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Stranger Things 2, la recensione: c'è ancora del marcio a Hawkins

Tutto è più grande nella seconda stagione dell'amata serie Netflix dei Duffer Brothers, ma la magia degli inizi lascia più spazio alla sviluppo narrativo.

recensione Stranger Things 2, la recensione: c'è ancora del marcio a Hawkins
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Si fa presto a dire nostalgia canaglia. Specie le generazioni cresciute negli anni '80 lo urlarono infatti a gran voce con la prima straordinaria stagione di Stranger Things dei Duffer Brothers, un progetto venuto su senza neanche chissà quale pubblicizzazione da parte di Netflix e che affondava le sue radici proprio negli anni di D&D e Dragon's Lair e dell'ascesa della musica synth-pop. Il font alla Stephen King e quel mood da avventura giovane in stile Goonies face poi il resto, regalandoci forse la prima, vera e grande serie cult dopo Il Trono di Spade, differente sia in termini produttivi che qualitativi, ma sicuramente una macchina in grado di macinare milioni e richiamare attorno a sé importanti fette di pubblico. Non solo i nostalgici, quindi, ma anche le new generation e svariate file di appassionati che hanno trovato in Stranger Things un modo di intendere l'horror-adventure in termini citazionisti e identitari come "un'avanguardia che fa da guardia alla retrovia", per citare anche l'ultimo pezzo di Jovanotti, cioè un prodotto capace di proteggere e integrare il passato guardando con ricercatezza al futuro. Ed è proprio qui che risiede il fascino principale della serie, che proseguendo nella sua più grande e più complessa seconda stagione è riuscita a evolvere in un progetto con una sua solidissima identità stilistica, forse meno in equilibrio tra conservatorismo e innovazione e con una piccola perdita in quanto a magia.

Sopra è sotto

Per seguire costantemente la crescita degli ancora piccoli protagonisti (di media 13 anni) e anche per esigenze narrative, i creatori della serie hanno deciso di non riprendere le fila della storia di Mike e compagni da dove si era interrotta, introducendo un salto temporale di un anno. Scelta oculata, a ben vedere, essendo questa seconda stagione differente in termini strutturali dalla prima. I Duffer volevano fare in modo di creare un grande universo nel quale muoversi, analizzando sulla lunga distanza le conseguenze della scomparsa di Undici e dell'uccisione del Demogorgone tramite dei flashback. C'era, sostanzialmente, necessità di ingrandire il piccolo mondo di Hawkins, senza uscire dai suoi confini ma riempiendolo con nuovi personaggi e situazioni differenti. Il pericolo principale di una formula che funziona è infatti la reiterazione fino alla sfinimento, di cui un grande esempio è probabilmente The Walking Dead. Ecco, prevenendo questa possibilità e aggirandola brillantemente, Stranger Things ha rimescolato le carte in gioco, strutturando la seconda stagione in modo completamente diverso dalla prima. Innanzitutto non c'è, di fondo, il mistero della scomparsa, perno centrale degli episodi dello scorso anno, con Will Byers intrappolato nel Sottosopra e Mike, Undici, Dustin e Lucas alla disperata ricerca dall'amico. E non c'è neanche il problema degli scienziati cattivi, perché quella fase è ormai stata superata. Essenziale era quindi analizzare conseguenze e relazioni dei protagonisti prima di continuare una storia che terminava con un Will ritornato ma strano, per così dire. Dando allora tempo ai personaggi di interiorizzare gli eventi e andare avanti, i Duffer hanno fatto in modo di costruire un contesto differente, nuovo, nel quale farli agire, ed è un qualcosa di effettivamente percepibile.

Almeno nei primi episodi si avverte un senso di pace che mancava lo scorso anno, nonostante poi ci siano elementi di stress già molto forti, come ad esempio la salute di Will, comunque fattore conosciuto dagli amici e dalla madre, Joyce, che tentano di proteggere l'amico e il figlio dall'oscurità nella quale è ancora immerso. Il piccolo protagonista sembra soffrire di quello che i medici definiscono "disturbo Post-traumatico", ma sappiamo tutti benissimo che non sarà mai questa la verità. In fondo quante persone con un PTSD vomitano lumache viscide dalla bocca ed entrano a intermittenza in una dimensione alternativa? E questa è infatti l'altra grande novità della serie: non c'è più distinzione tra Up and Down, perché il Sopra è il sotto, almeno per Will, e tutto sembra dover collidere, accrescendo ovviamente i pericoli che i nostri piccoli eroi dovranno affrontare.

Bulli e pupe

Nonostante poi Stranger Things si stia adesso muovendo su binari più adatti, meno volti al citazionismo spicciolo (inteso come semplice, non mal visto) e all'effetto nostalgia, a mancare è forse un po' la poesia e l'effetto sorpresa della prima stagione, che come dicevamo fu una scoperta per tutti. Non che poi non si avverta una magia di fondo per come vengano dipinti quegli anni indimenticabili, specie culturalmente, ma è quel fastidioso effetto di non-novità a disturbare propriamente le onde di un amore che resta ugualmente incondizionato. Sì perché, il coraggio di tirare fuori grinta e personalità va totalmente riconosciuto alla serie, che prendendosi anche qualche rischio ha saputo valorizzare ogni suo aspetto positivo, smarcando coscienziosamente un'autoreferenzialità che poteva guastare lo sviluppo di storia e personaggi.

E a proposito di Undici e amici, resta ancora impressionante il costante cambiamento fisico che impone l'adolescenza. Su Millie Bobby Brown è praticamente inutile discutere, confermandosi attraverso un'interpretazione incredibile per la sua età. Stesso discorso per Finn Wolfhard, visto quest'anno già nell'ottimo IT di Andy Muschietti e adesso elevatosi anche in altezza, un talento raffinato e adorato dalle folle. Sorpresa invece per un immenso Noah Schnapp, che nei panni di Will regala un'interpretazione emotivamente distruttiva e davvero importante. Il comic rilief è sempre affidato al grande Dustin di Gaten Matarrazzo, che accompagnato adesso in un bromance meraviglioso da Steve (Joe Keery) regala alcune delle più belle soddisfazioni della serie. Eppure, come dicevamo, Stranger Things 2 amplia i suoi orizzonti e il suo parterre di interpreti, introducendo 4 nuovi personaggi, tutti ben caratterizzati, chi più chi meno. Partiamo dal sensibile, positivissimo e intelligente Bob Newby, nuova fiamma di Joyce interpretato da Sean Austin, che rientra in età avanzata ma comunque a gamba tesissima e col sorriso nella young-adventure dopo Goonies, di cui era il protagonista. E il suo Bob è sicuramente la migliore delle new-entry, ma non staremo a spiegarvi qui il perché per evitarvi spoiler. Sicuramente, e questo possiamo dirlo, è il più importante nello sviluppo della trama. A seguire troviamo Maxine e Billy, fratellastri. La prima è un maschiaccio tutta skateboard e videgiochi, la "pupa" della quale si innamorerà uno dei membri del gruppo, mentre il secondo è un bulletto di periferia dal look molto metrosessuale (un po' tipico degli anni) che non tarderà a incontrare volutamente odio e dissenso da parte del pubblico. Forse sono più abbozzati rispetto a Bob, ma vedrete che già nella prossima stagione avranno più spazio, amalgamati ormai nel contesto e funzionali allo sviluppo narrativo.
Che dire, infine, se non che il viaggio a Hawkins è valso nuovamente l'attesa. C'è ancora del marcio nella remota cittadina dell'Indiana, e molti dei passati misteri devono venire ancora a galla mentre i Duffer continuano a rimpinguare la loro creatura con nuovi interrogativi e volti freschi. È un crescendo di tensione misurato che sa unire perfettamente necessità seriali a impianto cinematografico, per un prodotto mai noioso e dalla caratura artistica elevata. C'è ancora tanto cuore e tanta anima, voglia di approfondire un immaginario affascinante e dipingere tra romanticismo e amicizia i volti delle giovani generazioni degli anni '80. Parte lenta ma coscienziosa, prosegue incalzando con una narrazione serrata e si conclude nel migliore dei modi possibili, in attesa di una terza stagione già in lavorazione.

Stranger Things - Stagione 2 Con la sua seconda incredibile stagione, Stranger Things si impone come uno dei migliori nuovi prodotti degli ultimi anni, dimostrando anche di avere carattere e una forte identità artistica. La creatura dei Duffer Brothers è ancora capace di fondere lo young adventure alla King alla serialità contemporanea, in modo armonioso e con una concezione creativa chiara. Si glissa molto di più sulle citazioni, ricercando invece un'uniformità stilistica necessaria, che non solo raggiunge ma inizia anche a mettere in mostra un crescendo di tensione dallo sviluppo stratificato, con ritmo adeguato e ottime interpretazioni.

8.5