Stateless Recensione: la serie Netflix di Cate Blanchett sui migranti

Siamo davvero sicuri di conoscere a fondo le varie dinamiche che avvengono all'intero di un centro di detenzione per migranti?

recensione Stateless Recensione: la serie Netflix di Cate Blanchett sui migranti
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Alle volte temi spinosi (quanto attualissimi) come quelli legati all'immigrazione o alla crisi economica sono stati spesso ignorati o gestiti in maniera esageratamente retorica dalle opere d'intrattenimento. Fortunatamente però, con Stateless, la nuova serie drammatica con Cate Blanchett nel ruolo di creatrice regista e attrice, si è deciso di costruire un racconto basato su fatti reali in grado di trattare l'argomento in modo tutt'altro che superficiale. Di seguito analizzeremo quindi i sei episodi della miniserie che rappresenta una delle novità Netflix di luglio, per capirne insieme sia i punti di forza che di debolezza.

Tutto può cambiare

Prendendo spunto da un caso di cronaca reale, Stateless pone lo spettatore all'interno di un centro di accoglienza per immigrati situato nel deserto australiano dove le vite di quattro personaggi sconosciuti si scontrano inevitabilmente tra loro, generando numerose situazioni dal forte impatto emotivo. L'opera, di natura corale, non decide quindi di focalizzarsi su un singolo protagonista, mostrandoci invece una pluralità di persone dotate ognuna della propria specifica identità. Da questo punto di vista, possiamo considerare la caratterizzazione dei personaggi come uno dei maggiori punti di forza del prodotto, grazie soprattutto alla grande prova attoriale dei numerosi interpreti coinvolti, a cominciare dalla hostess Sofie (interpretata da Yvonne Strahovski) costretta a fuggire dalla propria città per via dei traumi subiti da una setta di sedicenti guru dediti all'automiglioramento sia fisico che spirituale.

Il serial, oltre a mostrare le difficili (per non dire talvolta disumane) condizioni in cui versano i migranti all'interno del centro di detenzione, vuole concentrarsi anche sull'interiorità dei protagonisti, rendendoci partecipi dei loro dubbi così come dei loro traumi più profondi, focalizzandosi su personaggi di etnie, culture e sensibilità differenti. Molta buona anche la caratterizzazione introspettiva del padre di famiglia Ameer, intenzionato più che mai a dare un futuro dignitoso a sua moglie e alle sue due figlie, ma purtroppo colpito da una terribile tragedia che lo porterà, come tutti i rifugiati presenti nel campo, a lottare prima di tutto contro i suoi demoni interiori. In seguito faremo anche la conoscenza di Cam (Jai Courtney), una guardia benevola che via via verrà però trascinata nella spirale di violenza del campo e di Clare (Asher Keddie), funzionaria governativa intenzionata a non far esplodere casi mediatici potenzialmente distruttivi.

La serie, nonostante un ritmo lento, riesce da subito ad appassionare lo spettatore, che si ritroverà spesso a empatizzare con tutti i personaggi coinvolti. Particolarmente toccante la storia di Sofie che, per via di una debolezza psicologica, indotta anche dall'oppressione dei propri familiari, prova a trovare rifugio in una setta (dove troviamo Cate Blanchett nel ruolo di pseudo antagonista), così come quella di Ameer, rimasto letteralmente senza risorse dopo essere incappato nella truffa di uno scafista e costretto per cause di forza maggiore a distaccarsi dalla sua famiglia.

In un attimo quindi, le vite dei personaggi di Stateless sembrano cambiare drasticamente, mettendo lo stesso spettatore in guardia riguardo il fatto che la vita di qualsiasi persona, in realtà, anche solo per via di un evento infinitesimale, potrebbe cambiare da un momento all'altro. L'opera mette così in scena senza retorica la quotidianità all'interno di un centro per immigrati, mostrandoci anche le numerose storture presenti al suo interno, quali la depersonalizzazione degli individui - ai quali spesso non vengono riconosciuti i diritti civili basilari - e, in alcuni casi, anche l'uso di violenza indiscriminata.

Non siamo tutti uguali

Nonostante una buona struttura generale, la serie perde di mordente soprattutto nella parte centrale; gli episodi, infatti, se visti in sequenza uno dopo l'altro, potrebbero portare più di uno spettatore ad annoiarsi leggermente, soprattutto per via di determinate dinamiche che si ripetono senza però essere sviscerate a fondo. Ad esempio, per spezzare un po' la monotonia degli eventi, si sarebbe potuto puntare maggiormente su alcuni flashback riguardanti Sofie e la setta, visto che comunque il passato della protagonista è un elemento molto importante all'interno delle vicende, o incentrati su Cam all'interno del suo contesto familiare.

Il volere invece concentrarsi moltissimo sui momenti all'interno del campo di detenzione, ha inevitabilmente portato ad un appesantimento narrativo, soprattutto a livello di varietà di situazioni proposte. Ben implementati comunque i momenti di protesta a opera di numerosi attivisti; particolare capace di fornire uno spaccato il più possibile reale, fatto di scontri e tensioni per provare a sensibilizzare gli spettatori stessi sugli argomenti toccati.

A più riprese viene fatto notare come spesso le persone all'interno del centro siano identificate solo tramite un codice numerico, segno in realtà della poca considerazione che alcune delle guardie - e gli stessi funzionari - hanno di loro. Il centro si trasforma così in una vera e propria terra di nessuno, una sorta di limbo impersonale dal quale numerose anime in pena cercano disperatamente di uscire - sia tramite vie legali che non -, per provare a ricominciare la propria vita fin lì a tratti negata.

Stateless - Stagione 1 Stateless risulta in linea generale una buona serie, capace di mostrare la realtà dei centri di detenzione senza alcun tipo di retorica, provando a sensibilizzare il grande pubblico su un argomento che spesso si tende ad approfondire poco. Peccato solo per il ritmo degli eventi sicuramente non eccelso, che purtroppo porterà più di qualche spettatore ad annoiarsi precocemente nonostante il notevole livello di qualità raggiunto dal serial.

7.5