Romulus Recensione: l'epopea protolatina di Matteo Rovere su Sky

Il primo capitolo di Romulus è un esperimento ambizioso e colossale, ricco di fascino come pochi altri prodotti attuali ma ancora un po' ingenuo.

Romulus Recensione: l'epopea protolatina di Matteo Rovere su Sky
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C'è sempre qualcosa di piacevole nello scovare in un prodotto delle tracce di forte ambizione. Non fraintendete, c'è del fascino quasi irresistibile anche in quelle serie o film che si concentrano nel proporre in maniere apprezzabili solo puro intrattenimento - per intenderci basta pensare ad Alex Rider (qui la recensione di Alex Rider), che è "soltanto" un'ottima spy story. Ma l'entusiasmo dietro un progetto desideroso di realizzare qualcosa di importante, colossale e, per certi versi, unico è un sentimento tangibile e soprattutto insostituibile.

Ed è esattamente questo il tragitto che Matteo Rovere si è voluto ritagliare dapprima con Il Primo Re e adesso con Romulus, serie andata in onda nelle ultime settimane su Sky che rivendica una sua curiosa identità. Potrebbe essere facile definire Romulus al pari di un semplice prequel, narrando appunto vicende precedenti alla nascita di Roma e alla rivisitazione del mito di Romolo e Remo mostrata nella pellicola.

L'ambizione di Rovere, però, sembra essere ben altra, come se volesse creare un suo micro-universo alternativo o almeno un'ulteriore versione della fondazione di Roma, scavando nelle fonti storiche piuttosto che nella leggenda. Ci ha provato con una prima stagione che inciampa qualche volta di troppo, ma dotata di un fascino, un'attenzione ai dettagli e a tratti una potenza encomiabili.

Io non voglio la pace

Ambientata nell'VIII secolo a.C., Romulus ci introduce immediatamente alla situazione politica dell'antico Lazio: all'epoca la maggior parte dei popoli erano radunati nella Lega Latina, composta da trenta sovrani guidati dal re di Alba Longa. Tempi non facili attendono, però, la Lega, in quanto l'ormai anziano re Numitor (Yorgo Voyagis) è costretto a rinunciare per volere degli Dei al suo trono, lasciandolo ai nipoti Yemos (Andrea Arcangeli) ed Enitos (Giovanni Buselli), fratelli inseparabili.

Ma qualcuno tra i Trenta non riesce a convincersi delle capacità dei gemelli ed inizia allora a prendere forma la congiura di Amulius (Sergio Romano), fratello minore di Numitor, per impossessarsi di Alba. Un intreccio non particolarmente complesso o intricato e che soprattutto non fa molta leva su elaborati giochi politici, bensì su quello che a tutti gli effetti diventa un tetro e crudo racconto di formazione. Una crescita molto diversa dai canoni di genere, per così dire, poiché né Yemos né Wiros (Francesco Di Napoli), uno schiavo in cui il principe di Alba si imbatte, imparano durante il loro calvario i grandi valori dell'essere re e ciò che tale posizione comporta.

L'insolita coppia che si forma tra le pieghe della narrativa di Romulus apprende prima di tutto cosa significa sopravvivere da soli, in un mondo disegnato deliberatamente per porre fine alla loro vita. Un mondo selvaggio, brutale, incapace di dare riposo o sollievo e dominato da misteriose ed oscure divinità dagli usi e costumi radicalmente diversi tra di loro.

E allora il viaggio di formazione perde il suo volto noto e rassicurante, uscendo con i lineamenti profondamente trasfigurati dalla penna di Rovere: al centro potranno esserci ancora la voglia di giustizia e il bisogno di prendersi cura del proprio popolo, ma la questione essenziale riguarda il sacrificio, a cosa e quanto si è disposti a rinunciare pur di ottenere le prime due. La propria famiglia? Le proprie credenze religiose? La propria vita fino a quel momento? O forse tutto insieme, senza mai avere la certezza che sarà abbastanza o che ne sarà valsa la pena.

Giustizia è ciò che voglio

Ciò che avvolge questo affascinante nucleo tematico è invece brillantemente mutuato da Il Primo Re, com'era prevedibile. Ritroviamo quindi una recitazione in protolatino notevole ed estremamente riconoscibile nonché una particolareggiata ricostruzione storica, ricca di dettagli e che non cede mai ad un fascino ideale. Rovere neanche in Romulus ha tentato di ricreare una sorta di passato idilliaco: la sua Alba è una città si dominante, ma sporca, polverosa, corrotta, circondata da boschi che incutono un terrore atavico.

In situazioni simili è possibile vedere ancora di più la mano di un regista competente, nel caso di Rovere persino elegante. Non si è servito, infatti, di particolari espedienti, puntando tutto su giochi di luce sapientemente ispirati, in cui basta una pioggia e delle pitture facciali efficaci ad elevare una scena. Oppure, come nelle caverne dedicate al dio Marte, è il fuoco stesso - elemento sia reale che metaforico - ad illuminare i giusti dettagli, finezze avvalorate poi da movimenti di camera precisi e limpidi anche nelle scene più concitate.

Qui si inserisce perfettamente un altro marchio di fabbrica del suo creatore, ovvero il distintivo rapporto con la divinità. Nel Lazio dell'VIII secolo a.C. tutto sembra essere deciso in base al volere degli Dei, dalla guerra ad un atto di tradimento o di pace, eppure ogni singolo personaggio ci si relaziona in modo differente, magari in segno di sfida o di ubbidiente accettazione. Un insieme di credenze che verrà messo a dura prova quando entreranno in scena i seguaci della cupa dea Rumia, protagonisti di alcune delle sequenze più clamorose e visivamente suggestive.

Romulus, insomma, è un prodotto competente, ambizioso, affascinante e facilmente identificabile. E come tale inciampa un po' troppo in difetti di gioventù, alcuni preventivabili ed altri meno. Innanzitutto - ed è qualcosa che ripetiamo spesso - quando un regista principalmente dedito al mondo del cinema si cimenta in una serie tv è inevitabile riscontrare problemi di ritmo.

In Romulus il ritmo è semplicemente discontinuo, alternando puntate ricche e adrenaliniche con episodi fin troppo poveri, ben oltre le necessità imposte dalla narrativa. Il problema più ingombrante, tuttavia, è un altro: un racconto del genere necessita di personaggi straordinariamente carismatici, visto che il focus è su di loro e non su sorprendenti colpi di scena o machiavelliche trame politiche.

Dunque una caratterizzazione non riuscita pesa molto di più nella creatura di Rovere che in tanti altri telefilm e purtroppo i personaggi superficiali o monchi, a partire dall'evoluzione troppo repentina e debole di Yemos contrapposta all'esaltante viaggio di Wiros o Ilia (Marianna Fontana), non mancano. Il season finale racchiude impeccabilmente una tale dualità: per metà fiacco e poco incisivo, pur nella sua coerenza, e per metà coinvolgente e ricco di squisiti conflitti morali. Manca, in poche parole, un ulteriore salto di qualità per un prodotto comunque lodevole.

Romulus Romulus è indubbiamente un progetto estremamente ambizioso e coraggioso, come d'altronde lo era Il Primo Re. Ed è indubbio anche il fatto che l'esistenza stessa di simili produzioni faccia bene, non solo per orgoglio italiano ma in generale per l'intero panorama seriale. Una meravigliosa ricostruzione storica che non concede mai nulla ad un fantomatico passato ideale, una recitazione riuscita in protolatino con tutte le difficoltà e gli studi che ne conseguono, la voglia di creare una grande epopea latina - quanto sia aderente alla realtà "storica" della fondazione di Roma sarà tutto da vedere - di cui questa stagione non è altro che un primo passo, evidenziano un progetto enorme e ricco di potenzialità. Valori che si intravedono brillantemente nella distorsione del più classico dei racconti di formazione operata da Rovere: cupo, crudo, sanguinoso, feroce, volto al sacrificio di tutto più che ai grandi ideali da raggiungere. Fin qui ci poniamo su livelli di qualità elevati, che però la serie non riesce a mantenere sempre a causa di un ritmo non studiato ottimamente e alcuni personaggi - purtroppo anche principali - la cui caratterizzazione non è riuscita perfettamente. Ma ci troviamo davvero al cospetto di un semplice primo passo di qualcosa che può diventare grandioso.

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