The Handmaid's Tale: la recensione della seconda stagione

La seconda stagione di The Handmaid's Tale è ancora più dolorosa ed attuale, riconfermandosi uno dei diamanti della serialità contemporanea.

recensione The Handmaid's Tale: la recensione della seconda stagione
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Città devastate, ricostruite, anonime; strade nelle quali regna il silenzio, rotto improvvisamente da sirene sopra carri neri e infiniti bisbigli. Questo deserto metropolitano è punteggiato di pochi colori, uniformi, distintivi. Ci sono macchie grigie, verdi, azzurre, rosse e, se si è più fortunati, si scorgono anche delle piccole macchioline gialle. Dietro questa risicata tavolozza di colori vivono cuori pulsanti di donne che hanno visto la propria vita stravolta, annullata sotto una nuova bandiera di vecchie credenze; sotto il nome di Gilead, la vera risposta di salvezza a un futuro apocalittico, la risposta di un dio antico riesumato, la cui parola è colonna, conforto, disperazione, sentenza. Ma come abbracciare una parola che ci è negata, come potersi affidare a qualcosa che ci rifugge? Arriva quindi il momento in cui scatta una scintilla, si decide di non voler essere solo un decorativo tocco di colore in un mondo sbiadito, e tornare a riprendersi la propria esistenza di esseri umani, di donne. Quello che è andato in scena su Hulu, e per noi in Italia sulla piattaforma Timvision, è prima di tutto questo. La seconda stagione di The Handmaid's Tale è un viaggio di autocoscienza, il doloroso risveglio di anime schiacciate.

Una nuova piaga d'Egitto

Ormai conosciamo bene il mondo immaginato nel 1985 da Margaret Atwood. Un mondo vittima dell'uomo, dello sviluppo, dell'inquinamento, che ha portato non solo a un drastico calo demografico, ma anche a una generale infertilità. Un nutrito gruppo di estremisti cristiani ha letto questa disgrazia come segno divino, di un dio contrario alla direzione presa dall'umanità, pronto quindi a scatenare un'undicesima piaga, quella definitiva. Spinti da questa credenza ottengono consensi, si insinuano nelle menti, fino ad arrivare alla violenza di un colpo di stato, trasformando gli Stati Uniti - costretti adesso a un piccolo governo di resistenza in Canada - in Gilead, una terra santa, di espiazione, dove poter riaffermare i puri principi di un antico dio e placare la sua ira. In realtà è una terra del terrore, in mano a opportunisti oligarchi, dove le donne sono relegate in una posizione di inferiorità, di impotenza, di carne da macello di cui poter disporre; dove le poche donne fertili, dono del dio gileadiano, seguendo la biblica storia di Bila e Rachele sono ridotte ad Ancelle, uteri viventi, estensioni feconde delle Mogli, le compagne degli uomini di potere da cui ricreare una discendenza.

L'importanza di essere June

In questo mondo distopico la camera indugia su di un'ancella in particolare, Offred, donna forte, combattiva, piegata da un mondo crudele e poi risollevata da un amore improvviso e segreto, impensabile in tempi così oscuri. Nella prima stagione avevamo visto cosa significa essere un'ancella, la genesi, l'addestramento, i rituali. Eravamo pienamente concentrati sulla routine, senza possibilità di evadere da un circolo irresistibile. Eppure sul finale - che è anche il finale del romanzo - si era aperto uno spiraglio di possibilità. Proprio su quel barlume gioca questa seconda stagione, che prendendoci prima per mano, illudendoci, ci getta poi nel mezzo di un viaggio travagliato, fatto di tentativi, pericoli, tensione, fallimenti. La disperata fuga da Gilead rimane ovviamente sullo sfondo dei tredici episodi, obiettivo fisso e immutabile, ma è prima di tutto un viaggio mentale quello di June - vero nome di Ofred - che parte proprio dalla riappropriazione di un nome fino a una rinnovata coscienza della propria individualità, del proprio essere donna, madre. La gravidanza, il travaglio, il parto diventano simboli di un percorso di nascita e rinascita, nuova linfa, forza per lottare, per ridurre in cenere la casa.

E al dio di Gilead non credere mai

Ma non è solo il rosso di una fenomenale Elisabeth Moss a risplendere nella fredda e straziante fotografia di questa seconda stagione di The Handmaid's Tale. I colori si mischiano, si sovrappongono, sbiadiscono per riacquisire vigore, mutano, esplodono. È una stagione più aperta, più interessata ai destini generali, a mostrarci il mondo fuori dalla soffitta di June. C'è spazio per tutte le figure che avevamo conosciuto l'anno scorso, per uno sguardo sulle colonie, sulle vite di chi ce l'ha fatta ed è in salvo in Canada. È una stagione d'azione, di tensione, dove ognuno degli eterogenei gruppi di donne, divisi da nature di classe e credo, decidono di agire per rivendicare ciascuno il proprio interesse: quello di rivendicare la dignità di donne, di esseri umani esattamente come gli uomini al comando. Non solo la prospettiva di Offred, o quella delle altre ancelle, ma anche quella delle Marte - donne con funzione di domestiche - con un maggiore approfondimento di Rita, e quello delle Mogli, che covano un sentimento di rivalsa e preoccupazione per il futuro. Proprio la moglie Serena Joy è il fulcro della stagione. Quello che mette su schermo una sorprendente Yvonne Strahovski è un movimento schizofrenico, scostante, diviso tra il ligio rispetto e le potenzialità del proprio io, tra il desiderio di essere madre e una intima e vergognosa consapevolezza di aver contribuito a creare una terra inospitale per una prole - soprattutto femminile - destinata alla sofferenza. Esisteva, ed esiste ancora, un mondo più giusto, equo, umano, e sono lì a ricordarcelo i vari inserti musicali che sembrano arrivare da un tempo lontano che invece è dietro l'angolo.

Verso la vetta, e poi giù nell'abisso

Una stagione fatta di continue escalation, di movimenti di macchina sempre tesi, che ci costringono psicologicamente ed emotivamente in un ritmo forsennato, salvo poi improvvisamente distendersi in piccoli momenti di pace e gioia momentanea, quadretti che ci fanno tirare un sospiro di sollievo, che ci convincono del fatto che ci sia ancora bellezza, ancora una speranza. Per arrivare a una conclusione di stagione a tratti sorprendente, ma inevitabile, nel bene nel male. Perché se le immagini finali risultano tanto potenti quanto coerenti, non possiamo che andare con la mente già a ciò che sarà, con un velato timore di cadere in un déjà vu, dove invece questa stagione, orfana peraltro del supporto letterario, è riuscita a innovare, a reinventarsi in parte, ad alzare l'asticella, con una maturità stilistica e tematica, con la sua attualità sbalorditiva. Quel che sarà il futuro al momento non ci interessa, è presto per parlarne, ma sappiamo che probabilmente continuerà a catturarci.

The Handmaid's Tale - Stagione 2 La seconda stagione di The Handmaid's Tale è un sofferente viaggio di speranza costellato di mille momenti oscuri, difficoltà e sporadici bagliori di luce. Un crescendo di sensazioni e significati che ne riconfermano un ruolo centrale e necessario nel panorama seriale e culturale tutto.

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