puramente narrativo c'è una fonte ben precisa alle spalle che giostra le fila del percorso , lo show si ritaglia il suo angolo di originalità, specialmente a livello visivo. Se si confrontano tutte le puntate, quello che salta all'occhio è che ciascuna riesce a distinguersi non solo registicamente parlando, ma anche con dissimiligeneri di riferimento. All'interno del titolo si passa attraverso atmosfere distopiche, assurde, e, in modo del tutto inaspettato, viene varcata anche la soglia del thriller psicologico e del grottesco. L'obiettivo iniziale era proprio quello di affrontare il femminismo da prospettive alternative, ma anche dare spazio a donne ben caratterizzate, ognuna con la propria individualità, problemi da risolvere, ansie e paure. Il risultato, nel complesso, è affascinante perché rappresenta, nel suo insieme, un pluralismo di voci e di contenuto che non solo amplia enormemente l'offerta del prodotto in sé, ma al contempo sensibilizza il pubblico in maniera completa e puntuale su aspetti immediati e non collegabili al macrotema del femminismo.

Nel corso di Roar si ha la possibilità di scoprire cosa vuol dire accettare noi stessi, gli ostacoli di una relazione, la ricerca dell'individualità, ma anche il difficile ruolo della donna nel mondo del lavoro, il razzismo imperante e le difficoltà della maternità. Tutti questi temi sono narrati in modo esclusivo e lontano dai soliti canoni ai quali siamo abituati, ma ciò non significa che il contenuto sia sempre veicolato correttamente agli spettatori. Come già evidenziato nell'anteprima, infatti, avevamo notato che il linguaggio utilizzato, per quanto fosse stimolante e fresco, non era sempre perfettamente calato in un'ottica di fruibilità seriale.

Una successione altalenante di esperienze

Sembra quasi che alcune puntate, nella loro gestione totale di narrativa e regia, riescano meglio a comunicare il messaggio di fondo, mentre altre si perdono non solo in immagini esagerate e barocche che girano a vuoto, ma anche in una scrittura troppo criptica e artificiale che non si collega empaticamente al pubblico.

Passando in rassegna tutti gli episodi presenti in Roar, quelli che funzionano di più sono quelli che, seppur partano da un'idea folle e allucinatoria, con sprazzi di realtà e con un po' di didascalismo, tirano le redini delle tematiche seguendo una linea maggiormente lineare ed esplicita, così da farsi comprendere di più dai fruitori del progetto. Ciò è un vero peccato perché, almeno a livello di concept iniziale, tutte le puntate sono degne di menzione perché riescono, con situazioni al limite del fantascientifico, decostruire il mondo femminile non risultando mai banali o dozzinali.

Ad ogni modo è tipico delle serie antologiche avere intuizioni folgoranti e attimi più sottotono, situazioni esplosive e altre che non sanno raggiungere la meta. D'altronde, proprio nella sua struttura variegata e sempre alternativa, un'opera del genere ambisce a non rimanere sempre uguale, a volte colpendo nel segno, altre volte no. Un elemento che invece è opportuno menzionare e che è il cast scelto che ancora una volta non solo ci sentiamo di definire azzeccato, ma fa da perfetto tramite con il pubblico.

Nei volti di Nicole Kidman, Alison Brie, Cynthia Erivo, Issa Rae, Betty Gilpin, Merritt Wever, Meera Syal e Fivel Stewart, si trova quel senso umano ed emotivo che non sempre arriva nei cuori con la scrittura e la regia. Grazie alle loro interpretazioni, toccanti e posate, si capisce realmente, in modo completo e intenso, cosa vuol dire essere donne nel nostro tempo con tutte le paure e le tribolazioni, ma anche con la contagiosa energia che ci trasmettono giorno dopo giorno.

Roar Roar è un'opera antologica che porta il femminismo su piani mai solcati, sia a livello registico che narrativo.Ispirata ad una serie di racconti, la serie Apple si fa portavoce di una plurarità di donne, ognuna con i propri traumi e i propri punti di forza, ma non riesce sempre a comunicare degnamente il messaggio alla base. È come se mancasse un legame emotivo ed introspettivo che alcune puntate colgono in modo intelligente, mentre altre rimangono troppo lontane dalla comprensione del pubblico. Con una regia sperimentale il giusto e un cast degno di nota, il prodotto è apprezzabile, ma a volte non centra il punto.

6.5