The Handmaid's Tale: la recensione della terza stagione

È giunta al termine la terza stagione della serie ispirata al romanzo di Margaret Atwood, tra solide certezze e la voglia di cambiare

recensione The Handmaid's Tale: la recensione della terza stagione
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Quando due anni fa la serie tratta dal romanzo di Margaret Atwood debuttò sugli schermi televisivi, riuscì nell'ormai difficilissima impresa di sbalordire tutti. Nell'epoca del tutto è raccontabile e già raccontato, The Handmaid's Tale si innalzava per la grande perizia tecnica, l'eccellente lavoro del cast, la creatività di alcuni spunti visivi davvero interessanti; ciò che però colpiva più di tutto il resto erano la fermezza e la crudezza con cui Bruce Miller e soci avevano deciso di trattare un tema necessario da raccontare così come molto delicato in una stagione in pieno rifermento politico e sociale.
Non voleva essere una banalità, né tantomeno una scopiazzata dell'opera originale, straordinaria nella sua intuizione di un mondo distopico dalle tinte rosse ma considerata insufficiente per la parabola in mente ai creatori. Sarà stata l'impressionante quantità di Emmy vinti forse, o un reale disegno d'insieme, fatto sta che la serie è stata rinnovata per una seconda stagione, ormai autonoma da un romanzo che si ferma esattamente dove si chiude la prima stagione (anche se a breve uscirà un sequel); e poi per una terza, ancora più a sorpresa, con un finale che sembrava già scritto e che invece all'improvviso sterza bruscamente, sulle prime sembrando molto incoerente, lasciando in bocca quel retrogusto di sospetto, di forzatura, di brodo allungato. Come ormai al suo solito questo nuovo atto è stato distribuito in contemporanea con gli Usa su Timvision e, giunto alla sua conclusione, possiamo dire che i dubbi che potevano legittimamente nascere sono stati in buona sostanza fugati. The Handmaid's Tale era e rimane uno dei prodotti più importanti del panorama seriale.

Welcome back, Gilead

Il racconto riprende nel punto esatto in cui lo sconvolgente finale della passata stagione ci aveva lasciati. June (Elisabeth Moss) dopo aver affidato a Emily (Alexis Bledel) il compito di portare in salvo sua figlia Nicole oltre la frontiera canadese, decide a sorpresa di rimanere a Gilead e non fuggire con loro. Da qui quindi riparte il doloroso ciclo di sottomissione e quotidianità a cui un'ancella è costretta a soccombere, ma c'è qualcosa di diverso stavolta, qualcosa nello sguardo di June è cambiato, non più solo quel misto di paura e determinazione; c'è del fuoco, fuoco violento e distruttivo, pronto ad ardere Gilead dall'interno. Ed è proprio questa la sostanziale carta che viene giocata per mandare avanti la narrazione e non ricadere in un loop che dopo due stagioni avrebbe francamente stonato.

Non che in alcuni momenti la sensazione di un eterno ripetersi delle cose non faccia capolino, confermando come la visione della serie sia ormai profondamente radicata iconicamente dentro di noi ma che abbia in questo anche un sintomo di stanchezza. Perché se è vero che la ripetizione logora, e il logoramento fisico e psicologico era, soprattutto nella seconda stagione, una chiave di lettura fondante, adesso è giunto il momento di rovesciare il tavolo, rompere gli indugi e lottare.
Quello che più si nota con il procedere degli episodi è il sostanziale cambio di tono, sia visivo che narrativo, in piena linea con il cambiamento interiore della protagonista. Non più manti bianchi di neve disseminati di macchie rosse, ma perlopiù stanze poco illuminate, lontane da occhi indiscreti, dove poter tramare per sovvertire il terrificante ordine costituito, dove "rompere la ruota", direbbe la regina dei draghi.

Hey June, don't be afraid

"O muori da eroe, o vivi abbastanza a lungo da diventare il cattivo". Le parole di Harvey Dent ne Il cavaliere oscuro ben si sposavano con la parabola discendente di Daenerys, e a loro modo possono calzare anche su June. L'ancella di Joseph infatti da vittima innocente ha saputo accumulare esperienza; le violenze e i soprusi l'hanno forgiata per la più classica delle trasformazioni da agnello a lupo. Non solo, con il passare degli episodi la sua diventa una figura quasi machiavellica di quelle per cui il fine giustifica qualsiasi mezzo, un fine che si fonda su basi nobili, ma di cui l'annebbiamento della protagonista rende più sfumati i contorni, muovendoci dubbi interiori che al contrario lei sembra non avere più, perdendone però gradualmente in tridimensionalità caratteriale e perseguendo una sua lunga linea di vendetta.

Accanto al relativo appiattimento del personaggio della Moss, bravissima come sempre, troviamo più sfaccettati e interessanti i risvolti dei coniugi Waterford, con Serena (Yvonne Strahovski) sempre più dilaniata tra la necessità di credere nel mondo che ha contribuito a creare e il morboso desiderio di essere madre di una figlia innaturale, nata dalla violenza, e, secondo lei, con violenza strappatale dalle braccia; più inaspettato invece il rinnovato interesse per Fred (Joseph Fiennes), identificato da sempre come nemico da odiare per sua moglie e la sua ex-ancella, ma adesso anche dipinto come uomo con pulsioni proprie, non più solo simbolo di un sistema, ma entità che nel sistema si muove, muta, cercando un proprio posto che sia di comando, come nel cuore della sua amata.

Blessed be the fruit

Più di tutti però colpisce l'enigmatico comandante Joseph Lawrence (Bradley Whitford), padre putativo di Gilead, ideatore delle Colonie, e allo stesso tempo pieno di consapevolezza delle deviazioni e le ingiustizie che questo nuovo mondo ha creato. Lui più di tutti rispecchia la nuova estetica della serie, ne è l'incarnazione vivente. Basta con la regia ardita e il montaggio cinetico; basta con le trovate immaginifiche e i colpi di stile - che pur non sono completamente scomparsi. Tutto è più cupo, più austero, a tratti anche più noioso, proprio come noioso, austero e cupo è il comandante, con le sue contraddizioni, le ambiguità, e le paure profondamente nascoste nel suo animo.

Se questa terza stagione, dalle tinte più guerrigliere e action, funziona è principalmente grazie a lui, personaggio di raccordo tra due mondi, contrappeso della sempre più anarchica e istintiva June Osborne. E non importa se si trovano difetti evidenti - con un sempre minor spazio ai personaggi secondari, spunti sul mondo socio-politico della serie solo abbozzati e una brillantezza creativa un po' sottotono - perché The Handmaid's Tale rimane un'opera struggente, dolorosa e di importanza fondamentale per il nostro contemporaneo.

The Handmaid's Tale - stagione3 A un anno dallo spiazzante finale della seconda stagione, The Handmaid’s Tale torna cercando di rinnovarsi nello stile e la scrittura, per non incorrere in una tediosa ripetizione. Dopo la sottomissione è quindi giunta l’ora di alzare la testa e abbattere Gilead dall’interno, mattone dopo mattone. Rivoluzione capeggiata dalla nostra June, sempre più agguerrita e temprata dal cinismo del mondo che la circonda. Una stagione di rottura, che nonostante qualche inciampo inaspettato mantiene alto il vessillo di una delle serie più importanti dei nostri giorni.

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