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Star Trek Discovery 3x13 Recensione: la fine è solo l'inizio

Il finale della terza stagione di Discovery segna il futuro della Federazione e ci apre ad un'intera galassia.

recensione Star Trek Discovery 3x13 Recensione: la fine è solo l'inizio
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Dopo tanto peregrinare in questa frammentata galassia del trentaduesimo secolo, siamo finalmente giunti al finale di stagione di Star Trek Discovery. Abbiamo già avuto modo di descrivere il carattere altalenante della narrazione alla quale abbiamo assistito per tredici episodi. Il compito degli sceneggiatori non era certo facile; i nuovi inizi necessitano sempre di un lento rodaggio per arrivare a regime. Il problema è che Discovery è arrivata a raggiungere pieno ritmo - con tutti i problemi del caso - solo nella triade finale di puntate.

Quest'ultimo episodio chiude di fatto l'arco narrativo iniziato in Su'Kal - a tal proposito vi invitiamo a recuperare la nostra recensione di star Trek Discovery 3x11 - per ampliare gli orizzonti della rinnovata Federazione e riconnettere quella galassia divisa che abbiamo imparato a conoscere nel corso di questa stagione. Un finale che non grida al capolavoro, ma che riesce a veicolare in qualche modo tutte le linee narrative esplorate nel corso dei precedenti episodi, lasciandoci pieni di aspettative e fiducia nel futuro del franchise.

Duri a morire

Nella nostra recensione di Star Trek Discovery 3x12 avevamo scoperto quanto la nostra protagonista Michael Burnham fosse riuscita nel corso dell'episodio a vestire i panni di una vera e propria John McLane al femminile. Il suo farsi strada attraverso i condotti di aerazione della Discovery a suon di legnate e frasi ad effetto aveva galvanizzato l'equipaggio, ma lasciato anche qualche perplessità sulla reale necessità di una simile svolta. Il finale di stagione non sembra fare tesoro di queste considerazioni e, anzi, decide di alzare ancor di più la posta in palio e la scala dell'azione, lanciando Michael e Book in inseguimenti mozzafiato a bordo di ascensori che attraversano l'inedito cuore dell'astronave titolare dello show, oltre a regalarci perle non certo memorabili nella scrittura dei dialoghi, degne più di un action patinato che di un episodio di Star Trek. Nonostante tutto, la soddisfazione in questi casi sta tutta nel vedere la disfatta del nemico, direte.

In un mondo ideale sì ma, come ricordavamo già negli articoli precedenti, la controparte antagonista è stata una delle linee narrative più bistrattate dell'intera stagione; quindi, non sorprende che lo showdown tra Michael ed Osyraa non garantisca allo spettatore quell'appagamento così vanamente ricercato. E per buoni motivi, dettati in sostanza da un insufficiente sviluppo in fase di sceneggiatura che ha generato indifferenza nei confronti del villain di turno, dando per scontata la vittoria della protagonista dura a morire, per non citare le dinamiche a tratti ridicole che le garantiscono il risultato.

Dopo lo scorso episodio avevamo infatti perso la speranza nei confronti di una resa dei conti minimante strutturata che riuscisse a far leva su un conflitto articolato all'ultimo minuto e che andasse al di là di una mera legittimazione di potere ottenuta in un duello a suon di contratti e diffidenze di stampo burocratico. Da questo punto di vista non abbiamo nemmeno potuto avere una rivincita per il povero Aurellio, giusto per parlare di archi narrativi sedotti ed abbandonati o dribblati con troppa spavalderia.

Meno male che Discovery in questi anni, e in particolare in questa stagione, sia riuscita nel far emergere anche i suoi personaggi secondari, perché sono dedicate proprio a loro alcuni dei momenti migliori di quest'episodio. A cominciare da Tilly e compagni - lasciando perdere la goffa parentesi della Sfera reincarnata nei bot -, con il loro spirito di sacrificio che li spinge a condividere l'ossigeno dopo il taglio del supporto vitale da parte di Osyraa. Sebbene non tutti questi personaggi godano dello stesso sviluppo in termini di scrittura, rimane comunque interessante assistere all'evolversi di queste dinamiche. Menzione speciale per Book, che riscatta in parte tutte le sue mancate evoluzioni, pur rischiando in maniera troppo propizia di rubare la scena a Stamets.

La caverna di Platone

La parte più emozionale di questo finale risiede però nella ripresa della linea narrativa dedicata a Su'Kal, il kelpiano che ha vissuto l'ultimo secolo - e, in definitiva, dal giorno della sua nascita - all'interno di una simulazione che lo preparasse all'arrivo della Federazione e gli fornisse le basi del vivere civile, dopo che l'astronave capitanata dalla madre era rimasta intrappolata su un pianeta all'interno di una nebulosa in balia delle radiazioni, condannando l'intero equipaggio alla morte e sviluppando in Su'Kal un'innata resistenza radioattiva. Una sorta di caverna di Platone, all'interno della quale al posto delle ombre proiettate sulle pareti, Su'Kal ha vissuto l'intera vita con ologrammi programmati al solo scopo di istruirlo e prepararlo sotto tutti gli aspetti. Una soluzione che avrebbe però dovuto essere temporanea, in vista dell'imminente arrivo della Federazione e delle sue navi a curvatura, una volta intercettato il segnale lanciato dalla madre.

Le cose non sono andate esattamente così, in quanto abbiamo scoperto che proprio Su'Kal è stato la causa di quel Grande Fuoco sul quale Burham indaga da un'intera stagione; una conseguenza di un processo che aggiunge ulteriori strati di opinabili spiegazioni fantascientifiche per giustificare il fatto che la disperazione di un bambino kelpiano sia in qualche modo riuscita a tradursi in un'onda d'urto in grado di distruggere tutte le navi a curvatura della galassia, compromettendo così ogni possibilità di salvataggio fino al fortuito arrivo del motore a spore della Discovery nel futuro.

Non certo la spiegazione che tutti ci aspettavamo; niente complotti, piani di conquista o vendette shakespeariane. Eppure, la vicenda di Su'Kal è perfettamente in linea con il fil rougue tematico di questa terza stagione: l'importanza dei contatti umani e della connessione tra individui. Ed è proprio questo che ci offre il montaggio alternato di questo season finale; una classica missione à la Star Trek dove in gioco ci sono sistemi valoriali profondi.

Se pensate che questa sia un'esagerazione, una semplificazione o addirittura una giustificazione, vi basti considerare la citazione di Roddenberry posta a chiosa dell'episodio che esprime lo stesso concetto e fa a posteriori un po' di ordine all'interno della confusa gestione della narrazione di questa terza tornata di episodi.

L'intervento salvifico di Saru e di Hugh si fonda tutto su questo concetto ed è sempre piacere vedere quanto Doug Jones riesca ad eliminare il confine tra l'interpretazione prostetica del capitano kelpiano della Discovery e la sua proiezione umana sul pianeta di Su'Kal, che altro non è che un'occasione unica per lui di mostrarsi in purezza al pubblico che da anni ama il suo personaggio e dimostrare quanto la bravura di un attore e la buona riuscita di un simile ruolo dipendano sempre dalla preparazione, dalla professionalità e dalla passione con le quali si vive un ruolo.

Un grande riscatto anche per Hugh, che in questi tredici episodi è riuscito ad emergere in maniera più organica, inquadrando meglio il suo scopo e il suo ruolo dopo l'arrivo nel trentaduesimo secolo. Una vittoria parziale anche per Adira, per il rapporto nato e rafforzatosi tra Stamets e lo stesso Hugh, che ha permesso loro di ritrovarsi anche nell'emergenza radioattiva. Anche Gray, la proiezione simbiotica del defunto compagno di Adira, ha modo di rivivere nella simulazione di Su'Kal e di interagire con gli altri membri della squadra di salvataggio, giocando un ruolo ben definito e lanciando una prospettiva di riscatto dalla sua condizione extracorporea che potrebbe germogliare nel corso della prossima stagione.

In definitiva questo finale riesce comunque a non deludere e inquadra questa terza reiterazione di Discovery come l'inizio di un nuovo arco narrativo dal quale sviluppare tutte quelle premesse che tanto ci avevano affascinato nel cambio di rotta iniziale. Il prequel di Star Trek ha scelto la via più lunga e rischiosa, creando un po' di confusione lungo la strada e facendo leva su elementi non sempre entusiasmanti, ma è innegabile che i personaggi e i temi introdotti in queste puntate possano essere il preambolo di una narrazione più organica, sebbene tardiva.

Star Trek Discovery - Stagione 3 Il gran finale di Discovery 3 chiude il cerchio di una narrazione troppo stratificata su elementi narrativi di dubbia solidità, ma tiene fede al valore tematico sviluppato nel corso dell'intera stagione e questo è già di per sé un risultato. Tra antagonisti non all'altezza e situazioni al limite, Burnham e soci sono comunque riusciti a regalarci più di un'emozione. Il carattere action dell'episodio sovrasta e satura in certi frangenti con risultati non sempre appaganti o verosimili, ma assistiamo ad una discreta rivincita per il cast secondario, con premesse interessanti che potrebbero sbocciare nella quarta tornata di episodi. La vicenda di Su'Kal si chiude incoronando il personaggio di Saru e racchiudendo di fatto la parte emozionale dell'episodio in maniera gratificante.