METRO

Star Trek Discovery 3 Recensione: il futuro è appena iniziato

La terza stagione di Discovery giunge alla fine dopo un travagliato giro di vite che ci ha introdotti alla galassia del trentaduesimo secolo.

recensione Star Trek Discovery 3 Recensione: il futuro è appena iniziato
Articolo a cura di

La nostra copertura della terza stagione di quello che fino allo scorso anno potevamo definire il prequel di Star Trek si è conclusa con la recensione di Star Trek Discovery 3x13. Se dovessimo riassumere le impressioni maturate nel corso di questa cavalcata tra stelle e pianeti ambientata mille anni nel futuro rispetto agli eventi narrati nelle stagioni precedenti, ci ritroveremmo a descrivere una serie di parabole ascendenti e discendenti che si rincorrono; un ottovolante di eventi più o meno significativi che coinvolgono i nostri protagonisti e ne introducono altri in quello che sulla carta doveva rappresentare un nuovo inizio per lo show CBS All Access.

Quella che insomma doveva essere uno dei migliori stravolgimenti del franchise plasmato da Gene Roddenberry, con tutte le premesse per divenire la migliore stagione di Discovery, si è rivelato un prodotto più complicato del previsto, ma anche facilmente mistificabile. Perché, pur mostrando il fianco a diverse criticità, la serie che fu di Bryan Fuller non è pienamente riuscita nel tentativo di rinnovarsi e di innovare, gettando basi più solide per il futuro, a discapito di un lavoro di scrittura che avrebbe potuto puntare allo stesso fine con risultati ben differenti.

Tabula rasa

La terza tornata di episodi di Discovery portava con sé premesse interessanti in quel nuovo inizio dal quale tutto poteva essere plasmato a proprio piacimento rispetto alle dinamiche passate, per rendere l'iconico motto di Star Trek vero anche dal punto di vista dello storytelling e spingersi là, dove nessun'altra serie del franchise aveva osato arrivare. La caduta dell'angelo Michael Burnham, che aveva salvato il suo tempo gettandosi in un buco nero per riemergere nel trentaduesimo secolo, faceva ricorso ad un simbolismo che lasciava poco spazio all'immaginazione e prometteva una trasfigurazione dell'intero show, caricandolo di un'eccitante mancanza di sicurezze riguardo ad un futuro che si era improvvisamente fatto presente. Una tabula rasa che avrebbe dovuto comportare la costruzione di nuove dinamiche e mitologie, sfruttando lo sterminato canone di Star Trek e permettendoci di essere allo stesso livello dei protagonisti, con una conoscenza e consapevolezza in divenire, piena di incognite e di prospettive.

Una magia durata solo per un paio di puntate; il tempo di scoprire che l'astronave titolare dello show era giunta nel futuro con un anno di ritardo rispetto a Michael, la quale nel frattempo aveva accompagnato il nuovo amico Book nei suoi viaggi in veste di corriere novello, in una galassia frammentata da un'immane esplosione che un centinaio di anni prima aveva coinvolto tutte le navi a curvatura esistenti, privandole del prezioso dilitio necessario ai viaggi spaziali.

Uno scenario davvero intrigante da esplorare, sebbene sia condivisibile che questa parte del percorso di Burnham non fosse una priorità tra le vicende da approfondire in maniera capillare, per poter permettere alla narrazione di proseguire e alla Discovery di ricongiungersi con lei. Ma ridurre le potenzialità derivanti dalla scoperta di un nuovo universo ad un montaggio alternato di pochi secondi, francamente, ci è sembrato eccessivo.

Dal punto di vista della messinscena non abbiamo certo assistito ad un reset stilistico, ma ad un costante innalzamento degli stilemi produttivi, che ci hanno regalato momenti dal forte sapore cinematografico, non sempre riuscendo a mantenere lo stesso livello qualitativo, ma uscendone senza dubbio a testa alta in un trionfo di effetti speciali che sono riusciti in più di un'occasione a rafforzare il legame emotivo con il racconto.

Trovano conferma anche gli interpreti dei protagonisti di questa stagione: Doug Jones, Sonequa Martin-Green e Michelle Yeon riescono ancora una volta a dare spessore ai loro personaggi, mentre i nuovi arrivi purtroppo non riescono a ritagliarsi sufficiente spazio narrativo e diegetico per emergere completamente anche a livello recitativo.

Nuovi arrivi, addii e false partenze

Un nuovo inizio non poteva che portare con sé un rinnovamento del cast di questa terza stagione di Discovery. In pochi episodi si delineano infatti gli archi narrativi di coloro che ci accompagneranno alla ricerca della causa del Grande Fuoco, mentre incombe la minaccia di Osyraa e della Catena Smeraldo, ma di questo parleremo a breve. Anche per quanto concerne quest'aspetto, ci troviamo di fronte a buone potenzialità non pienamente sfruttate dagli sceneggiatori o, per meglio dire, gestite maldestramente. Basti pensare a Book, il guardiano della soglia di questo nuovo universo per Burnham, colui che introduce la nostra protagonista ad un futuro più cupo di quanto quest'ultima potesse immaginare. Un personaggio votato all'azione, scaltro per natura e per necessità, visti i rischi e le responsabilità che comporta essere un corriere spaziale nel trentaduesimo secolo. Sta di fatto che, oltre ad un'introduzione al cardiopalma, un episodio a lui dedicato e il finale tripartito, l'evoluzione di Book da mercenario a fiducioso sostenitore della Federazione rimane molto sottotraccia, con veri e propri frangenti nei quali si sente il peso della sua assenza, perché vorremmo saperne di più, viverlo al meglio, ma questo ci viene in parte negato a favore di un'ovvia storyline amorosa con Michael.

Non aiuta, ma comunque affascina, il risvolto da deus ex machina presente nel finale di stagione, ma la sua è solo la prima di una serie di false partenze che costellano la terza stagione di Discovery.

Adira è un altro caso emblematico di potenziale in divenire. Oltre ad essere il primo personaggio binario dell'universo di Star Trek, è anche custode del simbionte Trill che ha ereditato dal compagno Gray, prima che quest'ultimo morisse in un incidente spaziale e deve imparare a gestire la sua nuova natura. Anche il conflitto di Gray rimanere sospeso fino alla fine, accennato a spizzichi e bocconi in maniera alquanto irritante, ma mai affrontato abbastanza di petto.

Ennesimo cluster narrativo che si concretizza in un episodio monografico, per poi rimanere una presenza di contorno fino al fortuito intervento che permette ad Adira di salvare Culber e Saru sul pianeta radioattivo di Su'Kal, sebbene il futuro possa riservare anche per loro delle sorprese. A mediare la situazione interviene il legame instaurato con Stamets e Hugh a costruire un ponte empatico con lo spettatore.

Oltre a queste nuove aggiunte non possiamo esimerci dal segnalare l'emergere più deciso rispetto al passato del cast di supporto. Tilly, la cui forza caratteriale era per ora emersa solo nella realtà alternativa dell'universo specchio, riesce a ritagliarsi modesti ma significativi frangenti nei quali sviluppa le sue qualità di leader in erba, alimentando la fiducia in se stessa e generandone a sua volta nell'equipaggio.

Anche il medico Hugh Culber trova la propria ragion d'essere nel salto temporale, decidendo di dedicarsi completamente all'equipaggio del quale fa parte e cercando di essere un sostegno sincero nei momenti di maggior fragilità. Ciò rafforza anche il rapporto con Stamets e con Adira, i cui frutti sono riconoscibili nella già citata trilogia di episodi che compone il finale di stagione.

Il caro Saru si trova invece a fronteggiare l'incombenza del comando, comprendendo che il ruolo di capitano deve necessariamente comportare una mediazione tra i doveri del proprio equipaggio e i bisogni dei singoli, oltre alla necessità di coesione e condivisione interpersonale, soprattutto alla luce di quello che si prefigura essere fin da subito un trauma esplorato in maniera forse troppo superficiale; ovvero la crisi d'identità generata dall'abbandono del presente e con esso di tutti gli affetti più cari. In questa terza stagione c'è spazio anche per un accadimento più unico che raro nel canone di Star Trek; il mondo simulato di Su'Kal ci permette infatti di godere della recitazione di Doug Jones scevra da qualsivoglia apparato prostetico, restituendoci un Saru in purezza, libero di esprimersi attraverso il repertorio espressivo del proprio interprete, che ci regala così un delizioso cameo.

Non solo nuovi arrivi e ritorni; in Discovery 3 ci siamo anche congedati da alcuni importanti personaggi del franchise. Dopo aver lasciato Spock nel presente della seconda stagione abbiamo qui modo di ricordarlo attraverso l'opera di riappacificazione tra Romulani e Vulcaniani compiuta dalla sorella, Michael, rendendo così onore ad un percorso che affonda le radici in The Next Generation e ci regala persino un ologramma di Leonard Nimoy.

In questa stagione abbiamo dovuto dire addio anche il personaggio di Philippa Georgiou o, per lo meno, alla sua incarnazione appartenente all'Universo Specchio. Dopo un ciclo di episodi che ha visto il personaggio interpretato da Michelle Yeon arenarsi in un'eccessiva e monotona riduzione ai minimi termini del suo personaggio, il doppio episodio "Terra Firma" ci ha portati a rivivere i momenti cruciali dell'impero di Philippa, rivelando così i cambiamenti avvenuti in lei a bordo della Discovery, seminando un'uscita di scena che porterà la Yeon direttamente verso lo spin-off dedicato alla Sezione 31 e lasciandoci con un congedo ossimorico da parte dell'equipaggio del vascello scientifico della Federazione.

La minaccia fantasma

Una delle criticità più importanti di questa terza stagione di Discovery riguarda la componente antagonista della vicenda. La minaccia di Osyraa citata e disseminata nell'arco degli episodi avrebbe dovuto prepararci a conflitti memorabili - ricordiamo quando ha dato in pasto ad un verme spaziale il nipote che gestiva il campo di lavoro dal quale era scappato Book. Rimaneva un alone di mistero e tensione riguardo gli obiettivi della Catena Smeraldo, con possibili giochi di potere e ritorsioni nei confronti di una Federazione che dopo il Grande Fuoco si era gradualmente isolata. Un piano confermato dall'utilizzo della Discovery come cavallo di Troia alla volta del quartier generale della Federazione stessa. Una scelta che, pur non brillando per originalità, presupponeva uno showdown ben differente dal tavolo dei negoziati al quale abbiamo assistito per un intero episodio, nel quale Osyraa di colpo rischiava di prefigurarsi come il futuro dell'organizzazione che mille anni prima univa la galassia, senza conflitti di sorta, interni od esterni.

Ci aspettavamo anche un risvolto molto più cupo o per lo meno chiaroscurale da parte di quella Federazione alla deriva, che avrebbe potuto addirittura subire una svolta negativa, ribaltando le sorti della nave a spore capitanata da Saru. Lo stesso modo con cui ci era stato presentato Vance, l'ufficiale a capo dell'organizzazione, non garantiva la totale limpidezza dei suoi intenti. Una penuria di conflitti, insomma, che nel quadro complessivo di qualsiasi narrazione rappresentano il carburante necessario alla progressione degli eventi e all'innalzamento della posta in gioco.

Per gli stessi motivi la disfatta di Osyraa viene vissuta in maniera impersonale, non essendo state fornite le materie prime narrative necessarie. Il finale di stagione sotto questo aspetto si riduce così a sequenze d'azione che non sfociano in una vera ed agognata catarsi, lasciandoci tutto sommato indifferenti nei confronti dell'inevitabile vittoria di Michael. Una Michael Burnham che riesce a riscattarsi da un simile destino solo - guarda caso - generando a sua volta un conflitto con Stamets, che la vede giocare con le sorti di Culber e Adira pur di non consegnare nelle mani del nemico l'unico ufficiale in grado di utilizzare il motore a spore.

Anti-Climax

Il vero problema di Discovery 3, che sfocia in gran parte dei ragionamenti affrontati finora, risiede nella sua struttura narrativa che tende costantemente a disattendere i climax della linea orizzontale, puntando soprattutto su micro narrazioni verticali che hanno per lo più valore introduttivo, prezioso per una semina e raccolta in un arco temporale multi stagionale, ma i cui effetti risultano frustranti sul breve termine, dando l'impressione di una frammentazione interna che in realtà si sposa con il carattere di prologo che questa stagione sembra assumere in vista degli eventi futuri. Per quanto Discovery 3 possa essere percepita come poco coesa nel suo costrutto narrativo, è importante allontanarsi da ogni tipo di generalizzazione e vedere il quadro più ampio all'interno del quale interagiscono le dinamiche instaurate dagli sceneggiatori nel corso degli episodi, senza per forze di cose incorrere in apologie, ma limitandosi ad un'oggettiva analisi di ciò che questa stagione rappresenta nel quadro generale del franchise.

Insieme a Picard, Discovery ha infatti deciso di portare coraggiosamente avanti l'eredità di Star Trek verso territori inesplorati. Il salto da prequel della serie classica ad araldo di una nuova era dell'esplorazione spaziale dovrebbe avere un valore molto importante per i fan dell'universo creato da Gene Roddenberry e questo dovrebbe in parte riscattare la serie dal non aver pienamente mantenuto le proprie premesse. Perché in fondo Discovery poggia saldamente su quell'asse tematico/valoriale che soggiace da decenni nel franchise; quella professione di fede nell'unione nella diversità, nella coesione e nella comunanza d'intenti, per una vita lunga e prospera.

In ultima istanza il merito della writing room è stato di portare sui nostri schermi questa nuova galassia frammentata nella quale poter ricontestualizzare l'intero canone di Star Trek alla luce del millennio trascorso. Un'operazione di certo non indifferente, che in parte ha già dato i propri frutti proprio nella parentesi vulcaniana alla quale abbiamo accennato nei paragrafi precedenti. Piccoli tasselli di quello che potrebbe essere il mosaico di un'ormai certa quarta stagione. Un ricorso al fan service che finora ha saputo soddisfare senza cadere in pretestuosi circoli viziosi, regalando nostalgiche citazioni e scomodando dogmi e assiomi della mitologia trekker per unire i puntini di un universo tanto diviso quanto mai così unito.

Star Trek Discovery - Stagione 3 La terza stagione di Discovery punta a fare tabula rasa rispetto alle stagioni precedenti. Un'occasione ghiotta per spingere la serie creata da Byan Fuller là dove nessuno aveva osato andare prima, ma che s'impaluda in una struttura che fa dell'anti-climax il suo fine ultimo, oltre a privilegiare linee verticali che dovrebbero trovare riscontri più concreti nella narrazione orizzontale, che risultano purtroppo frammentate e poco coese. Tra nuovi arrivi, illustri congedi e misteri da esplorare, ciò che emerge è il cuore tematico e valoriale di Star Trek, in linea con i problemi che affligono anche la nostra contemporaneità e che trovano nel concetto di coesione e comunanza d'intenti la vera forza propulsiva dello show. Il risultato va considerato, a questo punto, in un'ottica più grande, che prefigura Discovery 3 come il prologo di una quarta stagione che dovrebbe affondare le radici nel futuro introdotto da questi tredici episodi, per esplorare quella galassia frammentata che abbiamo appena iniziato a conoscere.

7