Slow Horses Recensione: l'atipica spy-story con Gary Oldman convince

Lo show Apple TV+ ci porta ad esplorare un inedito covo di spie, reiette e in cerca di riscatto, capitanate da Gary Oldman.

Slow Horses Recensione: l'atipica spy-story con Gary Oldman convince
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Non manca molto all'arrivo della seconda stagione di Slow Horses su Apple TV+. Lo show che quest'anno ha esplorato una realtà nient'affatto convenzionale per lo spy-thriller tornerà tra le uscite Apple di dicembre 2022. La sgangherata squadra del Pantano, capitanata da un insofferente Gary Oldman, ci aveva fatto una buona impressione nel nostro first look di Slow Horses, ma gli elementi in nostro possesso non ci avevano fornito un quadro completo della situazione. Ora possiamo affermare con una certa solidità che la serie della piattaforma streaming di Cupertino è un'altra valida aggiunta ad un catalogo che, salvo qualche scivolone, riesce a vincere sul versante della qualità in quasi ogni contesto.

Cronache dal Pantano

Il sogno di chiunque sia interessato a farsi paladino della sicurezza interna del Regno Unito è entrare a far parte del MI5. L'agenzia per il controspionaggio inglese è popolata da cavalli di razza che ogni giorno affrontano le minacce in seno al glorioso regno di Sua Maestà per sventarle sul nascere.

Sono in pochi, però, a sapere che coloro che falliscono o si macchiano di errori imperdonabili sul campo sono destinati a cadere nel Pantano, degradati a Slow Horses, cavalli perdenti, condannati ad una routine surreale di indagini anacronistiche che non hanno alcuna utilità per il Paese, in quella che è a tutti gli effetti una punizione alla quale si spera che il soggetto reagisca gettando la spugna. Il Malacoda di questo girone infernale dello spionaggio britannico è Jackson Lamb (Gary Oldman), agente a sua volta caduto in disgrazia, che si ritrova a gestire questo gruppo di reietti a suon di insulti e scoregge, rimarcando a ogni piè sospinto (il più delle volte scalzo sulla scrivania, ben visibile tra i buchi dei calzini) l'inutilità della loro esistenza e del loro arrovellarsi per tornare ad avere un'aura anche solo flebile delle spie che erano un tempo. Lo capisce bene, suo malgrado, anche River Cartwright (Jack Lowden), ultimo arrivato nel Pantano; lui che era destinato a ripercorrere le orme del nonno, leggenda del MI5.

Quando però i destini del Pantano si intrecciano al rapimento di un musulmano da parte di un gruppo di estremisti nazionalisti, gli ingranaggi arrugginiti del melmoso regno di Jackson Lamb iniziano a girare e anche l'impaludato agente interpretato da Gary Oldman si ritroverà ad emergere svogliatamente dal suo limbo - mai troppo, sempre coerente a se stesso - per seguire un'indagine che si fa via via più personale e potrebbe ribaltare il destino della sua sgangherata divisione.

Una spy story tra humor e tensione

Slow Horses si prende il suo tempo per ingranare le marce. Il ritmo compassato degli inizi ci immerge senza pietà nel Pantano insieme ai suoi esiliati, introducendo i vari protagonisti che, nel corso della stagione, esporranno le proprie ferite del passato e i motivi per i quali si trovano a sguazzare nel fango dell'intelligence britannica. L'incedere degli episodi lascia poi spazio ad un costrutto drammatico ben sviluppato che intreccia nel proprio ordito una costante vena humor inglese che rappresenta la cifra stilistica di Slow Horses e si declina con squisita decadenza e rassegnazione nel personaggio di Jackson Lamb, interpretato da un Gary Oldman in splendida forma, che riesce a declinare ogni singola sfumatura del proprio personaggio con disinvoltura e fascino, senza mai annebbiare la scintilla di genialità che ancora si cela dietro l'oziosa e viziosa maschera di Lamb, che sarà fondamentale nella risoluzione del caso.

La sceneggiatura di Will Smith (no, non quel Will Smith) si basa solidamente sull'omonimo romanzo di Mick Herron e segue i binari della narrazione senza particolari invenzioni narrative rispetto al libro, tessendo retroscena e rivelazioni con puntualità. Purtroppo, alcune storyline secondarie non guadagnano l'attenzione sperata, pur tentando di ampliare l'arco di sviluppo dei comprimari. La regia di Slow Horses riesce a legare in armonia elementi che, gestiti diversamente, sarebbero apparsi senz'altro ossimorici, contribuendo a delineare un'atmosfera peculiare che nei toni scuri e umidi di una Londra crepuscolare rispecchia appieno il dramma della vicenda principale, all'interno della quale serpeggia senza soluzione di continuità uno humor che può apparire a tratti surreale, ma mai fuori contesto.

Slow Horses Slow Horses è una scommessa vinta per Apple, che aggiunge al proprio catalogo una spy-story sui generis forte di un’atmosfera peculiare che mescola il drama ad uno spiccato humor inglese, facendo leva su una regia solida e sulle ottime interpretazioni di un cast capitanato da un maestoso Gary Oldman, che infonde nella decadenza del proprio personaggio l’acume ancora vivissimo per l’indagine. Un inizio compassato e alcune storyline secondarie non proprio brillanti sono il prezzo da pagare per uno show che consigliamo agli appassionati del genere e non solo.

7.5