The Good Place, recensione della seconda stagione

La seconda stagione della serie comica della NBC mantiene le promesse della prima e continua a sorprendere in modo brillante.

recensione The Good Place, recensione della seconda stagione
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La prima annata di The Good Place, nuova creazione televisiva di Michael Schur ambientata in una versione molto particolare della vita dopo la morte, si era imposta alla fine del 2016 come una delle novità più fresche e intriganti del palinsesto dei network tradizionali, tra riflessioni sulla natura del bene e del male e performance frizzanti da parte di Kristen Bell nei panni di Eleanor (una donna finita per sbaglio nel "posto buono" e desiderosa di rimanervi) e di Ted Danson in quelli di Michael (l'architetto del luogo dove finiscono coloro che si sono comportati bene prima di morire). Senza dimenticare il lampo di genio che chiuse quel primo ciclo di tredici episodi, con la rivelazione che i protagonisti si trovavano in realtà nel "posto cattivo", manipolati da Michael che, nel tentativo di portare i propri esperimenti a termine senza ripercussioni, annullò i ricordi dei partecipanti per ricominciare da capo. Da quella tabula rasa è ripartita la seconda stagione, anch'essa di sole tredici puntate e quindi congegnata con la giusta cura, senza bisogno di riempitivi per far sì che ci sia abbastanza materiale per nove mesi di programmazione (da settembre a maggio, come per la maggior parte delle serie dalla durata standard di circa 22 episodi a stagione).

Ricominciamo... di nuovo

Avendo resettato e alterato lo status quo dello show, Schur e i suoi collaboratori hanno potuto esplorare le implicazioni della premessa originale e l'evoluzione dei personaggi sotto una nuova luce, restando fedeli allo spirito della serie sul piano concettuale e visivo (le scenografie sottilmente artificiali rimangono un'intuizione vincente per rappresentare l'equivalente televisivo di Paradiso e Inferno) ma continuando ad aprire diverse porte narrative per espandere questo curioso universo abitato da "angeli" e "demoni" dalle sembianze e dai comportamenti molto umani. Dopo le esilaranti comparsate di Adam Scott e Marc Evan Jackson nella stagione precedente, questa volta è toccato a Dax Shepard (marito di Kristen Bell nella vita), Jason Mantzoukas e Maya Rudolph, perfettamente in sintonia con il mood sottilmente stralunato di una serie sempre disposta a sorprendere.

Verso nuovi orizzonti

Con un approccio sempre più serializzato la seconda stagione ha posto le basi per un finale che aveva la sfida di non poco conto di regalarci una conclusione inattesa e soddisfacente quanto quella del primo ciclo, senza però dare l'impressione di cercare il colpo di scena a tutti i costi. E così siamo arrivati a quello che per certi versi è il culmine di un arco narrativo durato due anni, ma anche l'inizio di una nuova storyline che, a prescindere da ciò che accadrà fra circa otto mesi nella terza annata, segnala quanto sia vasto il terreno di gioco su cui si possono muovere Schur e gli altri sceneggiatori e quanto sia infinito il potenziale di un programma che ha restituito ai giovedì sera della NBC quell'elemento di imprescindibilità che era venuto a mancare nel corso degli anni. Forse non sarà così per Eleanor e Michael, ma grazie a loro il palinsesto del celebre network americano è davvero divenuto un posto migliore.

Good Place - Stagione 1 Dopo un primo ciclo innovativo e spassosissimo, la serie comica sulla vita dopo la morte continua su una strada simile ma deliziosamente diversa, passando da una sorpresa all'altra con intelligenza, pathos e ironia. Come sempre, particolarmente degni di nota sono Kristen Bell e Ted Danson, le anime drammaturgiche di un programma che ha ancora tanto da dire col sorriso diabolico sulle labbra.

8.5