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Sweet Tooth Recensione: la nuova serie Netflix prodotta da Robert Downey Jr

La serie fantasy tratta dai fumetti di Jeff Lemire traspone l'opera originale prendendo una strada tutta sua: il risultato convince.

Sweet Tooth Recensione: la nuova serie Netflix prodotta da Robert Downey Jr
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Sweet Tooth di Jeff Lemire è una delle opere più importanti nella storia recente dei comics, un po' come tutta la produzione dell'autore americano. E non dovrebbe stupire, dunque, l'interesse di Netflix nei confronti di una grande pietra miliare del fumetto moderno per una trasposizione seriale dell'avventura distopica targata DC. In uscita il 4 giugno, la serie TV di Sweet Tooth prende su di sé l'onere di adattare una storia delicata, soprattutto per i tempi in cui viviamo, e lo fa avvalendosi dei suoi ottimi valori produttivi e di una figura d'eccezione come Robert Downey Jr. nelle vesti di produttore esecutivo insieme a sua moglie (se volete saperne di più sul coinvolgimento di Robert Downey Jr. in Sweet Tooth potete leggere il nostro recente approfondimento). Abbiamo visto in anteprima tutti gli 8 episodi dello show fantasy sviluppato da Jim Mickle e Beth Schwartz, e finalmente possiamo dirvi che ne pensiamo.

Un viaggio di formazione

Gus è un bimbo particolare, ha un aspetto umano, ma anche due vistose corna e orecchie da cervo. Ignora la sua natura, sa soltanto che suo padre vuole proteggerlo da un mondo esterno che teme gli "ibridi" come lui. Il piccolo protagonista vive con il suo papà in una casetta nel cuore delle foreste del Parco di Yellowstone e ha l'obbligo di non superare per nessuna ragione le recinzioni che collegano la riserva con il resto del mondo. Ma Gus ignora che il mondo è stato dilaniato da una pandemia chiamata Morbo, che ha decimato la popolazione di tutto il globo e determinato il crollo di ogni struttura sociale. Le origini del virus sono sconosciute, ma la sua natura sembra essere collegata all'avvento degli ibridi, bambini nati con sembianze di animali di ogni genere. Per Gus tutto cambia quando suo padre scompare a causa del Morbo: in seguito, il piccolo decide di mettersi sulle tracce di sua madre, dispersa sin dalla sua nascita. Avrà il supporto di Jepperd, un uomo burbero e solitario che diventa un compagno di viaggio suo malgrado, e dovrà compiere un'epopea attraverso l'America per ritrovare (e riscoprire) le sue origini mentre organizzazioni militari private e scienziati doppiogiochisti conducono esperimenti sugli ibridi per capire i loro legami con il misterioso Morbo.

Un prodotto che funziona

Il primo elemento di spicco dello Sweet Tooth televisivo è il suo legame con l'opera di riferimento, il fumetto di Jeff Lemire. Il comics del 2009 è un'opera distopica di un certo spessore, sporca, rozza e crudele tanto nella scrittura quanto nel tratto grafico. La serie Netflix, pur con un impianto narrativo identico e sviluppi simili a quelli del fumetto, prende sin dall'inizio una strada tutta sua per diventare qualcos'altro. La patina apocalittica dell'opera originaria lascia il posto ad un toccante romanzo di formazione a stampo fantasy, in cui la dolcezza e l'ingenuità del protagonista diventano il cuore pulsante del racconto piuttosto che un pretesto per raccontare (come fa Lemire nella serie a fumetti) gli orrori di un mondo decaduto.

Nel complesso l'operazione di Netflix funziona: il lavoro di Mickle e Schwartz sui personaggi e sullo sviluppo della narrativa prende in parte le distanze dalla penna di Lemire e riserva alcune scelte che potrebbero far storcere il naso ai puristi del fumetto, ma il risultato è (a nostro parere) un'ottima serie TV per ragazzi sulla forza dei legami e sulla ricerca di una terra promessa nel cuore di una drammatica Apocalisse.

Sul piano della sceneggiatura non tutto funziona: nella parte centrale dello show, ad esempio, si sviluppa qualche storyline non proprio convincente, soprattutto quando la storia si distanzia dall'epopea del fumetto per arricchire o espandere alcuni momenti del viaggio di Gus. Sono questi momenti "filler" a funzionare di meno, ma in generale l'opera si mantiene abbastanza avvincente per tutto il suo corso, merito soprattutto di un minutaggio essenziale ed efficace. Gran parte delle puntate, infatti, supera difficilmente i 40 minuti di durata, con la sola eccezione degli episodi 1, 2 e 8 (che durano, invece, poco meno di un'ora).

Sul piano produttivo Sweet Tooth si conferma pregevole, perché in termini visivi la serie Netflix riesce ad essere rispettosa della "mitologia" originaria inclusa nel fumetto (eccezion fatta per l'aspetto di Jepperd e il background di Jepperd, che vi stupiranno) e confeziona una buona regia, priva di guizzi ma funzionale e supportata da una fotografia suggestiva.

Gran parte dello sforzo produttivo dell'opera si concentra infatti sulle ambientazioni e sul comparto artistico, nonostante avremmo gradito una cura maggiore riposta nel make-up dei bambini ibridi: eccezion fatta per l'ottimo lavoro svolto sull'iconografia del dolcissimo protagonista, infatti, gran parte dei bimbi con sembianze animali mostrano un trucco un po' troppo artefatto, teatrale e raffazzonato.

Sweet Tooth A causa di qualche storyline un po’ sottotono e di uno sforzo produttivo riuscito soltanto in parte, Sweet Tooth non sarà la più memorabile delle serie di Netflix, ma potrebbe risultare una visione più che discreta per chi ha fame di novità in salsa fantasy. Pur modificando in buona sostanza la narrazione e le vicende del fumetto originale, l’adattamento seriale dell’opera di Jeff Lemire ne rispetta i temi trasformandosi in un dolce racconto di formazione piuttosto che in una cruda fiaba distopica. Una scelta che renderà felice il pubblico generalista ma che farà storcere il naso ai puristi. Nel complesso, però, lo show prodotto da Robert Downey Jr. funziona e tratti persino emoziona.

7.5