Netflix

Social Distance: la nuova serie Netflix girata in lockdown!

Uno sguardo serio, ma anche ironico, sulle nuove abitudini del lockdown, sul senso di solitudine e sulle paure durante l'emergenza Covid

recensione Social Distance: la nuova serie Netflix girata in lockdown!
Articolo a cura di

Il periodo di lockdown è passato, ma a distanza di diversi mesi dall'inizio dell'emergenza Covid numerosi Paesi ancora si trovano ad affrontarne le minacce. Molte persone vogliono solo lasciarsi alle spalle il difficile periodo vissuto in primavera, ma ci sono ancora alcuni prodotti capaci di affrontare la tematica senza appesantire gli animi, come Social Distance, una delle interessanti uscite di ottobre di Netflix. Disponibile dal 15 ottobre, Social Distance non è interessante solo perché affronta una tematica vicina a tutti noi, ma anche per la sua particolare realizzazione tecnica, in pieno stile lockdown.

Una serie dallo stile amatoriale, ma dalla grande sensibilità

Il Covid-19 ha cambiato la vita di moltissime persone, anche se in modi diversi. Social Distance, in quanto serie antologica, mira proprio a mostrare allo spettatore esperienze diverse, più che a condurre un discorso generico sul dramma dell'emergenza sanitaria. Ogni episodio si concentra su un protagonista diverso e sul suo modo strettamente personale di affrontare la pandemia. Il tono non troppo serio e i riferimenti nei quali è facile riconoscersi fanno sì che questa serie non risulti inappropriata, anche grazie ad una grande sensibilità. Non è infatti del virus che si parla - seppure esso sia il principale filo conduttore delle puntate - ma di coloro che lo hanno dovuto affrontare in vario modo, da soli o in compagnia. Creata da Hilary Weisman Graham e da Jenji Kohan - che già in Orange Is the New Black aveva saputo bilanciare con sapienza ironia e dramma - Social Distance conquista per delicatezza e semplicità, mettendo in scena i gesti quotidiani che hanno caratterizzato tutti noi durante il periodo di lockdown.

La vita sui social, le videochiamate in bassa risoluzione, la sensazione di essere tanto soli quasi da impazzire, la perdita del lavoro, il negazionismo, la difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia, l'ozio casalingo, le fake news e così via, passando anche per questioni molto importanti come le proteste per il Black Lives Matter. Ognuna di queste esperienze umane, tipiche del periodo più caldo dell'emergenza Covid, viene esplorata a volte con un senso di tristezza, altre volte con simpatia, dando vita a un prodotto fresco e piacevolmente fruibile.

L'originalità della serie è più tecnica che tematica: in pieno stile lockdown, il prodotto non è stato solamente ideato duante il periodo di confinamento decretato dai Governi, ma è stato anche realizzato tramite riprese amatoriali e inserti grafici che riproducono lo stile delle app di messaggistica, delle videochiamate e dei social network. Questo ricorso a materiali di qualità inferiore, rispetto a quelli che una produzione tradizionale avrebbe utilizzato, non influenzano però minimamente la buona riuscita del prodotto, che giova anzi di questo particolare elemento distintivo per interessare il pubblico e potenziare la componente emotiva delle storie raccontate, tutte legate ad una situazione drammatica, ma dagli esiti molto diversi e spesso edificanti.

Un prodotto nel quale riconoscersi

Social Distance non è l'ennesima discussione sulle conseguenze del distanziamento sociale o sui danni provocati dal Coronavirus. Nonostante le convinzioni di negazionisti e no-mask, il mondo sa già a cosa è andato incontro e ciò che tuttora sta affrontando. Con il suo stile semplice e le storie di vita quotidiana che racconta, Social Distance si differenzia da molti altri prodotti e cattura la curiosità dello spettatore anche grazie alla brevità degli episodi. La serie si divora in fretta, puntata dopo puntata, ma a conquistare è l'umanità con la quale ogni vicenda viene narrata. Non si discute delle grandi questioni della vita, ma di ciò che individui comuni hanno dovuto vivere nei momenti peggiori dell'emergenza sanitaria, ed è proprio questo a rendere Social Distance qualcosa di profondamente riconoscibile. Le difficoltà sul lavoro, il senso di solitudine, la paura dei contatti e il dramma di dover essere genitore ai tempi del Covid, senza sapere come spiegare il problema ai bambini più piccoli. Con maturità e grande sensibilità, questa serie Netflix è un prodotto nel quale gli spettatori possono ritrovarsi, anche nei gesti apparentemente più sciocchi o irrilevanti, perché quest'emergenza ha toccato e tocca tutti in modo diverso; ha stravolto la quotidianità delle famiglie o dei singoli, distruggendo le certezze e sgretolando molti rapporti, costruendone in altri casi di nuovi e più saldi.

Senza mai minimizzare il problema ma anche senza prendersi troppo sul serio, Social Distance riesce a regalare all'osservatore uno scorcio di tante vite diverse, accomunate dalle sfide del distanziamento sociale e dalla paura di un virus ancora ignoto. Allo stile amatoriale dona autenticità l'intervento di volti famosi (Sunita Mani, Asante Blackk, visto in When They See Us e la Danielle Brooks di Orange Is the New Black, per citarne alcuni) e un buon livello di interpretazione, che a volte sembra quasi stonare con la qualità di alcune riprese, ma che non fa che sottolineare i contrasti creati da questa interessante scelta stilistica.

Social Distance Pur non spiccando per originalità tematica, Social Distance si distingue da molti altri prodotti grazie al ricorso a materiali amatoriali realizzati durante la quarantena. La serie racconta le vite di persone diverse in periodo di lockdown, con tutte le difficoltà che la convivenza forzata o la solitudine possono creare. Con uno stile sia leggero che maturo e una grande sensibilità, Social Distance non appesantisce gli animi, riuscendo a strappare a volte una lacrima e a volte un sorriso, con un'indagine accurata e ben realizzata sugli sconvolgimenti creati dalla pandemia.

8