Netflix

Storia di un crimine: recensione della nuova docuserie crime su Netflix

Storia di un crimine: la ricerca, ci porta all'interno di un caso di cronaca nera pieno di incongruenze rimaste ancora oggi insolute.

recensione Storia di un crimine: recensione della nuova docuserie crime su Netflix
Articolo a cura di

Spesso, purtroppo, i casi di cronaca nera si trasformano in un qualcosa di diverso, arrivando ad assumere la valenza di un macabro show mediatico in cui il fatto in sé perde d'importanza, a favore di una spettacolarizzazione dello stesso, similmente a quanto avete già letto nella nostra recensione di Processi Mediatici. Con Storia di un crimine: la ricerca, la nuova serie docu-crime disponibile su Netflix questo mese, composta da sei episodi, si è cercato di dare risalto a uno specifico fatto di cronaca, concentrandosi proprio sul potere dei mass media e su tutti i problemi che possono scaturire da una gestione delle prove assolutamente inefficiente.

Una bambina è scomparsa

La serie presenta allo spettatore il caso della bambina di quattro anni Paulette Gebara Farah, scomparsa misteriosamente nel 2010 a Città del Messico.
Fin dai primi minuti l'opera decide di non puntare sul sensazionalismo o su di un lato smaccatamente crime, scegliendo saggiamente di mostrarci da subito il tragico epilogo del caso. Mettendo quindi in chiaro la sorte toccata alla bambina (ritrovata deceduta nove giorni dopo nel suo letto, incastrata in uno spazio ristretto alla base dello stesso), la serie inizia a sviscerare i numerosi punti oscuri della vicenda, mostrando, episodio dopo episodio, le numerose storture che hanno contraddistinto l'intera indagine con a capo il procuratore Alberto Bazbaz.

Seppur in corso d'opera non manchino numerosi inserti molto più vicini alla fiction che al documentario, si percepisce a livello generale la voglia da parte degli autori di mettere in luce quanto di più marcio e becero si possa nascondere tanto nelle istituzioni quanto nei mass media, in determinate circostanze. Nonostante tutti gli episodi siano fitti di dialoghi e scene statiche - richiamando per certi versi l'impostazione narrativa di opere come Mindhunter -, non si ha mai l'impressione di trovarsi davanti ad un prodotto noioso, proprio in funzione della disamina a tratti lucida che viene fatta del del caso, archiviato in seguito come un semplice incidente e quindi senza alcun tipo di colpevole.

La famiglia protagonista, comunque, fin dal principio sembra avere qualcosa da nascondere, particolare che viene ribadito anche nel momento in cui lo stesso vice procuratore Castillo si attiva per occultare prove importanti, per non far venire la verità a galla. Lo stesso ritrovamento del corpo della bambina, rimesso sotto gli occhi di tutti non si sa da chi, è solo uno dei tanti elementi che non tornano nell'indagine.

Buono il livello di caratterizzazione dei personaggi, anche se in alcuni frangenti si sarebbe forse potuto fare di più, seppur un maggior approfondimento psicologico - tanto dei protagonisti che dei comprimari - avrebbe potuto distrarre eccessivamente gli spettatori dai temi centrali dell'opera. Bazbaz viene dipinto come un individuo spesso incompetente, incapace di gestire al meglio le indagini, lasciandosi mettere i piedi in testa da chiunque.

L'opera punta parecchio anche sulla sua goffaggine, mostrandoci il procuratore come un individuo dalla personalità debole, nel lavoro e nel privato, seppur intenzionato - almeno in un primo momento - a scoprire la verità sul caso. Dall'altra parte abbiamo invece il vice Castillo, che assume fondamentalmente il ruolo di villain all'interno delle vicende, uomo intenzionato a non far emergere la verità con ogni mezzo a sua disposizione, in un continuo susseguirsi di occultamenti di prove, intimidazioni di vario livello e menzogne.

Inganni e potere

Seppur sia quindi presente anche una sorta di duello in stile crime movie all'interno dell'opera, nel corso dei vari episodi ci si concentra molto sulla rilevanza mediatica del caso e sul modo in cui lo stesso è stato trattato. Le numerose sequenze con protagonista Carolina, una giornalista intenzionata a fare luce su un caso palesemente truccato, ci mostrano in realtà un mondo televisivo concentrato nell'unico intento di fare audience in maniera morbosa. Emblematici da questo punto di vista i vari momenti nei quali la giornalista si scontra con il proprio capo riguardo quello che sia giusto dire, in una continua lotta tra verità e semplice clamore mediatico.

Il concetto di crimine viene quindi in un certo senso depotenziato a favore dello spettacolo nudo e crudo, con numerosi personaggi che, proprio durante gli episodi, parlano del fatto quasi come se si trattasse di una telenovela piuttosto che di un drammatico caso di cronaca. Allo stesso modo, l'intero sistema politico del Messico viene messo sotto accusa, mostrandoci quanto possa essere determinante in specifici contesti l'aiuto - o la volontà - anche dai piani alti di chiudere in fretta un caso che, fondamentalmente, è rimasto insoluto.

Per quanto riguarda gli aspetti stilistici della serie, pur sicuramente non contando su un alto budget complessivo - siamo lontani dalla qualità visiva di opere crime quali ad esempio Narcos o il già citato Mindhunter - Storia di un crimine: la ricerca riesce comunque a difendersi bene, soprattutto per merito di attori credibili, in grado di regalare allo spettatore un buon grado di immedesimazione riguardo le vicende mostrate. Funzionale anche la scelta di mostrarci, a serie finita, la sorte toccata a molti dei personaggi protagonisti, dispiegando in definitiva un caso di cronaca nera ancora pieno di punti oscuri e incongruenze che, molto probabilmente, rimarranno tali per sempre.

Storia di un crimine Storia di un crimine: la ricerca risulta una serie godibile, in grado di non trasformarsi in un grande tritacarne mediatico - dato che è proprio questo uno degli aspetti che l'opera critica -, cercando invece di ricostruire le vicende di un caso pieno di punti oscuri. Buono il comparto tecnico, seppur incapace di eccellere sotto diversi aspetti.

7.5