The Handmaid's Tale: le valutazioni di metà stagione

Arrivati al giro di boa partono le prime valutazioni sulla seconda stagione della serie distopica tratta dall'omonimo romanzo di Margaret Atwood.

recensione The Handmaid's Tale: le valutazioni di metà stagione
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Il 26 aprile la piattaforma streaming Timvision ha visto il ritorno di The Handmaid's Tale, serie distopica tratta dalla penna di Margaret Atwood. Come nell'omonimo romanzo, il mondo, a causa dell'impetuoso inquinamento, è colpito da una contaminazione radioattiva tale da ridurre drasticamente la fertilità umana. In questo clima di preoccupazione, negli Stati Uniti riesce ad affermarsi una frangia violenta di estremisti, teorizzatori di una nuova società basata nuovamente su rigidi dettami biblici, che vedono nella riproduzione del rapporto tra Rachele, sterile moglie di Giacobbe, e Lia, la sua ancella fertile, la via per la redenzione dai peccati che hanno inflitto all'umanità questa piaga mortale. A questo scopo le donne fertili del Paese sono destinate a diventare ancelle al servizio dei comandanti, nuovi gerarchi di questo regime chiamato Gilead, e delle loro mogli, a cui, similmente appunto a Lia con Rachele, dovranno dare dei figli. La prima stagione copriva pressoché nella sua interezza il romanzo della Atwood, seguendo la vita di June (Elisabeth Moss), o meglio Difred, ancella al servizio dei Waterford. Un racconto crudo, intenso, drammatico, il cui sguardo ravvicinato analizzava principalmente l'intimità della protagonista, lasciandoci poche volte andare oltre di lei, nel resto del mondo, ma quelle poche volte colpendoci con violenza.

Il mondo di Gilead

Come dicevamo nell'anteprima di questa seconda stagione, molta curiosità era data dal non avere più il supporto del romanzo, che, come la stagione d'esordio, si chiudeva con un potente cliffhanger. Questi primi sei episodi hanno fugato ogni dubbio su delle eventuali difficoltà, mostrando una coerenza fortissima con quello che era il materiale originale, nonostante questa volta la scrittura sia completamente inedita. Come ci si poteva aspettare, il racconto si allarga, dandoci uno sguardo maggiormente esteso su quello che è il mondo di Gilead, sulle colonie e le condizioni di vita delle nondonne tramite il punto di vista di Emily (Alexis Bledel) e Janine (Madeline Brewer). Un disperato tentativo di fuga di June ci dà inoltre l'opportunità di aggirarci per i vicoli e i quartieri più popolari, per scoprire l'altra faccia di Gilead, quella degli uomini comuni, delle economogli, della povertà, le vesti grigie e la paura. Tentativo disperato che porta a conseguenze ancora più disperate, fatto di tensione, di sospensione, attesa, alienazione. Ci sono ripercussioni, sviluppi inattesi, ritorni, e questo allargamento del campo permette anche di allontanarsi con più coraggio da Difred per esplorare più in profondità i caratteri dei comprimari, mostrandoci anche la loro prospettiva, problematizzandoli, fino quasi a farci empatizzare anche con quelli che dovrebbero essere identificati nei cattivi. È soprattutto la Moglie, Serena Joy (Yvonne Strahovski) che ne esce fino a questo punto come la più sfaccettata, il personaggio più critico, diviso tra la sua rigidità, l'irreprensibilità di colei che ha teorizzato Gilead, e un moto umano, di madre mancata, di donna, che alle altre donne ha tolto il diritto di libertà. È a tratti compassionevole, erosa dal senso di colpa, ma poi meschina, invidiosa, capricciosa.

Il mio nome è June

Nonostante l'estensione della narrazione scavalchi i confini di June, questa seconda stagione sembra contenere in seno due moti uguali e contrari. Dove è un racconto ampio, esteriore, corale, il discorso sulla protagonista si fa se vogliamo ancora più intimista, andando a toccare il cuore della soggettività. Questi primi sei episodi sono infatti un grande viaggio interiore alla scoperta dell'identità. Non a caso stiamo alternando senza distinguo il suo vero nome, June, con quello da ancella, Difred. Mai nella prima stagione ci saremmo sognati una cosa del genere, perché mai il suo nome veniva utilizzato, se non nei flashback. Adesso invece il processo di crescita parte proprio dalla riappropriazione del nome, e la fuga e la libertà hanno come primo passo quello di tornare a utilizzare il nome proprio, come riaffermazione dell'io. Così come il fallimento colpisce l'identità per prima, June deve tornare Difred, perché come dice zia Lydia, June non ha posto in quel mondo, è destinata a essere giustiziata, mentre Difred può sperare nel perdono. Questo è il momento più basso, la disfatta totale, la perdita di ogni certezza. L'unica via per la sopravvivenza è la resa, l'assoggettazione al regime, la rinuncia al proprio io, una completa alienazione fino al punto critico, quello oltre il quale esiste solo la morte.

Storie di donne

The Handmaid's Tale insomma dimostra ancora di avere carattere, essere un racconto essenziale, coraggioso, figlio di una visione potente, di un'esigenza, di una direzione ben delineata. La scrittura non cede un passo così come la direzione artistica, sempre di impatto, funzionale, asciutta nei suoi toni freddi, intrisi del rosso delle tuniche. Si potrebbe tacciare di poca originalità o ripetitività, ma la messa in scena è ormai un segno distintivo, parte organica di un prodotto eccelso, una storia di donne non per sole donne ma per l'umanità tutta, sempre terribilmente attuale nella sua distopia, sempre attenta a cogliere il giusto bersaglio e a farlo nel giusto modo. Una serie che in questa stagione va confermandosi ancora più matura, più efficace, nonostante ci potessero essere dei fondati timori.