Snowpiercer Recensione: la nuova serie post apocalittica Netflix

Quella che poteva essere una delle serie più promettenti di Netflix non riesce a sorprendere, ma tenta il tutto e per tutto nel corso degli ultimi episodi.

recensione Snowpiercer Recensione: la nuova serie post apocalittica Netflix
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Per i fan di Bong Joon-ho e di Le Transperceneige - il fumetto di Jean-Marc Rochette e Benjamin Legrand che ha ispirato lo Snowpiercer del regista di Parasite - è su Netflix Snowpiercer, la serie che racconta la lotta di classe sull'ultimo baluardo dell'umanità; un'arca che ha le sembianze di un treno che viaggia senza sosta in un mondo ormai congelato e inabitabile, rappresentava una succosa occasione per travasare il fortunato franchise anche in ambito seriale.

Nella nostra anteprima di Snowpiercer avevamo riconosciuto le potenzialità insite nella serie, pur evidenziandone le criticità che in gran parte derivavano dal travagliato sviluppo dello show, che aveva accusato un cambio di showrunner proprio all'inizio delle riprese, generando nel nuovo team una confusione fisiologica nel rapportarsi ad un progetto in fase già avanzata e con poco tempo a disposizione per forgiare una nuova identità. Ora che Snowpiercer ha terminato la sua prima rivoluzione su Netflix è giunto il momento di tirare le somme e capire se le premesse di maggio abbiano prevalso sulle criticità riscontrate nel corso dei cinque episodi iniziali.

Tanta ambizione, poca sostanza

Uno dei problemi che permea l'intera produzione da molteplici punti di vista, vede in una scrittura ambiziosa, ma fin troppo abbozzata, il vessillo di una tracotanza che non tiene conto degli elementi a disposizione, dal casting, alla messa in scena. L'errore più grande commesso da Snowpiercer è infatti quello di prendersi troppo sul serio e di non essere in grado di mantenersi su determinati standard qualitativi e narrativi. Di questo passo anche gli elementi più nobili della serie, quelli di stampo socio-politico, tendono a svilirsi sotto il peso di un'ambizione che supera di gran lunga la qualità del risultato finale.

A livello strutturale ha influito pesantemente la connotazione di stampo crime che permea tutta la prima metà di stagione, permettendo di introdurre il protagonista Andre Layton (Daveed Diggs) e le sue abilità che dovrebbero connotarlo come leader, nonché di abbozzare tutti gli altri personaggi, il tema della divisione per classi e le varie sfaccettature della società che si è instaurata sull'ultimo baluardo dell'umanità. A posteriori questo stratagemma narrativo lascia il tempo che trova e conferma i sospetti iniziali di pura strumentalità al servizio del world e character building. Una strategia che, giocata in maniera differente, avrebbe potuto garantire unità di forma e di intenti, anziché creare una netta scollatura tra le due metà della stagione.

Un risultato che si mantiene comunque dignitoso, ma che paga il prezzo di troppi inneschi narrativi a vista, che inficiano la godibilità generale e che commette l'errore di abbandonare quasi del tutto le dinamiche e i personaggi interessati da questa prima tranche di episodi, per concentrarsi più su uno sparuto gruppo di protagonisti e virando decisamente il focus su una rivoluzione che rende aleatori gran parte degli sforzi compiuti in scrittura per gettarne le basi. A riscuotere una parziale vittoria sono alcuni elementi della messa in scena, come la scenografia, che offre allo spettatore un lavoro di ricerca più che dignitoso, che sfocia in un risultato concreto e coerente.

Gli altri reparti vivono un po' di luce riflessa, con una regia che non offre guizzi particolari e che non sfrutta pienamente gli elementi a disposizione e l'eredità del film originale, cercando di risollevarsi verso il finale, quando il registro narrativo ingrana finalmente un'altra marcia, salvo non riuscire a garantire un risultato adeguato. L'anima di Snowpiercer si lacera insomma tra una pulsione conservativa e una progressista, non riuscendo a trovare un punto d'incontro stabile, ma nemmeno a gettare delle solide basi dalle quali partire, pur ambendo a costruire un prodotto di spessore, senza giocare le giuste carte, o provandoci in maniera troppo timida, risultando una serie sì in grado di intrattenere, ma non di appassionare.

Alla ricerca dell'empatia

Tutto ciò ci conduce ad un altro elemento critico di questo show; la scrittura dei personaggi e le scelte di casting. Iniziamo subito con lo spezzare una lancia a favore di Snowpiercer: il personaggio di Melanie Cavill, splendidamente interpretato da Jennifer Connelly, è veramente ben riuscito. Colei che detiene le redini del treno da 1001 carrozze è una persona complessa, schiacciata dal peso esistenziale di una scelta difficile e di una responsabilità infinita, costretta a mascherarsi nel tailleur turchese dell'accoglienza.

La serie riesce con successo a fornire un ritratto a tutto tondo di questo personaggio, che da solo riesce a tenere sulle proprie spalle il peso dello show. La performance della Connelly è il vero valore aggiunto che garantisce tridimensionalità ed espressività a Melanie, senza mai tradire incertezze, e ricordandoci, se mai fosse necessario, che Jennifer Connelly è un'attrice con la "A" maiuscola.

Peccato che, a parte qualche rara eccezione, il resto del cast non sia altrettanto virtuoso, colpa non tanto degli attori stessi - sebbene alcune interpretazioni raggiungano a stento la sufficienza - ma di un casting che non è riuscito a centrare il bersaglio, inficiando l'identificazione dello spettatore con i protagonisti della serie. Il caso emblematico è ovviamente lo stesso Layton e l'interpretazione di Daveed Diggs, che già a maggio aveva sollevato in noi più di un dubbio, ma che, giunti alla fine del decimo episodio, si conferma un clamoroso caso miscasting, unito ad una scrittura e ad un'interpretazione che non fanno trasparire l'anima del personaggio, che dovrebbe prefigurarsi leader della rivoluzione che ribalterà le sorti del treno.

Layton funziona - nel limite del possibile - nella prima parte dello show, dove l'elemento crime sembra - fin troppo - cucito su di lui, nonostante, come già accennato in tempi non sospetti, il suo percorso esistenziale non sembri rispecchiarsi pienamente nella performance di Daveed Diggs. Quando però si tratta di scendere più in profondità, ci si rende conto di tutti i limiti di scrittura relativi a Layton, che manca di carisma e determinazione, che sembra guidato dalla sola penna degli sceneggiatori e che, purtroppo, non è per nulla insostituibile e potrebbe benissimo essere rimpiazzato da qualunque altro fondaio con un briciolo di personalità in più; elemento tutt'altro che lusinghiero per colui che dovrebbe essere uno dei protagonisti il cui compito è reggere le redini della narrazione. Le vicende personali di Layton, le sue gioie e le sue sofferenze, precipitano così a livello empatico con il progredire degli episodi, vanificando i timidi tentativi di introspezione della prima parte di stagione.

Un'evidenza che si rivela tristemente vera anche per la maggior parte degli altri personaggi. Per quanto concerne il resto del cast, si spazia da Steven Ogg, che passa dall'ottimo Simon di The Walking Dead all'imbarazzante macchietta di Pike in Snowpiercer, alla più che dignitosa Bess Till, la frenatrice interpretata da Mickey Sumner.

Più in generale si avverte una sorta di conflitto tra le intenzioni degli autori e la realtà della messa in scena, con un costante senso di distacco nei confronti dei personaggi. Una parabola discendente che si rialza timidamente negli ultimissimi episodi di questa prima stagione, dove finalmente si notano concreti passi in avanti nell'azione - che non raggiunge nemmeno pallidamente i livelli della pellicola di Bong Joon-ho - con dinamiche che evolvono velocemente verso un climax che poteva essere più incisivo, prima di lasciarci al consueto cliffhanger che preannuncia le dinamiche della seconda stagione di Snowpiercer.

Snowpiercer - Stagione 1 Il treno dalle 1001 carrozze trasportava altrettante possibilità e potenzialità narrative. Purtroppo una caratterizzazione lassista dei personaggi e un intreccio che soffre troppo lo scollamento tra la prima e la seconda parte di stagione - tra l’elemento crime e la lotta di classe - non permette a Snowpiercer di ambire alle vette che ci aspettavamo. Problemi che si radicano fortemente nella produzione stessa dello show, che non ha certo goduto di uno sviluppo facile; nonostante la solida messa in scena e il buon lavoro svolto dal reparto scenografia, il problema nasce come sempre in fase di scrittura. Il vero importante traguardo di Snowpiercer viene raggiunto dall’interpretazione di Jennifer Connelly, che mette in secondo piano qualsiasi altro attore in ogni scena nella quale è presente, generando una disparità di performance che mette in luce un casting non proprio azzeccato, che stenta ad instaurare l’empatia necessaria allo show, che non fallisce nell’intrattenere, ma che stenta ad appassionare.

6.5